A che punto è la riforma della curia romana?

di: Johannes Schidelko

Quando papa Francesco il 13 aprile 2013, a un mese esatto dalla sua elezione, annunciò la riforma della curia romana, si pensava che tutto si potesse concludere entro pochi mesi. In realtà, l’operazione si rivelò più complessa del previsto. Da allora sono passati cinque anni. In questo articolo, il giornalista Johannes Schidelko, in un servizio del 13 aprile 2018 per katholisch.de, ripercorre le varie vicende che hanno accompagnato i lavori e conclude dicendo che non è ancora prevedibile quando potranno terminare.

Originaltext

Quasi nessun progetto di riforma di papa Francesco ha suscitato così grandi attese quanto la riforma della curia. Dopo la rinuncia di Benedetto XVI, i cardinali riuniti si erano lamentati in maniera esplicita degli inconvenienti e dell’infelice gestione del vertice della curia – per il furto dei documenti “Vatileaks”, per la vicenda di Williamson negazionista dell’olocausto o per gli scandali degli abusi – e chiedevano di porvi rimedio. Perciò l’annuncio di una riforma, il 13 aprile 2013, esattamente un mese dopo l’elezione del Papa, fu accolto come una liberazione.

Fu ed è considerato come un indice e un segnale della volontà di riforma e di coraggio del papa.

Fin dall’inizio le idee erano tante su come rendere l’apparato amministrativo del Vaticano più agile, efficiente e trasparente, più economico e amichevole. Ma la messa in atto si rivelò più complessa di quanto si pensasse all’inizio. Inoltre, si rafforzò l’impressione che il lavoro precedente dei curiali non fosse così male. Il battage mediatico degli inizi, secondo cui la riforma sarebbe stato un affare di alcuni mesi, si spense presto. E internamente si presentarono molte resistenze.

Chiesa mondiale anziché curia

Francesco affidò il progetto della riforma a un Consiglio di cardinali di otto membri. Inizialmente, non comprendeva alcun rappresentante della curia, bensì vescovi locali di tutti i continenti, persone aperte alle riforme – per l’Europa, l’arcivescovo Reinhard Marx, di Monaco –. Con il vantaggio che i membri considerarono le attese della Chiesa mondiale con uno sguardo non deformato, anche se dovevano prima familiarizzarsi con il mondo caratteristico della curia. Finora il comitato si è riunito 23 volte con sedute di tre giorni ciascuna e 140 singole conferenze.

Certamente ogni riforma della curia è un maxiprogetto. Dalla fondazione della nuova curia nel 1588, soltanto tre pontefici hanno avuto il coraggio di ristrutturare il suo apparato: Pio X nel 1908, dopo il concilio Vaticano I e la perdita dello Stato pontificio, e Paolo VI nel 1967, dopo il concilio Vaticano II. Giovanni Paolo II, nella costituzione Pastor bonus si limitò ad alcuni miglioramenti minori.

Diversamente dalle precedenti riforme, papa Francesco non aspetta fino alla conclusione dei lavori per presentare un prodotto globale finito Al contrario, un po’ alla volta già durante i dibattiti ha reso operativo un certo numero di nuovi regolamenti tratti dalle discussioni in atto. In questo modo egli lascia intendere di avere una certa fretta.

Porte chiuse, fughe e scandali

Il Consiglio dei cardinali – da quando, più tardi, è stato aggiunto il card. Parolin si chiama Consiglio K9 – si riunisce a porte chiuse, generalmente con la presenza del papa. Gli scarni comunicati lasciano intravedere poco sullo stato del progetto. Non è possibile riconoscere un filo rosso, una precisa traccia delle discussioni. Una dopo l’altra si susseguono le discussioni sui singoli organismi o su determinati compiti, che saranno poi ripresi in seconda e terza lettura. Nella fase iniziale sono stati chiamati anche esperti esterni – non senza inconvenienti. Nel gruppo di consulenza economica COSEA si è verificata una fuga di notizie, e alcuni dati riservati sono stati rivelati da un informatore, suscitando un notevole scandalo.

