L’Occidente e il cristianesimo

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decostruzione

Ciò che sono e ciò che penso – che lo sappia o no – è un parziale e limitato risultato provvisorio della storia. Non si tratta semplicemente della storia recente, ma di processi che abbracciano secoli. Come dicevano Paulo Coelho e Raul Seixas: “eu nasci há dez mil anos atrás”, “sono nato diecimila anni fa”. O come affermava Jacques Lacan: “Il soggetto non dice, non parla. Il soggetto è detto e ‘parlato’ a sua insaputa”.

Così mi pare di capire che non posso giocare con pensieri e discorsi, presumendo neutralità e imparzialità. Sono proprio io che liberamente decido, ma continuo come un esito di eventi, contraddizioni, dialettiche che raramente mostrano nella storia un’alleanza con una possibile evoluzione etica e politica dell’umanità, che, invece, quasi sempre, si sposano con percorsi di ingiustizia e distruzione.

Tra le altre cose sconosciute e nebulose, un’eredità recente mi sembra indiscutibile: sono un figlio della modernità capitalista ed eurocentrica che è allo stesso tempo oggetto primario delle mie critiche.

Tutte le volte che penso alla modernità, in primo luogo, mi viene in mente la frase di Marx ripresa da Marshall Berman: “tutto ciò che è solido svanisce nell’aria”, anticipazione chiara e indiscutibile della “modernità liquida” di Bauman. Ma non dimentico il radicale dissolversi dei fondamenti con la nietzschiana morte di Dio.

Così da quando, negli ultimi decenni, diventa quasi egemonico il paradigma derridiano della decostruzione, è stata molto forte la tentazione, certamente presuntuosa e anche un po´ stupida, di pensare che non c’era niente di nuovo sotto il sole.

Mi pare di aver capito che decostruzione in Derrida non è un intervento umano né un metodo di indagine. È la constatazione di un fatto: la decadenza di certezze, concetti, valori, orientamenti ideologici e religiosi nell’ambito del processo del pensare. Scompaiono, muoiono e lasciano tracce della loro preesistenza, ma non colmano il vuoto, il nulla. E il nulla non appare procurato e scelto, ma contamina e sfida nuovamente il pensiero.

Decostruzione che niente ha in comune con smontaggio o distruzione, ma, piuttosto con solipsismi estetici e distanti dalla materialità della storia, come mostra Paulo Arantes nella sua visita al museo dell’ideologia francese, farsa che ripropone nell’attualità la falsa radicalità critica dei giovani hegeliani criticati da Marx nell’Ideologia Tedesca.

E Arantes continua mostrando che gli esiti soggettivisti e meramente estetici degli intellettuali francesi, dopo la stagione sartriana, appaiono chiaramente negli Stati Uniti, dove la scuola di Yale si riconcilia con il pensiero continentale e ricicla, nell’ambito della critica letteraria, la decostruzione derridiana, in obbedienza canina al sistema vigente.

Il rischio – assolutamente moderno o, se volete, postmoderno – è coltivare queste derive soggettive e intimiste. Infatti, capitalismo e Stato, con i loro annessi e connessi, come il fascismo, non sono meri processi soggettivi. Sono processi storici, materialmente storici, e come tali devono essere affrontati. Se la decostruzione come paradigma ignora la distruzione, si allontana colpevolmente dalla tragedia delle vittime della storia.

decostruzione

Paulo Arantes

È per me consolidato il concetto che è la libertà umana la causa del male e, per questo, indiscutibilmente, è insostituibile la parola critica ed etica offerta alle soggettività. Ma, se le armi della critica e dell’etica ci tradiscono e si pongono a servizio dell’establishment, in uno scenario di sottomissione al nulla, chi – e come? – potrà contribuire alla causa della giustizia e alla trasformazione della realtà, insieme alla conversione delle coscienze?

Arantes, in una recente intervista, ci parla ironicamente del tramonto del comunismo sovietico e, a partire dalla sua decostruzione, dovuta all’ormai insostenibile irrilevanza dei valori sovietici, definisce la Perestroika come una ricostruzione in cui Michail Gorbačëv e soci, semplicemente segarono il ramo dell’albero in cui stavano seduti. E così accelerarono il processo di nientificazione e fine del regime.

Confesso che, alla fine, è questo ramo segato che frulla nella mia testa. Se – e non rinnego niente di quanto detto sopra – scoprissimo processi di decostruzione, di sparizione di dogmi, valori, concetti, tradizioni, nell’ambito del Cristianesimo e segassimo il ramo su cui sediamo, il Cristianesimo comincerebbe a sparire e morire come il comunismo nel 1991?

Mi viene in aiuto Jean Luc Nancy con i suoi testi sulla decostruzione del Cristianesimo. Processo che per lui è costitutivo del monoteismo cristiano. Un dio che non è presente, che si ritira e che, a ben osservare, si è ritirato kenoticamente da sempre. Evento cruciale che appartiene anche alla tradizione giudaica: il tzimtzum, il ritrarsi e sottrarsi di Dio, fin dall’inizio dei tempi. Decostruzione che è antica, originaria, che ispira Lutero ancor prima di Nietzsche.

Decostruzione non capita dall’Illuminismo e dai suoi attuali eredi, che si accaniscono a negare un Dio pensato come fondamento, la cui vera caratteristica, ignorata dai Lumi, è negarsi da sempre. E così come esito ci confrontiamo con una secolarizzazione forgiata a partire di equivoci e amnesie filosofiche. L’Occidente non avrebbe, quindi, capito né il monoteismo cristiano, né la sua traiettoria, distinta certamente dalla religione, ma innegabilmente ad essa legata.

Infine, se segassimo il ramo dell’albero-religione su cui sediamo, non incontreremmo il vuoto, il nulla, ma la possibilità di cercare l’umanità di Dio in Gesù di Nazareth e nel suo Vangelo. Nel ridursi kenotico di Dio siamo invitati a cercare cammini di agape, di misericordia, l’unica ontologia che può governare il mondo.

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Un commento

  1. Fabio Cittadini 10 aprile 2022

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