Notre-Dame: la reliquia dei post-moderni

di: Giuliano Zanchi

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L’aspetto più sorprendente dell’incendio della cattedrale di Notre-Dame a Parigi resta senz’altro l’immediata sovradeterminazione simbolica e l’istantanea ipereccitazione emotiva che ha da subito circondato il corso degli eventi. Tra i molti commenti della primissima ora, solo la consueta franchezza di Vittorio Sgarbi ha dato la reale misura dell’accadimento, ridimensionando il senso di perdita aleggiante attorno alla Cattedrale in fiamme. Essa è il frutto di una ricostruzione ottocentesca (del famoso Violet-le-Duc padre del nostro immaginario gotico), non contiene capolavori clamorosi, nulla è perso di irreparabile, l’essenziale è stato messo in salvo e la chiesa sarà ricostruita pressoché identica in tempi relativamente brevi.

Ma le immagini dell’incendio trasmesse in diretta planetaria hanno saputo insinuare un generale senso di sgomento che ha subito trovato i suoi canali di manifestazione, modellato le proprie retoriche, attivato gli ormai consueti meccanismi della sensazione generale. La natura catalizzatrice della rappresentazione mediatica ha agito di nuovo in tutta la sua potenza incantatoria. Un fatto certamente clamoroso, ma tutto sommato contingente, ha per qualche ora assunto le dimensioni di una rivelazione apocalittica e ha indotto in moltissimi le percezioni di un lutto personale, in una miscela di sentimenti collettivi che hanno dato slancio e disinvoltura a parole dominate da un’enfasi incontrollata e da una emotività alquanto conturbata.

Immagini della fine

Gli accenti spengleriani di molte analisi spese negli studi televisivi e riprese sulle colonne dei giornali non hanno lesinato certe lugubri armoniche sul tramonto dell’occidente annoverando anche il frame della cattedrale «in agonia» tra le molte «immagini della fine» di cui va facendo collezione il nostro tempo. Certi improbabili accostamenti con la tragedia delle torri gemelle e il disastro dell’«undici settembre» danno bene la misura dell’esaltazione letteraria capace di grondare da un fatto che resta pur sempre un grave incidente.

Naturalmente il brusìo della rete resta il più fecondo terreno di manifestazione delle reazioni più immediate e sintomatiche. Con tutti gli umori e i registri che i social sono in grado di agitare. In prevalenza legate a un’angoscia indeterminata che ognuno ha subito associato alle proprie biografie personali in una marea di selfie e in una fiumana di commenti addolorati, che tutti hanno diversamente incanalato vuoi come ferita a quel culto del patrimonio artistico che oggi è per molti una sorta di religione laica, vuoi come pretesto apologetico di un orgoglio cattolico in cerca di riscatto, vuoi come sfogo di un’emozionalità europeista oggi in sofferenza. In qualche caso anche con brutale acidità agnostico giacobina: «vedere bruciare una chiesa non ha prezzo», sono riuscito a leggere tra la selva delle parole in libertà che si scatena in questi casi.

Ma in generale nella bolla di un coinvolgimento emotivo che tutti si sono sentiti nel bisogno di verbalizzare e di iconizzare. Fine dell’occidente e riscatto della civiltà sono stati orizzonti su cui proiettare, attraverso l’incendio di una chiesa, sentimenti individuali sul proprio posto nel mondo e sul senso della vita. Effluvi mediatici che per loro natura hanno miscelato intonazioni variabili, melense, acide, retoriche, esaltatorie, grevi, polemiche.

Nostalgia dell’umano

Ora l’incendio è stato spento, la febbre è calata, l’attenzione mediatica si dirada e sui social già tutti sono altrove. Dove il tema resta in agenda si cominciano a sentire le voci di chi si chiede come un’emozione così intensa non contagi con la stessa forza e la medesima propagazione nel caso delle tragedie del mare o delle continue escalation belliche alle porte dell’Europa.

L’impressione dell’evento, che ha scomodato la partecipazione dei capi di stato e agitato i sentimenti della gente comune, cede lentamente il passo a quella normalità cui si torna ogni volta con impressionante facilità. Tuttavia resta intensa l’impressione per un coagulo emotivo così imponente realizzato attorno alle sorti di una chiesa cattolica. Mi sembrerebbe ingenuo immaginare risvegli spirituali, rinascenze culturali, resurrezioni civili, per le quali ci vuole ben altro che trepide emozioni popolari, peraltro spesso incanalate radicalmente altrove. Semmai tutto quanto segnala il vivo sentimento della loro improbabilità. In queste ore di spettacolo e di sgomento Notre-Dame si è rivelata essere vera reliquia di un mondo cui possiamo legarci solo attraverso la nostalgia.

Quel passato umanistico e cristiano da cui ci siamo sostanzialmente già congedati per entrare in una nuova civiltà. Niente di tragico e apocalittico in tutto questo. Piuttosto un’indistinta subliminale apprensione per qualcosa del vecchio mondo da dover portare con noi affinché quello nuovo possa rimanere umanamente ospitale. Qualcosa che per ora non sappiamo che rimpiangere, ricordare o ammirare in forma di patrimonio culturale. La Cattedrale di Parigi, per credenti e laici, è una delle più formidabili teche di questa misterioso oggetto della nostra nostalgia desiderante. Ecco perché tutti hanno pianto vedendola bruciare.

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Un commento

  1. renato brandolese 17 aprile 2019

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