Quando un “giullare” educa e consola

di: Michele Giulio Masciarelli
Flavio Insinna

Flavio Insinna interpreta don Bosco nell’omonimo film di Lodovico Gasparini (2004).

Certamente l’appuntamento culturale, l’informazione, l’approfondimento di temi politici, sociali, religiosi, i dibattiti su temi etici di rilievo sono importanti e intessono una rete formativa e pedagogica di fondamentale importanza che aiutano ad abbozzare risposte personali ai grandi “perché” dell’esistenza e portano a conoscere il proprio tempo, a stimarlo, a vederne i limiti e i pericoli, e a vivere le “croci dell’ora” con più consapevolezza critica e con un grano di speranza in più.

Fra gli uomini di spettacolo

Servono, però, anche i momenti d’intrattenimento musicale, di gioco (anche gli adulti ne hanno bisogno), di relax e perfino di distrazione. Accade anche di constatare che tra gli animatori di questi momenti “leggeri” c’è grande differenza, oltre che professionale, anche di stile umano e pedagogico: ci si imbatte talora in personaggi che, nella loro comunicazione, immettono, senza bigotteria e senza retorica, semi di sapienza di vita di bel pregio.

Uno di questi è l’attore siculo-romano Flavio Insinna, il quale riesce a mescolare, con garbo e simpatia, dentro la trama del suo popolare programma – I pacchi – l’intrattenimento piacevole e il richiamo all’impegno sociale: è un mondo altro che egli indica appena oltre il bordo dell’intrattenimento ludico che movimenta e vivacizza da saggio “giullare”, come ha voluto chiamarsi, anche nella recente intervista concessa a L’Osservatore Romano del 13 dicembre 2016, raccolta da Giampaolo Mattei, che qui vogliamo echeggiare.

Nelle trine di un’intervista

Tra le parole del giornalista che interroga e quella che Insinna usa per rispondere si crea una polarità felice, una tela lieve – viene in mente di dire fatta di trine delicate – che intride curiosità e desiderio di evidenziare la bellezza umana e spirituale. In un tempo nel quale i filamenti della volgarità s’intrecciano sempre di più creando tele nerastre dalla tessitura sgarbata e inattraente, è il caso di rifarci l’occhio e l’anima ad osservare la filigrana che sottende a esperienze belle di spettacoli che hanno il tono di incontri umani, ai quali non manca lo smalto dell’ironia benevola, della discreta e amicale intrusione in vicende di vita dei concorrenti del gioco che bene fanno allo spirito e che rilanciano, un poco a sera, la voglia di sperare.

Si vuole, così, entrare nella breve “vigna” dell’intervista al fine di esplorarla, in punta di piedi e d’anima.

Una tonaca nera e un camice bianco

Quel prete con la “tonaca lisa”. Insinna ce l’ha con i preti, in senso buono: non li lascia perdere, quasi li rincorre nel suo “mestiere” di attore. Cinque serie di Don Matteo diretti da Enrico Oldoini (2000, 2001, 2002, 2004, 2005); il Padre Pio, di Carlo Carlei (2000); il Don Bosco, di Lodovico Gasparini (2004); La buona battaglia – Don Pietro Pappagallo, di Gianfranco Albano (2006). A questi soggetti televisivi s’aggiungano o si facciano precedere la sua partecipazione a Maria figlia del suo figlio e Christus, di Fabrizio Costa (1999); Maria Goretti, di Giulio Base – film TV (2003); San Pietro, di Giulio Base – miniserie TV (2005).

Una parola in più sul suo Don Bosco: La “tonaca” di don Bosco egli l’ha indossata con particolare trepidazione perché sentiva che era un simbolo di dedizione: quella “tonaca” s’era «consumata per aiutare gli altri in nome di Cristo». E poi era cosciente, interpretando don Bosco, che un santo vive due città, perciò sfugge alla fine perché è soprattutto di “lassù”. Egli sa bene che, con una buona preparazione, si può «interpretare un cow boy, ma non don Bosco».

Vorrei dire due parole su don Bosco educatore. La prima: tu lo affermi da altra angolatura, io da quella educativa, che conosco di più. Ho letto che hai stropicciato la veste talare che ti è stata data per interpretare don Bosco dormendoci, sfregandola con spazzole e con altre tue trovate magari di fortuna. Quella talare che tanto ti ha affascinato era “consumata” dal fuoco della sua pedagogia, retta da due parole avvolte a treccia: l’amore e la benevolenza.

