Cina-Uiguri-USA: libertà religiosa e diritti

di: Lorenzo Prezzi

Cina libertà religiosa

La dichiarazione pubblica di 130 sapienti islamici statunitensi (imam, docenti, ricercatori universitari) a difesa della popolazione islamica degli Uiguri in Cina permette di illustrare una vicenda poco nota del paese asiatico e l’utilizzo del riferimento alla libertà religiosa nella politica estera degli USA.

Nel Nome di Dio, il Benevolente, il Misericordioso,

tutte le lodi sono dovute ad Allah, e possa il Creatore mandare le Sue benedizioni e i Suoi saluti sul nostro maestro, Maometto, e sulla sua famiglia e i suoi compagni.

Noi, imam, accademici e guide delle comunità affermiamo e dichiariamo qui i seguenti punti fondamentali:

  • Chiediamo alla Repubblica popolare cinese di liberare gli Uiguri dai suoi campi di concentramento, di riconsegnare i bambini alle loro famiglie e di ristabilire la loro libertà religiosa.
  • Ci rivolgiamo ai nostri vicini di altre fedi nel dare supporto a questa richiesta.
  • Chiediamo ai nostri concittadini di non comprare più merci prodotte attraverso il lavoro schiavistico in questi campi.
  • Ringraziamo il governo degli Stati Uniti per aver sollevato la questione dell’abuso dei diritti umani e della detenzione nei campi di concentramento, chiedendo al resto del mondo di fare lo stesso.
  • Chiediamo a tutta la gente di esprimere solidarietà al popolo degli Uiguri radunandosi a Washington il 26 aprile 2019.
Centri di formazione o campi di concentramento?

Nei «centri di formazione e di acquisizione di competenze» della regione cinese dello Xinjiang (al nord della Cina, al confine con Kazakistan, Pakistan e Mongolia) sarebbero presenti oltre un milione di cinesi di etnia Uiguri e di religione islamica. Ma, come ha fatto notare il ricercatore tedesco Adrian Zenz, i muri di cinta, le barriere, le torrette, le porte blindate e il controllo video sistematico, fanno dire agli oppositori che si tratti di «campi di concentramento e di lavaggio del cervello».

Gli Uiguri rappresentano il 45% della popolazione dello stato (circa 10 milioni). L’altro gruppo, largamente maggioritario in Cina, qui presente è quello degli Han (40% circa). Questi ultimi, la cui immigrazione è fortemente sostenuta dallo stato centrale, occupano i posti di responsabilità nell’amministrazione, nell’esercito e nelle industrie.

Il latente conflitto etnico-religioso è esploso fra il 2012 e il 2014 con scontri e atti terroristici, spesso ispirati all’ideologia fondamentalista di Daesh. Nel 2013 ci furono 5 morti e 42 feriti a piazza Tienanmen a Pechino; nel 2014, 31 morti e 143 feriti a Kunming; nello stesso anno 43 morti e 90 feriti a Urumqi. Nella regione dello Xinjiang si contano più di 700 morti, per gran parte di etnia Uiguri.

In questo contesto nascono le disposizioni legislative più dure: interdizione del velo, delle barbe, delle letture coraniche (il testo coranico è stato rifatto in una traduzione più «coerente» allo stato cinese), delle preghiere nelle abitazioni. Ogni preghiera o atto religioso è ragione sufficiente per la reclusione. Ai piccoli gesti quotidiani di insofferenza etnica (rifiuto dell’affitto e altro) si aggiunge il disprezzo razziale. È facile che gli Uiguri vengono fermati per strada per il controllo dei documenti e per il riconoscimento facciale, usato su larga scala.

manifestazioniLa tensione etnica, che si vuole risolvere con la massiccia immigrazione dell’etnia Han come è stato fatto in Mongolia e nel Tibet, assume i toni della guerra al terrorismo attraverso il controllo poliziesco e le normative di de-radicalizzazione dal fondamentalismo. Nel 2016 arriva a dirigere la regione un ex-militare, Chen Quanguo, già amministratore di ferro del Tibet. Chiede e ottiene 90.000 nuovi poliziotti e utilizza in forma sistematica le nuove tecnologie per il controllo, dalle telecamere al riconoscimento facciale, fino alle verifiche automatiche dell’identità. Crescono a dismisura i campi di rieducazione come avviene in Tibet, proprio mentre in Cina vengono smantellati i centri di detenzione «politici» senza processo della tradizione della rivoluzione culturale.

