Dal burkini agli avverbi: la laicità zoppa

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Col favore del caldo estivo, l’8 agosto il parlamento francese ha modificato per legge il testo del giuramento che i magistrati sono chiamati a pronunciare quando entrano in carica. Viene tolta una parola: «religiosamente». Oltre alla promessa di adempiere  fedelmente il proprio compito e di comportarsi in maniera degna e leale, l’atto prevedeva l’espressione «custodire religiosamente il segreto delle deliberazioni». È scomparso appunto l’avverbio «religiosamente». Il ministero della giustizia ha detto di volere uniformare il giuramento a quello dei magistrati della Corte dei conti, ma di fatto il testo non era mai stato toccato dal momento della sua formulazione nel 1958 e per molti il «religiosamente» coincideva con «scrupolosamente» (cf. La Croix, 16 settembre 2016). È difficile non collocare la decisione nel contesto di una crescente paura del fondamentalismo e nella difesa della laicità della tradizione repubblicana.

È toccato prima al velo, proibito nelle istituzioni pubbliche e nei servizi, poi – dopo la serie drammatiche delle stragi del fondamentalismo islamico del Daesh, compresa l’ultima a Nizza il 14 luglio scorso – anche al burkini, un costume da bagno intero, col viso scoperto, sempre più usato nelle piscine e nelle spiagge, francesi e non, dalle donne musulmane. Davanti alle decisioni di una trentina di comuni del litorale mediterraneo che lo proibivano è dovuto intervenire il Consiglio di stato francese (26 agosto) a sdoganarne l’uso e a confermarne la legittimità.

La discussione sul velo e sui segni «ostentati» dell’appartenenza islamica non è solo francese, ma nel paese transalpino la rigidità di una laicità escludente – e la sua applicazione rigorosa – minaccia di implodere in indirizzi controproducenti. In una inchiesta apparsa su Le Journal du Dimanche (18 settembre 2016) si mostra la buona integrazione della popolazione musulmana nel contesto nazionale, ma una preoccupante rottura e resistenza da parte delle generazioni più giovani e delle donne. Queste ultime sono molto più severe degli uomini  in materia di costumi: solo l’85% accetta di essere visitata da un medico maschio (per gli uomini il 97%); il 59% tollera un bacio in pubblico con un uomo (è il 77% per gli uomini con donne). Così per il velo. Il 70% delle donne è favorevole al chador (meno al burka, il 28%), mentre per i maschi è rispettivamente del 58% e del 20%. Dodici anni dopo la legge sul velo, l’interdizione non convince i musulmani e le musulmane francesi. Un terzo di loro lo porterebbero se vi fossero le condizioni (11 punti di percentuale in più di quindici anni fa).

Il 50% dei giovani, con meno di 25 anni, ingrossa le fila più intransigenti (il 28% dell’insieme della popolazione musulmana). Essi vivono una rottura con i valori repubblicani, appoggiano il velo integrale  (burka) e la poligamia. Lo studio sostiene che i riferimenti non cambieranno col modificarsi dell’età degli interessati. Come a dire che c’è da attendersi una generazione più radicalizzata delle attuali.

Pensare di risolvere questa frattura culturale e civile con disposizioni di legge sempre più restrittive, senza mettere in discussione le forme della presenza delle religioni in pubblico e la loro capacità di alimentare i valori civili, diventa poco credibile. Dal velo al burkini, dal burkini agli avverbi, dagli avverbi agli ossimori?

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