In un mondo in cui i ragazzi sono traditi, disseccati, triturati, strumentalizzati, è da conservare questa eredità. Educatore di cuore, il tuo don Bosco ha ispirato e ispira ancora l’educazione del cuore, inteso alla Pestalozzi, come “amore pensoso”: egli lo rende con una parola divenuta sacra per i salesiani: la benevolenza (è l’amore con la ragione, è la carità dolce e motivata).

Oh, le tonache lise dei grandi preti italiani… Voglio nominarteli perché sono tonache sorelle di quella di san Giovanni Bosco che hai sentito su di te come la tua prima pelle: quelle di don Luigi Orione, di p. Giovanni Semeria, di don Giovanni Minzoni, di don Clemente Rebora, di don Luigi Sturzo, di don Primo Mazzolari, di don Giuseppe De Luca, di don Lorenzo Milani, di p. Davide M. Turoldo, di don Giuseppe Puglisi, di don Oreste Benzi… Lasciamo questi nomi senza glosse per non stirare e lucidare le loro tonache lise…

Quell’uomo col “camice del medico”. Dopo la “tonaca del prete”, t’intride il “camice del medico”, non solo perché anche quello è un segno del servizio all’uomo, ma perché evoca il mestiere e la figura di tuo padre, una persona da cui non ti sei mai allontanato, meno ancora dopo che egli ti ha lasciato. Ti confido che, in un’epoca senza padre come quella che dura da tanto, il tuo libro-testimonianza sul tuo rapporto con tuo padre, Neanche un morso all’orecchio (2015), lo trovo “mirabilmente inattuale”, per usare una splendida espressione usata in altro campo da un mio conterraneo, Giuseppe Capograssi, per Antonio Rosmini.

Tornando alla nostra intervista: tu racconti che, per tanti motivi, non l’hai seguito nella professione di medico, ma un punto di essa lo pratichi. Ricordi anche che tuo padre diceva che un medico deve sapere tutto della famiglia che visita, conoscere i problemi umani, anche perché il paziente impaurito diventa come un bambino e per lui il sorriso diventa fondamentale. Ed è qui che ti inserisci nel mestiere di tuo padre facendolo, in qualche modo, rivivere, come dici tu stesso: «Cerco di percorrere quella stessa strada e, da giullare, tra un libro e una poesia, provo anch’io a far stare meglio le persone strappando un sorriso».

Credo non si sia molto coscienti che ci si trovi oggi in un tempo venato da tristezza, nonostante il suo rumoreggiare frastornante, nel quale c’è un’indisponibilità evidente alla gioia, solo malcelata dalla febbre di piacere che lo surriscalda: disamore, finitezza, morte, dolore, male, menzogna sono fili neri che intessono la terribile tela della tristezza, una delle tante rughe che segnano il volto dell’uomo contemporaneo. Ma, se la gioia – come affermava Paolo VI – «viene d’altronde», da dove viene la tristezza all’uomo d’oggi? Originale è la risposta di Ratzinger teologo: «Il motivo della nostra tristezza è la vanità del nostro amare, la tirannia della fi­nitezza, della morte, del dolore, del male, della menzo­gna».[1]

Ti porti dentro, Flavio, gli insegnamenti umanitari che quell’uomo col camice bianco ti ha lasciato in eredità, una passione particolare: prendere sottobraccio lo zoppo che non può camminare. Dentro questo insegnamento c’è una nascosta trama antropologica: il diritto a camminare è di tutti e il dovere di aiutare a camminare è dovere di tutti.

Non pare troppo dire che, in quell’invito, ci sia un richiamo al principio della reciprocità: noi siamo dagli altri, perciò siamo per gli altri. Dovremmo davvero star fermi all’esortazione del filosofo Michel de Certau: «Mai senza l’altro»… Ha ragione papa Francesco a dire che l’indifferenza verso l’altro è la negazione dell’umano e non può essere regola o principio di vita, perché è solo un virus capace di ammalarla. Invece semente di vita è il fermento che quell’uomo dal “camice bianco” ha buttato fra le pieghe del tuo spirito quando ti ha raccomandato di non dire “mio” per ogni cosa.

In più, il rispetto che ti ha inculcato per i diversamente abili: è da questo principio interiore che nasce la tua stizza per le risorse che vengono tagliate sul capitolo dei disabili e dei poveri, fino a farti dire che ciò costituisce un’ingiustizia e una sconfitta per tutti.

