Cina: le fedi e l’impero

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«Dall’inizio degli anni ‘80 la società cinese post-maoista assiste a una rinascita religiosa senza precedenti. Di fronte alla sorprendente espansione delle religioni, in particolare del cristianesimo, la politica delle autorità ha oscillato secondo i tempi fra tolleranza e repressione, nell’incapacità di sradicarle come Mao si era impegnato a fare. Negli ultimi anni il regime è diventato via via sempre più repressivo e stringe la sua influenza su tutti i settori della società: gruppi religiosi, media, università, imprese, organizzazioni non governative (ONG) ecc.

Il responsabile del partito, Xi Jinping, ha consolidato il suo potere personale a un livello mai visto in Cina dopo Mao, a rischio di far esplodere un malcontento crescente fra le élite, dentro e fuori il partito. Secondo alcuni osservatori, la politica religiosa che egli persegue dal suo arrivo al potere nel 2012 è la più repressiva che la Cina abbia conosciuto dopo la “rivoluzione culturale”, nel quadro di un controllo ossessivo del partito sulla società civile e di una ideologia sempre più anti-occidentale». Sono fra le parole conclusive di un testo di Claude Meyer, Le renouveau éclatant du spirituel en Chine, Bayard, 2021, p. 177.

Alterne stagioni

Dopo un periodo di relativa liberalizzazione sotto Deng Xiaoping, Jiang Zemin e Hu Jintao (dagli anni ‘80 al 2012) in cui si pensava che il benessere avrebbe ridotto la dimensione religiosa della vita, gli ultimi vent’anni hanno visto risorgere un progressivo controllo e disciplinamento delle fedi, in un processo chiamato “sinizzazione” col fine di piegare le fedi assimilandole dentro i valori del partito comunista.

Se non si poteva cancellarle con la forza e con il benessere, si doveva piegarle al potere politico, che si era mostrato capace di far uscire dalla povertà 700 milioni di cinesi e di collocare il paese fra le grandi potenze e, tendenzialmente, alla guida del mondo.

Le verifiche di un approccio muscoloso alle fedi sono numerose: dalla drammatica persecuzione del Tibet buddista e degli uiguri islamici alle crescenti vessazioni che interessano le altre fedi riconosciute, a parte il taoismo, cioè il protestantesimo e il cattolicesimo. Ma soprattutto verso le comunità “illegali” delle confessioni cristiane e  le “sette” come il Falung Gong.

Restringendo l’ottica sul mondo cristiano (non più di 10-12 milioni di fedeli sono i cattolici) le informazioni di atti repressivi sono numerose e, nello stesso tempo, contraddittorie. Se si registrano attacchi indecorosi all’anziano card. J. Zen, violenze verso numerosi vescovi, in particolare illegali, (P. Zhimin, Jia Zhiguo, Guo Xijin, Zhang Weizhu, il pastore Wang Yi ecc.), crescenti interventi sulla diocesi di Hong Kong (invito alla “sinizzazione” in un autorevole gruppo di vescovi e preti alla fine di ottobre), dall’altro lato si registrano dal 2018 sei nomine episcopali costruite d’intesa con la Santa Sede in base all’Accordo sulla nomina dei vescovi.

Se l’Accordo non ha invertito la pressione violenta sulla Chiesa, dall’altro lato ha impedito l’avvio di uno scisma e ha permesso qualche modesto progresso sul versante episcopale. Il ricambio del personale diplomatico vaticano a Taiwan e Hong Kong, ancora in atto, dirà le eventuali correzioni di rotta.

Vuoto ideologico e febbre religiosa

Pleonastico dare conto di una crescita economica della Cina che nel 2006 supera il Giappone, nel 2009 diventa il maggiore esportatore mondiale, nel 2010 è la seconda potenza dopo gli Stati Uniti e nel 2030 si prevede il sorpasso sugli USA. Una crescita vertiginosa che lascia dietro di sé un disastro ecologico, l’esasperazione della fratture sociali e la vittoria del materialismo e dell’individualismo.

L’ossessione della ricchezza materiale penalizza la cultura, le attività creative, il perfezionamento morale. Salta il tradizionale equilibrio fra spirituale e temporale assicurato dal confucianesimo e dal taoismo. Il ritorno delle religioni e della domanda spirituale si situa in tale conteso.

Il vuoto lasciato da una ideologia connessa al mercato e alla ricchezza ha provocato una febbre religiosa a partire dagli anni ‘80. Sono interessati, in particolare, buddismo (cinese non tibetano), protestantesimo e movimenti come il Falung Gong. Oltre alla conferma per i cattolici (10-12 milioni) e per i musulmani (23 milioni), esplodono i protestanti (ufficialmente 30 milioni, ma secondo stime affidabili, 70 milioni) e fra buddisti, taoisti e religioni popolari si arriva a 280 milioni. Secondo diversi osservatori la Cina dei prossimi decenni potrebbe diventare il primo paese cristiano del mondo.

