Nuove inquisizioni

di: Marcello Neri

usa opposizione francesco

Tenere insieme il surrealismo iperbolico di Dalì con l’onirico allucinogeno kafkiano è impresa che porterebbe l’immaginazione ai limiti delle sue possibilità, estenuandone ogni forza. Eppure, proprio questa sembrerebbe essere l’attuale condizione della Chiesa cattolica – solo senza alcuna estetica in grado di comporne quantomeno un abbozzo di forma.

Il manovale e la lobby

Il caso Viganò ne rappresenta l’evidenza esemplare. La sua costruzione preclude in partenza di entrarne nel merito: una sorta di vuoto destinato unicamente a riprodurre se stesso in modulazioni solo apparentemente diverse tra loro. Se questo rende arduo un esercizio della parola, non impedisce tuttavia quello del giudizio (inteso come capacità di discernimento e nominazione).

Si può cioè tentare di dare un nome al magma confuso e convulso, lungamente coltivato, che erutta oggi nella Chiesa dopo aver rotto ogni argine di contenimento. L’impossibilità di ricondurlo nell’alveo che l’ha condotto fino a qui non impedisce però di seguire le traccia del percorso che fu, né di identificare le concrezioni in cui si è andato solidificando.

Si tratta di qualcosa di inedito che neanche l’immaginazione più ardita avrebbe potuto concepire nella lucidità programmatica con cui si è realizzato. Qualcosa che farebbe impallidire anche la radicalità più spinta di quella scissione del cristianesimo occidentale che è la Riforma protestante: ossia l’estenuazione completa della forma cattolica della fede e della Chiesa programmaticamente messa in scena dai suoi più strenui difensori. Ultimi paladini del principio cattolico davanti alla deriva irreparabile incarnata dalla persona del papa stesso.

In nome del principio cattolico

Perché il gesto sacrificale che prepara l’altare mediatico sul quale si dovrebbe immolare l’uscita di scena di Francesco rappresenta in realtà esattamente il congedo definitivo, senza via di ritorno, dal principio simbolico su cui si articola formalmente, e dogmaticamente, la tradizione cattolica. Nella pia illusione di poterlo recuperare, bello vitale e restituito alla sua potenza, non appena il rito celebrato sarà giunto al suo termine.

Dimenticando così che nel sacro, con la sua ambiguità, il sacrificio è tale proprio perché distrugge completamente la materia. Una volta fatto non ce l’hai più tra le mani, né tantomeno puoi pensare di riappropriartene come d’incanto per farla funzionare a tuo piacimento.

Detta in soldoni: una volta che hai fatto uscire il genio dalla bottiglia non c’è più verso di farlo rientrare di nuovo dentro. Quotidiana sapienza popolare che i semplici conoscono bene, ed è per questo che da secoli immemori maneggiano l’apparato con estrema cura.

L’impegno sistemico sotterraneo con cui si cerca di sospendere la forma cattolica, nella convinzione di poterla poi riattivare come se nulla fosse successo, appare essere quantomeno avventato nel suo disegno e ingenuo davanti alle conseguenze che tutto questo produce per quella cattolicità di cui si vorrebbe essere gli ultimi difensori all’altezza.

Non solo, esso è anche accompagnato da due contraddizioni di fondo. Da un lato, il ricorso alla coscienza come quel valore non negoziabile che si impone al dovere del soggetto anche qualora ne vada dell’autorità ecclesiale del papa. D’altro lato, l’affermazione che il credito dell’affidabilità della persona vale più dell’obbedienza ecclesiastica dovuta al successore di Pietro – e questo proprio da parte di coloro che condividono con lui la responsabilità di custodire la cattolicità della fede nella Chiesa o ne sono i collaboratori nel governo universale.

La conservazione postmoderna

Nel complesso, la decostruzione sistemica della forma cattolica in nome della sua più alta ed unica salvaguardia possibile appare essere fenomeno intriso di postmodernità, ossia di quei medesimi contenuti esogeni che starebbero conducendo con Francesco alla negazione dei fondamentali che fanno la Chiesa cattolica.

In questa convulsione del corpo della Chiesa, grazie alla sagace pazienza di Francesco, assistiamo però a qualcosa di inaspettato. Scomposto, sgarbato, finanche aggressivo oltre ogni misura e decenza, fa capolino qualcosa che potrebbe essere il germe di un dibattito pubblico nella Chiesa. Spazio della legittimità della parola di tutti che è stato avvilito e volutamente reso impraticabile nel corso dei due papati che hanno preceduto l’ingresso di Bergoglio nel ministero petrino.

Il problema è che lo stiamo utilizzando come bambini capricciosi che vogliono il gioco tutto per sé, anziché da adulti responsabili che sanno del dovere evangelico dell’edificazione di una casa comune nella quale possono esistere insieme modi diversi dell’abitarla. Eppure, questo spazio frequentato da tutti (malissimo finora), che è il dibattito pubblico nella Chiesa, è qualcosa senza il quale la stessa decostruzione della forma cattolica messa in opera dai ceti post-tradizionalisti non potrebbe nemmeno avanzare la propria pretesa di legittimità.

La Chiesa: dibattito pubblico e sinodalità

Così sono proprio costoro che introducono nel corpo della Chiesa un diritto di democrazia quale unica via possibile per estenuarne la forma cattolica, al fine di riguadagnarla nella sua immaginata purezza (ossia come aggrada a loro). L’investimento fatto da Francesco, fin dagli inizi del suo ministero di vescovo di Roma, sulla figura della sinodalità rappresenta il modo ecclesiale e l’intelligenza teologica per dare forma evangelica e cattolica alla violenza germinale che scorre in questa esigenza di democraticità – rispetto alla quale nessuno nella Chiesa pare essere oggi adeguatamente preparato.

Ma la responsabilità di questa condizione insufficiente del tessuto relazionale che tiene in piedi la forma comunitaria della fede cattolica non può certo essere imputata a Francesco. I processi sinodali, ossia quelli in cui possono trovare spazio, legittimità, riconoscimento e composizione modi diversi del sentire cattolico chiamati al dovere di parlarsi tra loro e di ascoltarsi a vicenda, non solo sono stati mortificati, ma anche sistematicamente annullati sia sotto Giovanni Paolo II sia con Benedetto XVI. Oggi ne paghiamo tutti le conseguenze, qualunque sia la nostra comprensione della forma cattolica della Chiesa.

La giuntura tra surrealismo iperbolico e l’onirico allucinogeno che contrassegna la condizione attuale della Chiesa è l’esito di lunghi processi innescati da decenni e perseguiti con accanimento fino a una sera di cinque anni fa, in cui un vescovo argentino si affacciò su piazza San Pietro chiedendo a tutto il suo popolo quella benedizione che lo confermava nel ministero a cui era stato preposto da un gruppo di cardinali.

 

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4 Commenti

  1. Elsa Anna Antoniazzi 14 febbraio 2019
  2. Fabrizio Mastrofini 2 settembre 2018
  3. Claudio Bargna 2 settembre 2018
  4. Francesco Grisorio 31 agosto 2018

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