Tre grandi sapienze pedagogiche

«Non “classi speciali”, ma insegnanti speciali». Nell’intervista che sto echeggiando, mi intricano alcune venature pedagogiche sulle quali val la pena creare un’eco più lunga. Due in particolare. Mi riferisco anzitutto a quanto dici e fai, nei panni del prof. Felice Giuliano, nel film di Andrea Porporati La classe degli asini: denunci in modo forte e credibile l’assurdità delle “classi speciali”, dove venivano rinchiusi i disabili. Impressiona la passione sofferta con cui interpreti lo scardinamento di un sistema scolastico, dal quale, negli anni 70, si esce con lo sforzo d’inserire gli alunni svantaggiati nelle “classi normali”, per compiere, negli anni 90, il felice salto dell’integrazione e dell’inclusione piena.

Mi ha colpito – e te ne voglio parlare – quanto hai affermato nell’intervista a Mattei: «Ora che non ci sono più quelle terribili classi speciali servirebbero più che mai insegnanti speciali». Non so se tu volessi attribuire a questa espressione (“insegnanti speciali”) un senso tecnico, magari più evoluto della dizione “insegnanti specializzati”, di cui parlava la Legge 517/1977. Intuisco che tu volessi allargare lo spettro del significato di “speciale” e me ne compiaccio. Allora è da dedurre che occorrono insegnanti speciali sempre e per tutti: le donne e gli uomini che insegnano debbono essere comunque speciali.

In verità, la scuola la fanno davvero bene gli insegnanti che diventano maestri: i due titoli non coincidono. Si può essere insegnanti senza divenire maestri e si può essere maestri senza essere mai stati insegnanti. Un esempio illustre: Gesù non è stato insegnante: egli forse è stato senza scuola e senza libri (se non le Scritture); senz’altro è stato senza titolo; eppure egli è di più: è Maestro. è stato infatti un conoscitore di cuori: conosceva bene il cuore del Padre e il cuore dell’uomo, come ha affermato papa Wojtyla nella sua prima omelia pontificale: «Egli sa cosa c’è dentro l’uomo, lui solo lo sa».

Non bastano insegnanti, caro Flavio, nemmeno “speciali”: la disgrazia è proprio che mancano i maestri. Il titolo di maestro – di cui Tommaseo con bella enfasi evidenzia il significato di magis-ter: uno che sa o “sapora” tanto di più di altri – è un titolo che si merita sul campo. Le nuove generazioni sono per lo più educate solo col paradigma delle «conoscenze, competenze e capacità», iniziazione ad alfabeti di saperi particolari, a codici linguistici elaborati, senza più alcun riferimento a tavole valoriali, a modelli d’esperienza di vita. Questo non va. Il prof. Felice Giuliano lo pensava, e tu con lui.

“Rallentare per aspettare”. Nella tua intervista raccolgo un altro grano di saggezza educativa, caduto come per caso: «Rallentare per aspettare chi non ce la fa è sempre un’esperienza positiva». Questo verbo “rallentare” presenta oggi i tratti dell’urgenza. La fretta non serve, la fretta guasta e, tanto meno, deve ossessionare l’esperienza educativa. è vero: c’è una meritevole “fretta” pedagogica che sa subito intervenire e intraprendere quando l’ora urge, ma c’è anche una “fretta” che non sa attendere i tempi giusti di crescita e di ripresa, che manca della pazienza nell’aspettare che tutti camminino, dell’umiltà nel saper sostare quando è ora, del senso della pensosa compagnia, della saggezza di fermarsi quando il ritmo educativo è troppo accelerato. Guai a non capire che c’è un saper perdere tempo che è significativo e premiante…

Flavio, nelle grandi esperienze formative il tuo invito a “rallentare” lo declino come un abbandonare – in tutti i campi, anche nella vita di Chiesa – il mito olimpico della velocità, perché tutte le forme di vita hanno bisogno, fra l’altro, di buona lentezza, di ponderatezza, di gradualità, di soste, di “ritorni indietro”: infatti, in un cammino comune ci si deve proporre di arrivare insieme, non di arrivare primi.