«Malgrado i controlli, la repressione e le persecuzioni l’espansione delle religioni continua e le comunità credenti danno prova di una impressionante resilienza spirituale. Le capacità di resistenza rivelano i vuoti del sistema a un duplice livello. Da una parte l’incapacità e soffocare le religioni, segno del fallimento dell’ideologia comunista, e dall’altro c’è il fatto che la politica religiosa attuale è controproducente perché rafforza le resistenze dei credenti» (p. 180).

Tanto da indurre il potere politico a sdoganare e sostenere la sapienza confuciana per legittimarsi davanti alla gente e mostrare per tutti la continuità di una civilizzazione millenaria. Lo sforzo è di costruire una civilizzazione spirituale socialista per supportare la civilizzazione materiale e ideologica.

Il sistema di controllo

Per ottenere tutto questo è necessario un sistema di controllo più pervasivo e raffinato di quello soltanto poliziesco. La presidenza ha anzitutto accentrato il potere in sé modificando la costituzione del 1982 per rimuovere il principio di direzione collettiva ed elevando a livello costituzionale il suo pensiero (in parallelo a quello di Mao). E poi ha esteso un controllo sociale che tendenzialmente annulla ogni autonomia civile.

A partire dalle 500.000 ONG ufficiali (in realtà quelle autoctone sarebbero 1.500.000). Particolarmente controllate e progressivamente ristrette nella loro attività le 7.000 ONG che hanno riferimento all’estero. I movimenti civili che si manifestano attraverso le manifestazioni popolari sono 180.000 ogni anno. Uno fra i più noti è “Charta 08” che dal 2008 reclama il rispetto delle norme onusiane sottoscritte dal governo comunista. Altro caso similare: il movimento dei “nuovi cittadini”.

Nuove restrizioni anche per le università. Un decreto del 2013 enumera i sette pericoli occidentale da evitare nell’insegnamento e nei confronti studenteschi: la democrazia costituzionale, il mercato neoliberale, i valori universali, la libertà di stampa, i diritti civili, l’indipendenza giudiziaria e gli errori storici del partito. Particolarmente controllate tutte le comunicazioni che contengono le tre T: Taiwan, Tibet, Tienanmen.

Molto sollecitati sono lo spionaggio e la delazione. Sistema che viene esportato all’estero tramite gli Istituti Confucio, fatti nascere in contatto con alcune università occidentali. Una vera ossessione del regime è il controllo dei media e dell’opinione pubblica. In Cina vi sono 904 milioni di internauti. Per controllarli è nata  una sorta di grande muraglia elettronica che verifica automaticamente, attraverso alcune parole chiavi, le possibili declinazioni politiche dissenzienti.

Vi sono inoltre 40.000 addetti che ispezionano i contenuti indesiderati e 350.000 persone a cui si riconosce un piccolo contributo in ragione dei commenti postati sui Forum. Dal 2013 la libertà di stampa è fortemente ridotta. Nel 2020 i giornalisti in prigione erano 117 (su 387 nel mondo). Le prime condanne ad Hong Kong, non più autonoma, sono state verso la stampa.

Imponente crescita del cristianesimo

Lo strumento più inquietante (e purtroppo largamente condiviso dalla popolazione) è il sistema di credito sociale che permette di classificare, sorvegliare e controllare i singoli cittadini.

Dato un punteggio iniziale ogni attività, comunicazione e scelta che sia difforme dai comportamenti del buon cittadino (dalle multe al mancato pagamento del canone di affitto, dall’appartenenza a un culto ad affermazioni critiche al partito-stato, dalla litigiosità alla eccessiva genialità) la posizione del singolo scende nel punteggio e il contrarsi del credito impedisce e penalizza (dalla carriera ai concorsi pubblici, dalla scuola dei figli ai viaggi). Nel 2019 il sistema interessava già un miliardo di persone e 28 milioni di imprese e organismi.

È l’imponente crescita del cristianesimo (protestante) a inquietare il partito e il governo. Se cattolicesimo e protestantesimo crescono in maniera omogenea fino al 1949 (anno dell’inizio della Repubblica comunista) e se assieme affrontano i periodi più cruenti come la rivoluzione culturale (1966 – 1986), divergono nell’adesione alle “tre autonomie” (organizzazione, amministrazione, evangelizzazione) in capo alle due associazioni patriottiche (primi anni ‘50) e nell’efficacia di propagazione nel momento di relativa libertà (1980 – 2012). Il cattolicesimo si ferma nei suoi poli territoriali storici, mentre il protestantesimo esplora i nuovi spazi sociali, il contesto cittadino e le classi intellettuali.

