Fare scuola oggi

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pandemia

Dal 5 novembre, per 98.500 studenti dell’Emilia Romagna,  le porte della scuola sono rimaste chiuse. Per 50 giorni, senza contare i mesi da marzo a giugno dell’anno scolastico passato, l’attività didattica della secondaria superiore si è svolta a distanza. Dopo i tanti rinvii delle date di riapertura,  viene deciso il rientro a scuola al 50 %  per il 18 gennaio, con una ratifica improvvisa, a seguito del ricorso al Tar di 21 genitori della regione.

Notizia ghiotta per i media che in questi giorni si scatenano riportando  le  proteste di chi non ritiene sufficienti le misure di sicurezza adottate, le dichiarazioni dei  rappresentanti di tutte le parti in causa,  i pareri qualificati degli psicologi. C’è infatti chi denuncia ritardi di apprendimento, aumento di ricoveri al pronto soccorso per attacchi di panico, crisi psicotiche o depressive. Il tema principale che emerge dalle interviste sia degli esperti che degli studenti è quello della esperienza di socialità che viene negata con la didattica a distanza (DAD).

“Tra tutte le occasioni di socializzazione che dobbiamo recuperare  quella della scuola è la prima” (Pierluigi Viale, infettivologo). “I ragazzi hanno bisogno di riprendere la socializzazione e l’apprendimento in presenza. Speriamo colmino con la scuola il desiderio di socializzazione  che a scuola chiusa soddisfano in modo estemporaneo il pomeriggio incontrandosi in altri spazi” (Stefano Versari, direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale). I ragazzi, dal canto loro,  rimpiangono “la dinamica di classe, stare a lezione, dividere la merenda, passare i bigliettini, parlare e riabbracciarsi tra una lezione e l’altra” e lamentano  il  “distacco virtuale alienante” dai compagni  (Chiara Guidoni, studentessa).

La difficile presenza

Sorprende che non emerga mai un briciolo di rimpianto per eventuali laboratori,  lavori di gruppo,  iniziative fatte insieme ad altre classi, uscite didattiche,  partecipazione a eventi culturali del territorio, discussioni coinvolgenti con il prof e tra i ragazzi, tutte esperienze o impossibili o troppo complicate da vivere online … Probabilmente si dà per scontato tutto questo ritenendolo implicito nell’espressione “apprendimento in presenza”; tuttavia resta l’impressione che dalle osservazioni dei ragazzi emerga come la didattica a distanza comporti, per la maggior parte dei casi, semplicemente il trasferimento della lezione frontale del professore dalla cattedra allo schermo del tablet o del PC, ma che sempre di quella si tratti.

Anche il rimpianto delle ore passate fianco a fianco con i compagni, che forse si tinge un po’ troppo di rosa nel ricordo dei ragazzi, ora  assetati giustamente di relazioni con i coetanei, non tiene conto delle difficoltà di relazione che in certe classi emergono con devastante ferocia, ma che serpeggiano sempre sotto i banchi di ogni aula. Non è affatto facile inserirsi positivamente in dinamiche  di gruppo tra persone ancora in formazione,  a cui spesso l’insicurezza e il bisogno di riconoscimento  dettano comportamenti aggressivi ed escludenti.

Gli adolescenti, in questo esercizio fondamentale di cittadinanza volto alla  costruzione dell’equilibrio tra il proprio bisogno di affermazione di sé e il rispetto e  l’accoglienza della diversità dell’altro, non possono essere lasciati soli; soprattutto all’inizio del biennio o quando si manifestano tensioni e contrapposizioni che pregiudicano quel clima sereno in cui deve avvenire l’apprendimento, vanno pensati  frequenti momenti di lavoro in gruppo e attività guidate per sviluppare nei ragazzi capacità collaborative, per abituarli al confronto e al conflitto, quello sano che fa crescere.

Il nodo della didattica

Il problema, allora, non è tanto  lo strumento, ma la didattica: sebbene ci siano piattaforme e modalità di e-learning che rendono fattibile una lezione interattiva e partecipata, e tanti docenti le hanno applicate con ammirevole impegno e creatività,  è certamente ritornando a scuola e incontrandosi che si può dare più valore a ciò che è mancato nella DAD.

Come per tante altre realtà, anche per la scuola l’esperienza dolorosa della pandemia può allora diventare l’occasione per ripensare  agli indicatori e ai parametri della valutazione, alla relazione con i ragazzi e a quelle dei ragazzi tra di loro e con gli adulti,  all’importanza di insegnare i contenuti disciplinari insieme alle competenze di cittadinanza, all’attenzione alla persona dello studente e a ciò che sta vivendo, insomma a come bisogna  “fare”  per fare scuola o, come scrive don Milani, “come bisogna essere per poter fare scuola”.

Al ritorno in aula, si può vedere meglio e capire quel non verbale che  aiuta la dinamica comunicativa in una classe numerosa, se come adulti decidiamo di non fare finta di non vedere; e se abbiamo il coraggio di far nascere nei giovani degli interrogativi, invece che appiccicare risposte prefabbricate a domande inesistenti.