Già fin dalla fase iniziale, i cardinali si erano occupati della premessa del futuro ordinamento della curia, dove sono formulate le direttive della riforma e dove è sottolineato il suo carattere di servizio per la Chiesa universale.

Ben presto, infatti, si è visto chiaramente che, per il papa, al primo posto non erano le nuove strutture, ma che si trattava di una nuova mentalità nel modo di rapportarsi della sede centrale di Roma con le Chiese locali.

I grandi temi

Il primo grande tema del Consiglio dei cardinali è stato il Sinodo dei vescovi – anche per ragioni pratiche. Per il 2015 era in programma un sinodo sulla pastorale della famiglia, che – probabilmente quale risultato del primo incontro dei cardinali – fu preceduto da un sinodo speciale nel 2014. Inoltre, Francesco voleva sottolineare quale importanza centrale hanno la sinodalità e la collegialità nel suo pontificato.

Nello stesso tempo, nominò un nuovo Segretario generale, Lorenzo Baldisseri, e rivalutò il suo ufficio dandogli immediatamente la porpora. Baldisseri ha il compito di imprimere nuovo slancio al sinodo, coinvolgendo nella preparazione anche la base della Chiesa. Le deliberazioni dovevano diventare più efficaci e più dialogiche, con meno dichiarazioni preparate e un più aperto scambio di idee. In effetti, il sinodo è diventato più vivace, ma finora la speranza di una sua rivalutazione è andata delusa. Continua a rimanere solo un organo consultivo e non decisionale.

Il secondo progetto riguardava il perdurante problema delle finanze vaticane. Già Benedetto XVI aveva provato con un personale energico e con misure strutturali a mettere la Banca del Vaticano IOR, che era in sentore di scandali, in linea con le norme internazionali. Adesso si tratta di una riorganizzazione delle strutture finanziarie in Vaticano, creando una gestione contabile unitaria degli organismi finora autonomi della curia. Il Segretariato per le funzioni economiche e amministrative, creato da Francesco con il motu proprio del 24 febbraio 2014, e sottoposto al controllo di un Consiglio per l’economia, finora non ha ottenuto alcun risultato convincente. L’obiettivo ambizioso è contrastato non solo da costrizioni pratiche, ma anche da diverse resistenze personali e da autonomie istituzionali.

Problemi di personale e superamministrazione

Inoltre, a complicare lo svolgimento del lavoro ci sono i problemi del personale. Il card. George Pell, capo del segretariato, da quasi un anno è stato lasciato libero per essere ascoltato in tribunale nella sua patria australiana per accuse di abusi. Il segretario generale, Alfred Xuereb, è stato nominato nunzio nell’importante incarico diplomatico in Corea del sud. E il posto di revisore, occupato con fatica, dopo due anni è diventato di nuovo vacante. Sulla sua rimozione circolano scenari di cospirazione. Attualmente rimane fuori dalla dirigenza solo il segretario dell’amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica, Luigi Mistò.

“In certo senso una rivoluzione”

Meno problematico, invece, è stato l’accorpamento di sei pontifici Consigli in due nuovi macro-dicasteri: dalla metà del 2016, nel dicastero per “i laici, la famiglia e la vita” sono riuniti il Consiglio per i laici e la famiglia e l’Accademia per la vita. Quattro Consigli – Justitia et pax, il Consiglio per la pastorale dei migranti, “Cor Unum” e il Consiglio per la pastorale della salute – sono confluiti nel Dicastero per lo “sviluppo integrale dell’uomo”. Di fronte alla sovrapposizione e alla duplicazione, la fusione ha avuto il suo significato. Ma anche qui le nuove autorità hanno bisogno di tempo per comporre in una nuova unità le diverse tradizioni, competenze, i modi di lavorare e il personale.

Grande riforma dei media

Nel frattempo un complicato grosso problema è quello della ristrutturazione del settore dei media. È quello che ha il maggior numero di dipendenti – in gran parte laici – e anche il più costoso. Inoltre, molti prodotti offerti non corrispondono più all’impiego dei media di oggi. Sul mercato si produce molto, come i quattro programmi della Radio Vaticana su onde corte. Di conseguenza, gli interventi previsti sono particolarmente profondi, ma devono essere adatti al personale.