La sua struttura di chiesa familiare, i suoi pastori come leader “naturali”, i minori vincoli gerarchici e teologici, lo rendono meno controllabile ai radar amministrativi e politici. Gli stessi conflitti e concorrenze interne alimentano il dinamismo, contrariamente da quanto succede nel cattolicesimo fra comunità “sotterranee” e comunità legali. Il governo guarda con sospetto alla crescita del cristianesimo in ragione della sicurezza nazionale (il caso Polonia e la crisi dei sistemi comunisti europei insegna), per l’idea di mantenere un equilibro autoregolato fra le religioni (nessuna deve crescere troppo), per la sua origine “non nazionale”.

Il controllo è diventato soffocante sui 24 seminari protestanti e i 13 cattolici. Ogni chiesa viene munita da videocamere che identificano i fedeli (non possono entrare i minori di 18 anni). Sono state divelte le croci sulle sommità esterne. Migliaia di chiese sono state distrutte per ragioni burocratiche (non registrate o costruite in maniera difforme dal progetto), impossibilità di trasmissione on line delle funzioni religiose, ecc. Numerose le incarcerazioni di pastori, vescovi e fedeli, soprattutto fra le comunità “illegali”, o per quanti partecipano a movimenti sui diritti umani. Per gli iscritti al partito e i funzionari del governo è proibita ogni partecipazione a culti e Chiese.

Il cerchio e l’ellisse

La resistenza dei cristiani si svolge secondo tre modalità: collaborazione, accomodamento e rifiuto. La collaborazione è richiesta dalle “associazioni patriottiche” e dalle comunità religiose riconosciute. Come diceva il vescovo anglicano Ding Guangxun nel 1950: «La mia fede non consiste in un cerchio con un centro solo, ma è un ellisse che ne contiene due: il Cristo e il mio paese ». Ma anche i collaborazionisti non sono esenti da vessazioni e aggressioni.

L’accomodamento è fatto di molti accorgimenti: intese con i responsabili amministrativi locali e con le forze dell’ordine, adeguamento ad alcune richieste delle amministrazioni, servizi di carità considerati utili dagli avversari, piccoli gruppi del Vangelo, uso dei social ecc. I resistenti sono quanti pretendono la primazia del diritto nella gestione dell’amministrazione pubblica, l’appello alla libertà religiosa prevista dalla Costituzione e una fede “con un centro solo”, il Cristo.

Da loro nascono le denunce pubbliche, le lettere aperte, i ricorsi alla giustizia. Trasversale è l’impegno nelle attività caritative, molto utili in un contesto dove lo stato sociale è ancora inesistente.

Ma cosa comporta la “sinizzazione” delle fedi, richiesta imperativamente dalle massime autorità cinesi fin dal 2016? E fino a che punto le cinque religioni riconosciute possono elaborare in “piano quinquennale” per adeguarsi a tale pretesa? Rendere nazionale una fede può avere un parallelo nel concetto teologico di inculturazione? Il protestantesimo sembra più attrezzato alla sfida perché il principio della sola scriptura non prevede i dogmi e l’autonomia delle comunità non richiede una rigida gerarchia. L’elaborazione teologica del vescovo anglicano K.H. Ting (1915 – 2012) è emblematica.

Preservare la Chiesa nel nuovo stato comunista esige la conciliazione di cristianesimo e ideologia comunista, la rilettura del messaggio cristiano attraverso le culture tradizionali cinesi e il superamento della prospettiva di una salvezza individuale. Opponendosi alle tendenze fondamentaliste e pietiste della sua tradizione, utilizza la teologia di Teihlard de Chardin (amore trinitario, Cristo cosmico, creazione in divenire) per armonizzare cristianesimo e culti tradizionali, per fare della salvezza un fatto collettivo, per includere la storia civile nel Cristo cosmico, per relativizzare la giustificazione per sola fides.

La Chiesa cattolica propone il tema dell’inculturazione della fede. Del resto già il gesuita Matteo Ricci (1552 – 1619) aveva elaborato il concetto con alcune intuizioni: adattamento alla cultura cinese, l’evangelizzazione “dall’alto” (imperatore), annuncio “indiretto”, utilizzo dei valori cinesi e dei loro modi espressivi. Oggi manca ancora una teologia cattolica all’altezza della sfida cinese, ma in ogni caso con limiti assai più fermi dell’ipotesi di Ting.

L’esempio più evidente è l’invito del partito a riscrivere la Bibbia che prevederebbe una sintesi dell’Antico Testamento, una selezione degli scritti buddisti e confuciani e un Nuovo Testamento commentato secondo la vulgata degli ideali socialisti. Una ipotesi francamente problematica.