Peraltro, noi non riterremmo buono un chirurgo solo perché “incidesse” con fretta un cuore, un polmone, un rene… Né noi siamo, nell’esperienza musicale, amanti solo delle “marce” veloci e delle accelerazioni frenetiche all’interno di una sinfonia; la musica offre a gustare anche i suoi “Rallendando”, “Adagio”, “Lento”, “Lentissimo”…

Inoltre, resta sempre vera l’altra considerazione, di natura ancora più seria: Chi ha fretta non t’ama. Forse, ancora una volta, paradossalmente la “via” giusta va trovata negli strettissimi spazi che distinguono e avvicinano i termini opposti dell’ossimoro che, questa volta, così suonerebbe così: Bisogna avanzare lentamente veloci e velocemente lenti…

“Aboliamo il verbo tollerare”. Veramente si ha un po’ d’imbarazzo a congedarsi da quella parola, senz’altro benemerita, che è la “tolleranza”, perché è stata vessillo di tante lotte culturali, politiche, riguardanti i diritti civili e anche quelli religiosi, come la libertà di culto. Tuttavia, Flavio, hai ragione: bisogna abolire il verbo “tollerare” in diversi contesti e a tanti livelli. Oggi, siamo dentro la “tenda planetaria”[2] e s’impongono, non più la sola tolleranza, ma l’accettazione e la valorizzazione delle differenze, che sono considerate come valori, risorse e di­ritti: perciò, tollerare non basta.[3] E poi, diciamocelo: tollerare significa “sopportare”, e questo è offensivo sia per chi deve sopportare sia per chi si sente sopportato…

L’at­teggiamento etico della tolleranza, venutosi a forma­re nel movimento dell’Illuminismo borghese euro­peo (Locke, Voltaire ecc.), non interpreta più la si­tuazione di complessità del mondo d’oggi: «Oggi, nella società delle differenze, nella società multiculturale, multietnica, multirraziale e multireligiosa la tolleranza non basta più, perché in questa nuova si­tuazione non possiamo relazionarci all’altro con un semplice atteggiamento di rispetto. È già tanto, ma è anche troppo poco. Oggi il problema è che con l’al­tro dobbiamo convivere e soprattutto costruire un destino comune. C’è bisogno di passare da atteggia­menti semplicemente di rispetto e di tolleranza ad atteggiamenti di cooperazione, di convivialità, di sim­patia, per un cammino di civiltà da fare insieme».[4]

Al tuo invito ad “abolire il verbo tollerare”, tu fai seguire il pensiero positivo: «Serve un’espressione più accogliente che esprima la voglia di conoscersi e integrarsi. Ci si arricchisce solo nelle reciproche diversità». Questo proposito si può realizzare solo educando a stili conviviali[5] e coltivando un “ego” di pace come soggetto di una cultura planetaria[6] mediante una pedagogia dei gesti che si può realizzare esercitandosi nell’accettare l’altro, nel riconoscerlo per quello che è, nel rispettarlo, nell’accoglierlo si direbbe biblicamente “fra le proprie cose”, col senso anche laicamente “sacro” che si deve alla persona umana.

E, se parliamo di diversi, la convivialità comporta la confidenza di appartenere alla stessa famiglia ecclesiale: l’essere nati dallo stesso letto nuziale (fonte battesimale) e l’essere commensali alla stessa cena di famiglia (altare-mensa), pretendono un atteggiamento consequenziale di calda intesa, di sincera e partecipe amicizia, di mutua solidarietà, di comunione retta dai questi fili della fratellanza e della sorellanza che formano «una fraternità mistica, contemplativa, che sa guardare alla grandezza sacra del prossimo, che sa scoprire Dio in ogni essere umano».[7]


[1] Maria Chiesa nascente, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1998, p. 54.
[2] M.G. Masciarelli, La tenda planetaria. Educare alla mondialità, Tau Editrice, Todi (PG) 2014.
[3] Sui valori e i limiti della tolleranza, anche con riferimento alla dimensione educativa, cf. J. Maritain, Tolleranza e verità, Morcelliana, Brescia 1976; Aa.Vv., Uguali e diversi nella storia, il Mulino, Bologna 1986; a. nanni (a cura di), Intolleranza, pregiudizio ed educazione alla solidarietà, LAS, Roma 1991.
[4] a. nanni, Conflittualità e tolleranza, in Mondialità, 23 (1992) 20. Sulla raffinata educazione alla convivialità delle culture, cf. M. Montani, L’universalismo culturale: identità che si coniugano con alterità, in Orientamenti pedagogici, 38 (1991) 509-521; S. Curci – A. Fucecchi – A. Nanni, Progetto Convivialità. Un’etica pubblica per l’Italia plurale, EMI, Bologna 2012.
[5] Cf. A. Nanni, Educare alla convivialità, EMI, Bologna 1994.
[6] Cf. aa.vv., Una nuova mondialità per un futuro di pace, Fiesole [FI] 1994. Cf. L. Boff, Spiritualità per un altro mondo possibile. Ospitalità, convivenza, convivialità, Queriniana, Brescia 2012.
[7] Francesco, Esort. ap. post-sinodale Evangelii gaudium (24.11.2013), n. 92.

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