Nel 2015 Francesco ha creato una Segreteria per le comunicazioni in cui tutti e nove i settori dei media – radio, Osservatore Romano, televisione CTV, Consiglio dei media, casa editrice, tipografia, servizio fotografico, ufficio Internet e ufficio stampa – saranno riuniti e riorganizzati nel giro di pochi anni.

Il nuovo Prefetto, il sacerdote milanese, docente in tema di comunicazioni, Dario Edoardo Viganò, ha assunto in maniera decisa il suo nuovo incarico – ma inizialmente ha incontrato resistenza. Quasi tutti i settori reclamavano l’indipendenza e chiedevano una posizione speciale.

In definitiva, solo l’ufficio stampa dovrebbe conservarla – per la sua area operativa, che sono le informazioni. Il giornale ha opposto una robusta resistenza a questo “sequestro”, ma probabilmente senza successo. Il futuro dell’edizione quotidiana italiana e le singole edizioni linguistiche sembrano rimanere tuttavia per il momento aperte.

Viganò inciampa sulla lettera di Benedetto

Nel frattempo, nella Radio vaticana e CTV è subentrata un’interessante piattaforma. Produce materiale in otto lingue per diversi formati multimediali: notizie per il proprio sito internet, Newsletter, Facebook, oltre a servizi radio, sequenze di film per la televisione e Youtube, brevi notizie per Twitter. Un accento speciale è posto sui nuovi media.

Con i suoi drastici tagli, Viganò non si è fatto solo degli amici. Inoltre, recentemente, ha commesso l’errore di presentare senza sufficiente ponderazione una lettera di Benedetto XVI. Francesco stima personalmente il Prefetto, ma ha accettato le sue dimissioni. Nello stesso tempo, tuttavia, lo ha nominato incaricato speciale per la riforma dei media. Ora egli si può dedicare pienamente a questo compito senza essere distratto da altre mansioni amministrative.

Insolitamente c’è stata, per vario tempo, molta tranquillità per quanto riguarda la Segreteria di Stato. A volte si erano sentite voci che volevano limitarne l’influenza in quanto “superautorità” curiale. Al suo posto, si sarebbe dovuto creare la nuova figura di “moderatore della curia”. L’idea però è stata subito tolta dal tavolo, perché questo era già compito della Segreteria di Stato e tale doveva rimanere. Francesco ne ha persino ampliato l’autorità. Verso la fine del 2017 ha creato una terza sezione “per il servizio diplomatico della Santa Sede”. Finora, per la formazione e l’accompagnamento del personale dell’ambasciata era responsabile un delegato. Adesso attorno a lui è stato costituito uno staff di lavoro.

La riforma va avanti

Il processo della riforma ha già avviato dei cambiamenti anche in altri ambiti. Ma non è ancora dato di sapere come sarà la futura riforma, anche dopo cinque anni. La struttura centrale dovrebbe essere costituita ancora dalle aree specializzate delle Congregazioni, i “grandi” ministeri.

Ma come sarà la sua configurazione nel quadro normativo rimane un problema aperto. La stessa cosa vale per l’organismo riguardante l’ecumenismo e il dialogo interreligioso. Non è ancora chiara, nel frattempo, l’assegnazione dell’attuale Consiglio della cultura. Il dinamico card. Gianfranco Ravasi ha già 75 anni e ha più volte parlato al K9. Sembra improbabile che i tre tribunali vengano riuniti in un Consiglio per i testi giuridici in una specie di nuovo Ministero della giustizia, come è stato ventilato.

Certamente, il quadro generale del progetto della riforma sarà reso noto soltanto quando le consultazioni saranno terminate e il papa pubblicherà la nuova Costituzione della curia. Una data al riguardo non è ancora prevedibile.


