Bosnia: tensioni nei Balcani

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speratismo

Il nove gennaio scorso si sono celebrati a Banja Luka i trent’anni dalla fondazione della Republika Srpska, l’Entità a maggioranza serba della Bosnia Erzegovina. Questa Entità, la cui stessa denominazione ne rivela l’assoluta unicità e impalpabilità giuridica, nacque su iniziativa dei leader serbo-bosniaci in risposta alla disgregazione dell’ex Jugoslavia.

La data del nove gennaio è considerata controversa perché suggellò la separazione fra le tre comunità nazionali che fino ad allora erano convissute in Bosnia Erzegovina sotto il comune ombrello della federazione socialista di Jugoslavia: la comunità croata, di religione cattolica; quella bosgnacca, di religione musulmana; e la comunità serba, di religione ortodossa. I festeggiamenti del nove gennaio sono dunque mal visti al di fuori della Republika Srpska e nel 2018 la Corte costituzionale bosniaca ha dichiarato la festività incostituzionale perché discriminatoria nei confronti dei cittadini non serbi della RS.

Quest’anno, quella festa e quella data hanno attirato l’attenzione dei media internazionali più di quanto non sia accaduto nel recente in passato. Questo perché Milorad Dodik, attualmente membro serbo della presidenza tripartita della Bosnia Erzegovina, ha fatto parlare di sé per una serie d’iniziative che hanno inasprito il dibattito politico bosniaco più ancora di quanto già non fosse.

Crisi di sistema

Ha fatto scalpore, in particolare, la decisione di creare un esercito indipendente e di ritirare la Republika Srpska dall’amministrazione della giustizia e del fisco, due materie che nel complesso sistema federale della Bosnia Erzegovina erano di competenza nazionale. La decisione di Dodik è arrivata dopo che il 23 luglio dello scorso anno l’Alto rappresentante della comunità internazionale, l’austriaco Valentin Inzko, come ultimo atto del suo mandato, ha imposto degli emendamenti al codice penale per mettere fuori legge il negazionismo del genocidio bosniaco e la glorificazione pubblica dei criminali di guerra degli anni Novanta.

L’intervento di Inzko ha scatenato un vespaio di polemiche grazie alle quali il leader serbo Dodik ha avuto buon gioco per rilanciare la sua ormai annosa minaccia di convocare un referendum sull’indipendenza della Republika Srpska, aggiungendo, questa volta, le mosse che si sono dette sopra come a garantite di voler fare sul serio. Da qui la preoccupazione circolata nei giorni attorno al nove di gennaio e la proliferazione di notizie circa una nuova ondata di disordini che si starebbero per abbattere sulla Bosnia Erzegovina.

La narrazione sembrerebbe conformarsi a un copione ricorrente, quello del despota in declino di un paese ex comunista che annaspa di fronte al vento della storia: come è stato il caso di Janukovyč in Ucraina, o come sono oggi Lukasenko in Bielorussia o Tokayev in Kazakistan. Ma il caso della Republika Srpska è diverso perché il suo “uomo forte”, pur sostenuto da Mosca, non è un nostalgico del socialismo reale. È l’ex referente della comunità internazionale.

La popolazione

Possiamo dunque ritornare al punto di partenza. La festa del nove gennaio, la sfilata di soldati e poliziotti armati fino ai denti a celebrazione di un evento annoverato fra quelli che scatenarono la guerra degli anni Novanta. Il mese precedente, il governo aveva inviato inviti formali al personale di una serie di aziende e istituzioni cercando di incoraggiare una partecipazione in massa all’evento. La maggior parte della gente è rimasta a casa.

Se si guardano le foto del corteo, si noterà che sono tutte ritagliate intorno alle milizie che riempivano la sfilata e alle autorità sedute in tribuna. Lungo i marciapiedi forse due o tremila persone. Trg Slavije, la piazza al centro della manifestazione, ne ha viste molte di più durante le proteste legate a Pravda za Davida (giustizia per David), un movimento collettivo nato dal basso e cresciuto attraverso i social che ha unito il paese in modo trasversale, popolo contro classe politica, quattro anni fa, e di cui in pochi si sono accorti fuori dalla Bosnia. Ma c’è di più.