Dai campi di rieducazione gli Uiguri escono con la firma di un documento che impegna a denunciare chi nella propria famiglia continua nella pratica religiosa islamica. Se l’etnia Han è facilitata nell’immigrazione quella Uiguri è facilitata nell’emigrazione. Un gruppo consistente si insedia in Turchia, oltre che nei vicini stati di tradizione islamica.

I buoni musulmani

Un secondo gruppo di islamici, della etnia Hui (10,5 milioni), presente nella regione Ningxia (a Sud di Pechino) e da tempo assimilata e mescolata con la etnia Han, viene invece promossa come modello. È permesso il velo femminile, vengono costruite le moschee, la regione è il luogo di destinazione delle visite provenienti dai paesi islamici, si stimola lo studio dell’arabo e i viaggi internazionali. Tutto senza mettere in questione il sistema complessivo di controllo, la fedeltà al partito e allo stato.

L’imperativo della «cinizzazione» delle culture e delle religioni riguarda l’insieme del paese. Non è casuale che vessazioni amministrative verso le comunità protestanti non riconosciute siano all’ordine del giorno, come pure la rimozione dei segni ostensivi (come le croci esterne alle chiese). Anche i processi di controllo sono spalmati sull’intero territorio. È il caso del riconoscimento facciale già ampiamente utilizzato dalla polizia. L’altro strumento è il sistema di credito sociale che è già entrato in vigore in città come Suquian (5 milioni di abitanti) a nord di Shanghai.

Ecco come funziona: a ogni attività/comportamento è legato un punteggio che cala per quelli censurabili e cresce con quelli apprezzabili. L’accesso al lavoro, alla casa e alle carriere è determinato dal punteggio. Partendo da 1000 per tutti quelli che non hanno problemi con la giustizia, i punti si possono aumentare, per esempio con la donazione di sangue o con l’attività di volontariato, ma anche diminuire (qualora si paghino le fatture in ritardo, violando il codice della strada o con un licenziamento).

Si è ancora a livello di sperimentazione, seppur su vasta scala. I giuristi non hanno mancato di sollevare interrogativi consistenti. Rimane la constatazione delle ricerche sociali che vedono il 70% della popolazione diffidente verso i compatrioti e le istituzioni.

Politica e libertà religiosa

La dichiarazione da cui siamo partiti dice la verità per quanto riguarda gli uiguri dello Xinjiangi. Anche il governo della Turchia, al cui interno è presente un consistente numero di persone dell’etnia cinese, ha formalmente protestato presso Pechino per le persecuzioni di quell’area, parlando di «vergogna dell’umanità». Subito rimbeccato dal governo cinese che ha ricordato ad Ankara il non risolto problema del terrorismo fondamentalista e la composizione multietnica e multi-religiosa dello stato. Il riferimento è all’etnia curda da un lato e, dall’altro, all’uso delle disposizioni amministrative verso la minoranza cristiana in ragione delle difficoltà o meno delle minoranze turche-islamiche nelle regioni di confine della Grecia.

Trump

National Breakfast Prayer

Una declinazione politica è vistosa anche nella dichiarazione americana. I sapienti islamici riconoscono al governo degli Stati Uniti la positiva denuncia di violazione dei diritti umani e la difesa della libertà religiosa. Ci si può chiedere perché, allora, l’attuale amministrazione americana è intervenuta per un sostegno all’autocefalia della Chiesa ortodossa ucraina ignorando le nuove legislazioni penalizzanti nei confronti della Chiesa ortodossa filo-russa. Forse perché il senso anti-russo dell’autocefalia ucraina, come il senso anti-cinese della difesa degli Uiguri, sono funzionali alla politica estera di Trump.

Così si comprendono anche i risentimenti dell’amministrazione americana verso l’accordo della Santa Sede con il governo cinese a proposito della nomina dei vescovi, che è un segnale di libertà e viene invece denunciato come una sentenza contro le comunità cattoliche «illegali». Un complicato intreccio fra politica e libertà delle fedi che non toglie nulla alla verità delle affermazioni e alla condivisibiltà delle denuncie.

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