Ein Mammutprojekt mit hohen Erwartungen

Kaum ein Reformprojekt von Papst Franziskus hat so hohe Erwartungen geweckt wie die Kurienreform. Die nach dem Rücktritt von Benedikt XVI. versammelten Kardinäle führten beredte Klage über Pannen und unglückliches Management an der Kurienspitze – beim Dokumentendiebstahl “Vatileaks”, bei der Affäre um den Holocaustleugner Williamson oder den Missbrauchsskandalen – und forderten Abhilfe. Daher wirkte die Ankündigung einer Kurienreform am 13.4.2013, exakt einen Monat nach der Papstwahl wie ein Befreiungsschlag. Sie galt und gilt als Indiz und Gradmesser für den Reformwillen und die Durchsetzungskraft des Pontifex.

Ideen gab es von Anfang an viele, wie der Verwaltungs-Apparat des Vatikan schlanker, effizienter, transparenter, kostengünstiger und personalfreundlicher werden sollte. Aber die Umsetzung ist komplexer als zunächst vermutet. Zudem verstärkt sich der Eindruck, dass die bisherige Arbeit der Kurialen nicht nur schlecht war. Der anfängliche Hype, der die Reform als eine Sache von Monaten sah, ließ bald nach. Und intern meldeten sich manche Widerstände.

Weltkirche statt Kurie

Mit dem Projekt betraute Franziskus einen achtköpfigen Kardinalsrat. Ihm gehörten zunächst keine Kurienvertreter an, wohl aber reformoffene Ortsbischöfe aus allen Kontinenten – für Europa der Münchener Erzbischof Reinhard Marx. Mit der Folge, dass die Mitglieder zwar mit unverstelltem Blick die Erwartungen der Weltkirche einbrachten, dass sie sich aber erst in die ganz eigene Welt der Kurie einarbeiten mussten. Bislang trat das Gremium bereits 23-mal zu jeweils dreitägigen Sitzungsrunden mit 140 Einzelkonferenzen zusammen.

Freilich ist jede Kurienreform ein Mammutprojekt. Seit Gründung der neueren Kurie 1588 haben sich erst drei Päpste an eine Neustrukturierung ihres Apparats getraut: Pius X. 1908 nach dem Ersten Vatikanischen Konzil und dem Verlust des Kirchenstaates, und Paul VI. 1967 nach dem Zweiten Vatikanum. Johannes Paul II. beschränkte sich in der Konstitution “Pastor bonus” 1988 auf kleinere Nachbesserungen.

Anders als bei früheren Kurienreformen wartet Franziskus nicht bis zum Abschluss der Planungen, um dann ein fertiges Gesamtprodukt zu präsentieren. Vielmehr hat er bereits aus den laufenden Beratungen heraus schrittweise etliche Neuordnungen in Kraft gesetzt. Damit nimmt er etwas Zeitdruck aus dem Reformprozess.

Verschlossene Türen, Lecks und Skandale

Der Kardinalsrat – seit später Staatssekretär Pietro Parolin hinzukam heißt er K9-Rat – tagt hinter verschlossenen Türen, meist in Anwesenheit des Papstes. Die dürren Kommuniques lassen wenig Rückschlüsse auf den Stand des Reformprojekts zu. Ein roter Faden,  ein präzises Beratungskonzept ist nicht zu erkennen. Nacheinander wird über einzelne Behörden oder über bestimmte Aufgaben gesprochen, die später nochmals in zweiter und dritter Lesung aufgerufen werden. (In der Anfangsphase wurden auswärtige Experten eingeschaltet – nicht ohne Pannen. In der Wirtschaftsberatungsgruppe COSEA gab es ein Leck, vertrauliche Daten wurde von einem Enthüllungsautor verbreitet – und sorgten für einen handfesten Skandal).

Schon in einer frühen Etappe befassten sich die Kardinäle mit dem Vorwort der künftigen Kurienordnung, das die Leitlinien der Reform formulieren und seinen Dienstcharakter für die Weltkirche unterstreichen soll. Denn sehr bald wurde klar, dass es dem Papst nicht vorrangig um neue Strukturen geht, sondern um eine neue Mentalität im Umgang der römischen Zentrale mit den Ortskirchen.