Non solo parole

Tante volte in classe un improvviso lampo di luce in uno sguardo adolescente, magari dal banco in fondo o all’ultima ora della mattina, può essere colto come un segnale di interesse che non si deve lasciare sfuggire: lo studente va subito sollecitato affinché lo trasformi in quella domanda o osservazione che fino a quel momento è chiusa  nella sua mente.

Talvolta l’entusiasmo maieutico dell’insegnante viene  tristemente deluso dall’ostinato rifiuto dell’alunno a condividere il suo pensiero che forse girava più intorno alla morosa che all’argomento della lezione, ma altre volte, e per la maggior parte, possono affiorare  considerazioni o collegamenti che al docente non sarebbero mai venuti in mente e che di primo impatto appaiono anche   un tantino azzardati, ma che, una volta superata qualche rigidità professionale, risultano originali e suggestivi, spesso capaci di suscitare altri interventi dei compagni.

Da uno schermo è molto più difficile vedere quella luce negli occhi, capace di compensare tanta fatica misconosciuta e di rimotivare in un attimo la scelta di un mestiere solitamente così poco  valorizzato dalla nostra società. Mai come in questo periodo, al contrario, per quanto dei professori e della loro fatica di questi mesi si parli molto poco, si è dato tanto valore alla scuola e quindi anche al loro impegno!

Addirittura si afferma che senza la scuola in presenza aumentano “risse, apatie, disagi, diffondersi di fake news: sembra che la mancanza del filtro educativo-riflessivo rappresentato dai compagni e dai prof abbia favorito i rischi distorsivi di un’informazione acritica e  semplicistica che trova nella rete il suo maggior diffusore virale, andando a sostituirsi al sapere-cultura” (Angelelli-Siracusan, Avvenire, 19/1/202).  La ministra Azzolina dice che “il rientro in classe è un atto di responsabilità  nei confronti dei nostri giovani.”

Si denuncia d’altro canto l’assenza di una politica capace di accompagnare la  scuola come pilastro della comunità; si dichiara che il diritto all’istruzione è tra i più sentiti in ambito sociale e si avverte come una priorità il ripristino della comunità scolastica.  Di fronte a questa riscoperta dell’importanza della scuola, ognuno di noi è portato a ripensare ai professori  che ha incontrato  nella sua esperienza di studente e che hanno davvero segnato (come dice l’etimo del verbo insegnare) positivamente la sua storia, ma anche a quelli che non ci hanno dato quasi nulla né come trasmettitore di un sapere né come adulti con cui confrontarsi.

Educare e insegnare

Oggi, tornando sui banchi, sentiamo di essere più esigenti rispetto al tempo che i ragazzi passano a scuola e al compito adulto di educare nel senso etimologico più radicale, evitando in tutti i modi che un insegnante che non è all’altezza del suo compito demotivi gli studenti per tutti i quarant’anni della sua carriera. È urgente valorizzare di più il lavoro dei docenti,  sostenerli  con periodi di formazione sulla didattica  alternati alla docenza, affiancarli nei primi anni e anche successivamente attraverso attività a classi aperte, percorsi di gestione dell’aula, corsi sull’intelligenza emotiva e sulla relazione d’aiuto, laboratori di  apprendimento cooperativo, offrire loro supporto psicologico e relazionale.

Ci sono scuole (come il Mattei di San Lazzaro a Bologna) che stanno formulando progetti di formazione per docenti perché siano in grado di aiutare i loro ragazzi; regioni che  pensano  di investire denaro per prolungare la scuola oltre la metà di giugno, compensando quello che è mancato ai ragazzi in un lungo anno di didattica a distanza; vescovi che, ribadendo l’importanza dell’alleanza educativa tra famiglie, scuole e studenti, in accordo con l’Ufficio scolastico, invitano “le parrocchie a mettere a disposizione spazi in cui gli studenti possano seguire le  attività curricolari, affrontare lo studio personale, e insegnanti fuori servizio o in pensione per integrare gli apprendimenti” (CEER, nota di venerdì 15 gennaio 2021).

Un compito speciale è infatti richiesto ai professori nella situazione attuale: accompagnare i loro studenti “a tenere conto del reale, soprattutto quando esso appare nel suo volto più ostile. (…) a “opporre, come direbbe Pasolini,  il desiderio di vita al desiderio di morte (…) testimoniando che la cultura non arretra di fronte al male, anche quando esso ha la forma impalpabile di un virus.” (Massimo Recalcati, Repubblica, 19/1/2021).

“Nessuno diventa uomo senza una grande prova di sé…” diceva Leopardi: non avremo una generazione più fragile a cui sono stati tolti gli anni più belli a causa di qualche sabato in discoteca in meno o di un aperitivo mancato, ma giovani più forti che non si sono dati alibi per rinunciare allo studio e che in più hanno imparato a riconoscere, oltre al proprio, anche il bisogno dell’altro, a vibrare per qualcosa che “è al di fuori dell’angustia dell’io, al di sopra delle stupidaggini che vanno di moda” (don Milani).

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