Sinizzazione delle fedi

Mayer che sostiene lo sviluppo religioso in Cina, denunciando la repressione sembra scettico sulla riuscita della “sinizzazione” e affida al cristianesimo cinese non solo la resilienza nei confronti del potere del partito, ma – almeno indirettamente – vi riconosce un elemento di equilibrio nello scontro attuale per l’egemonia mondiale.

Un contesto che non darebbe spazio all’Accordo vaticano sulla nomina dei vescovi del 2018, rinnovato nel 2020 e da confermare nel prossimo ottobre.

L’Accordo è solo un estremo e mal condotto tentativo di dialogo a tempo scaduto? Difficile negare che esso sancisca il fallimento del marxismo cinese in ordine alla scomparsa delle fedi, che pieghi il partito a un controllo non cinese della decisione ultima, riservata al papa, in ordine alla scelta dei vescovi, che rappresenti una piccola apertura al rispetto delle logiche interne delle fedi, «un piede nella porta» come si è espresso un diplomatico vaticano. I frutti sono scarsi e la repressione sembra vincente, almeno su tempi brevi. Ma per il futuro medio – lungo?

L’impero di mezzo e gli USA

È bene collocare il tutto nell’attuale confronto sempre più rigido fra USA (Occidente) e Cina. Purtroppo non si esclude un scontro bellico di imprevedibili dimensioni. La convinzione espressa dai cinesi è quella di un radicale conflitto di civilizzazione. La superiorità del modello confuciano cinese è evidente, a loro dire, nella capacità di sviluppo e di decisione a lungo termine senza gli impacci delle alternanze democratiche e nella rappresentanza inclusiva del partito rispetto al settarismo dei gruppi di interessi dei partiti in Occidente.

Lo scontro non è fra dittatura e democrazia, ma fra democrazia (quella cinese) che funziona e una democrazia (occidentale) che non funziona.  Non compete agli Stati Uniti e all’Occidente dare i voti sulle “democrazie” di diverso conio. Il sistema cinese è una alternativa reale a quello occidentale. Espressione palpabile di tale prospettiva sono le 16 pagine del documento firmato il 4 febbraio 2022 da Vladimir Putin e Xi Jinping.

In esso si afferma un altro modello di governance e di diritto internazionale, un modello che contesta la democrazia liberale e il suo ordinamento internazionale. Pochi mesi prima, nel corso di un vertice virtuali fra i due leader (15 dicembre 2021) si diceva: «I due paesi hanno dimostrato attivamente la loro responsabilità di grandi potenze, hanno unito la comunità internazionale per combattere la pandemia, hanno spiegato le corrette connotazioni di democrazia e di diritti umani, e sono diventati i pilastri del multilateralismo e della salvaguardia dell’equità e della giustizia internazionali».

Accordo, Confucio, globalismo

L’Accordo Cina-Santa Sede, pur nel suo modesto contenuto, rompe l’irrigidimento ideologico dei due blocchi, introduce in Cina elementi importanti come il rispetto della coscienza credente, evidenzia la fragilità di un potere che si pensa totale. Ma non è privo di sollecitazioni verso l’Occidente.

La Cina comunista fa riferimento a Confucio e alla sua visione organica del potere che mette insieme teologia politica, teologia economica e pratica mercantile. Per loro la democrazia dell’Occidente è inconcludente ed è condannata al declino. Nella loro democrazia milioni di persone hanno superato la barra della povertà estrema. Forse non sono cittadini come si intende in Occidente, ma certo singoli salvati dal collettivo-partito. Il paese è giunto ormai al ruolo di grande potenza, in grado di candidarsi all’egemonia globale.

Sul versante occidentale, in evidente crisi democratica da Capitol Hill ai populismi nostrani, sta emergendo una nuova religione non più legata alle Confessioni e alle loro espressioni istituzionali (in particolare cattolica), compatibile con la politica illiberale e il mercato finanziario.

Una religione debole, non necessariamente confessionale che può fare a meno di annunciare la salvezza e garantire il perdono. Le istituzioni si avviano a sostenere l’estremo limite di una laicità che espelle il sacro, rendendolo funzionale al globalismo finanziario. Si profila il contrasto fra confucianesimo cinese e globalismo finanziario. Il primo riedita la coassialità fra potere politico, assunzione del sacro e controllo del vissuto.

Il secondo costruisce una azione simmetrica fra potere finanziario, evacuazione del sacro e riduzione del cittadino a consumatore. Nell’uno come nell’altro caso non c’è bisogno del cattolicesimo, ma neppure della democrazia, della laicità e della coscienza personale. L’Accordo non ha certo queste pretese complessive, ma, in qualche maniera, le ricorda.

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