Große Themen

Das erste große Thema des Kardinalsrats war die Bischofssynodeauch aus praktischen Gründen. Für 2015 stand eine Synode zur Familienpastoral bevor, der – vermutlich als Ergebnis der ersten Kardinalstreffens – eine Sonder-Synode 2014 vorgeschaltet wurde.  Darüber hinaus wollte Franziskus zeigen, welche zentrale Bedeutung Synodalität und Kollegialität in seinem Pontifikat haben. Zugleich berief er einen neuen Generalsekretär, Lorenzo Baldisseri, und wertete sein Amt auf: Er verlieh ihm sofort den Kardinalspurpur. Baldisseri soll der Synode neuen Schwung geben, in die Vorbereitungen auch die Kirchenbasis einbeziehen. Die Beratungen sollten effizienter und dialogischer werden, weniger vorbereitete Statements und mehr offene Aussprache. Lebendiger wurde die Synode, aber bislang wurde die Hoffnung auf ihre Aufwertung enttäuscht. Sie bleibt weiterhin nur Beratungs- und nicht Beschlussorgan.

Zweites Projekt war das Dauerproblem der Vatikanfinanzen. Schon Benedikt XVI. hatte mit einschneidende Personal- und Strukturmaßnahmen versucht, die skandalumwitterte Vatikanbank IOR in Einklang mit internationalen Normen zu bringen. Jetzt geht es darüber hinaus um eine Neuaufstellung der Finanzstrukturen im Vatikan, um eine einheitliche Rechnungsführung der hier bislang autonomen Kurienbehörden. Das von Franziskus mit Motu proprio vom 24.2.2014 gegründete Wirtschaftssekretariat, dem zur Kontrolle ein Wirtschaftsrat vorgeschaltet ist, kann bislang jedoch noch keinen durchschlagenden Erfolg vermelden. Dem ehrgeizigen Ziel stehen Sachzwänge, aber auch manche persönliche Widerstände und institutionelle Eigenständigkeiten entgegen.

Personalprobleme und Superbehörden

Zudem erschweren Personalprobleme den Fortgang der Arbeiten.  Kardinal George Pell, der Chef des Sekretariats, ist seit einem dreiviertel Jahr für eine Gerichtsanhörung wegen Missbrauchsvorwürfen in seiner australischen Heimat freigestellt. Generalsekretär Alfred Xuereb wurde zum Nuntius auf dem wichtigen Diplomatenposten in Südkorea berufen. Und die mit viel Mühe besetzte Stelle des Revisors wurde nach zwei Jahren wieder vakant. Über seine Abberufung kursieren Verschwörungsszenarien. Bleibt aus der Führungsriege derzeit nur Behörden-Sekretär Luigi Misto.

Weniger problematisch war dagegen die Zusammenlegung von sechs Päpstlichen Räten zu zwei neuen Super-Behörden, Im Dikasterium für “Laien, Familie und Leben” sind seit Mitte 2016 der Laienrat und der Familienrat zusammengefasst und die Akademie für das Leben angegliedert. Vier Behörden – “Iustitia et pax”, der Migrantenrat, “Cor unum” und Krankenrat – sind im Dikasterium für die “ganzheitliche Entwicklung des Menschen” aufgegangen. Angesichts von Überschneidungen und Doppelarbeit macht die Zusammenlegung Sinn. Aber auch hier brauchen die neuen Oberen Zeit, um die verschiedenen Traditionen, Kompetenzen, Arbeitsweisen und das Personal zu einer neuen Einheit zusammenzuführen.

Großreform Medien

Eine komplizierte Groß-Baustelle bleibt unterdessen der Mediensektor. Er ist der Vatikan-Bereich mit dem meisten Personal – zum größten Teil Laien – und auch der teuerste. Zudem entsprechen viele seiner Angebote nicht mehr der heutigen Mediennutzung. Etliches wird am Markt vorbei produziert, wie die vielen Kurzwellenprogramme von Radio Vatikan. Folglich reichen die geplanten Eingriffe hier besonders tief – sollen aber personalverträglich sein.