Il nove gennaio non è solo la festa nazionale della Republika Srpska, è anche una festa religiosa, è il “Santo Stefano” del calendario ortodosso. Ogni famiglia serba ha un santo patrono e quando arriva il giorno della festa (che chiamano Slava) la casa si apre agli amici e al vicinato: chiunque si presenti viene accolto da una grande tavola che resta imbandita per due giorni e dove ogni ospite è invitato a sedersi, gustare cibo tradizionale e sollevare bicchierini di rakija, la grappa locale.

La casa che festeggia il santo diventa una mensa aperta a tutta la comunità. Insieme a quelle di San Nicola (19 dicembre) e San Giorgio (6 maggio), la Slava di Santo Stefano è una delle più celebrate per via dell’alto numero di famiglie che la osservano. E domenica nove gennaio, chi aveva la Slava, è rimasto a casa a celebrarla, non è sceso in piazza. E chi non l’aveva è andato a celebrare quella di amici e parenti.

In questo paese, la diffidenza verso la politica è un sentimento endemico con lontane radici storiche. Esso si esprime per lo più con un diffuso disinteresse per la politica e i suoi protagonisti, ma ultimamente si sono cominciati a vedere alcuni cambiamenti. Il movimento “Pravda za Davida”, ricordato sopra, ha mobilitato le masse trasversalmente, unendo cioè bosniacchi, serbi e croati contro le rispettive classi politiche.

Nel 2020, le elezioni comunali di Banja Luka sono state vinte da un ragazzo di ventisette anni, Draško Stanivuković, con una campagna elettorale incentrata sulla lotta alla corruzione e il contrasto al partito di Dodik. Per altro verso, la gente negli ultimi anni ha votato anche “con i piedi”, trasferendosi in massa a lavorare in UE. Il nazionalismo è ancora forte, ma è vissuto come un fatto identitario, familiare, tramandato di generazione in generazione attraverso innumerevoli storie di sofferenza e di sangue. Tutte e tre le nazioni costituenti vivono in questa terra da secoli e la sentono propria, nonostante i conflitti. Molti serbo-bosniaci hanno il passaporto serbo, e molti croato-bosniaci quello croato.

Le politiche di assimilazione di Serbia e Croazia certo non facilitano il dialogo fra le diverse comunità della Bosnia, ma è anche vero che, nonostante i passaporti, pochi sono coloro che lasciano Livno o Banja Luka per trasferirsi stabilmente a Zagabria o Belgrado. Quei passaporti “stranieri” li usano per lavoro o per turismo. I giovani che si trasferiscono all’estero, per lo più in Germania, Svezia, Croazia e Slovenia, conservano un fortissimo attaccamento alla terra di origine, siano essi serbi, croati o bosgnacchi. E tornano a casa appena possono, spesso sfidando attese sfiancanti alle frontiere dove, in prossimità delle feste, si può restare in coda anche per un’intera giornata. A Banja Luka e in altre città di media grandezza, i prezzi delle case sono in ascesa da almeno sette anni, una bolla generata per lo più dalle rimesse degli emigrati che preparano il loro rientro da pensionati.

Nessuno parla di guerra, nessuno la vuole. I ricordi dell’ultima fanno ancora male e la crisi del presente appare a tratti persino farsesca. Forse la sintesi migliore sta nella battuta di Aleksandra, ex studentessa di italiano e oggi giovane imprenditrice attiva nel commercio online: “Qui la guerra non può scoppiare perché quelli che la dovrebbero combattere stanno tutti in Germania”.

La storia insegna che una crisi in Bosnia non va mai sottovalutata. Ma proprio per questo, oggi è il caso di gettare acqua sul fuoco.

  • Stefano Adamo è professore associato di storia e cultura italiana all’Università di Banja Luka in Bosnia Erzegovina.
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