Franziskus errichtete 2015 ein Kommunikationssekretariat, in dem in wenigen Jahren alle neun Medienbereiche – Radio, Zeitung “Osservatore Romano”, Fernsehen CTV, Medienrat, Verlag, Druckerei, Fotodienst, Internet-Büro und Presseamt – zusammengefasst und neu ausgerichtet werden sollen. Der zum Präfekten ernannte Mailänder Priester und Kommunkations-Professor Dario Edoardo Vigano ging seinen Auftrag energisch an – und stieß zunächst auf heftige Widerstände. Fast alle Bereiche reklamierten Eigenständigkeit und mahnten eine Sonderstellung an.

Die dürfte letztlich aber nur das Presseamt behalten – für seinen operativen Bereich, die Informationsgebung. Am heftigsten setzte sich die Zeitung gegen eine Vereinnahmung zur Wehr, vermutlich aber erfolglos. Die Zukunft der italienischen Tagesausgabe und der einzelnen Spracheditionen scheint im Moment offen.

Vigano stolpert über Benedikt-Brief

An die Stelle von Radio Vatikan und CTV ist unterdessen eine interessante Plattform getreten. Sie produziert Material in acht Sprachen für unterschiedliche Medienformate: Meldungen für den eigenen Internet-Auftritt, für die Newsletter, für Facebook, dazu Audiostücke für Radio, Filmsequenzen für Fernsehen und Youtube, Kurznachrichten für Twitter. Ein besonderer Akzent liegt dabei auf den neuen Medien.

Mit den harten Einschnitten hat sich Vigano nicht nur Freunde gemacht. Zudem hat er sich soeben mit der irreführenden Präsentation eines Briefes von Benedikt XVI. vergaloppiert. Franziskus, der den Präfekten persönlich schätzt, hat dessen Rücktrittsgesuch angenommen. Zugleich machte ihn aber zum Sonderbeauftragten für die Medienreform. Er kann sich ihr jetzt ohne die Ablenkung durch andere Verwaltungsaufgaben voll widmen.

Ungewöhnlich ruhig blieb es lange um das Staatssekretariat. Im Vorfeld wollten Stimmen seinen Einfluss als kuriale Superbehörde beschneiden. Stattdessen sollte die neue Figur eines “Kurienmoderators” geschaffen werden. Die Idee war freilich rasch vom Tisch; denn dies war bereits die Aufgabe des Staatssekretariats und soll es wohl auch bleiben. Franziskus baute die Behörde sogar noch aus. Ende 2017 richtete er eine dritte Abteilung ein, “für den Diplomatischen Dienst des Heiligen Stuhls”. Für Ausbildung und die Begleitung des Botschaftspersonals war hier bislang ein Delegat zuständig. Um ihn herum wird nun ein Arbeitsstab gebildet.

Der Umbau geht weiter

Der Reformprozess hat auch in anderen Behörden bereits Veränderungen eingeleitet. Wie die künftige Kurie aussehen wird, ist aber auch nach fünf Jahren noch nicht absehbar. Kerngerüst dürften weiterhin die Sachbereiche der Kongregationen, der “großen” Ministerien bilden. Wie ihr Zuschnitt und ihr Rechtsrahmen aussehen sollen, ist offen. Ähnliches gilt für die Behörden für Ökumene und den interreligiösen Dialog. Unklar scheint unterdessen die Zuordnung des bisherigen Kulturrates. Der rührige, aber bereits 75jährige Kardinal Angelo Ravasi stand dem K9 mehrfach Rede und Antwort. Dass freilich die drei Gerichtshöfe zusammen mit dem Rat für Gesetzestexte zu einer Art neuem Justizministerium verbunden werden sollen, wie auch vermutet wurde, gilt als unwahrscheinlich.

Ein Gesamtbild des Reformprojekts wird sich freilich erst zeigen, wenn die Beratungen abgeschlossen sind und der Papst die neue Kurien-Konstitution veröffentlicht. Ein Termin dafür ist noch nicht absehbar.

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