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Intervista a Ettore Fusaro al suo rientro dall’Ucraina, tra una missione e l’altra nel Paese invaso dalla guerra e nei Paesi limitrofi. Ettore è dal ’96 operatore dell’Ufficio Europa di Caritas Italiana. È attualmente membro dell’Emergency Response Support Team di Caritas Internationalis formato per la gestione della crisi ucraina. Da un anno gli è stata affidata la direzione della Caritas diocesana di Fano.

  • Ettore, qual è il compito del team internazionale di cui fai parte?

Il compito sostanziale è supportare le Caritas nazionali dell’Ucraina e dei paesi limitrofi (Moldova Romania, Polonia, Slovacchia, Ungheria, Bulgaria) nella realizzazione dei piani di aiuto in Ucraina e nei Paesi che stanno ospitando profughi ucraini, in naturale rapporto con le Chiese e le Caritas nazionali e locali. Inoltre, il team supporta il coordinamento tra le Caritas donatrici e le Caritas coinvolte.

Sono tornato da 10 giorni dall’Ucraina. Ripartirò a breve per la Moldavia e la Romania.

  • In quali zone dell’Ucraina sei stato?

Sono stato ripetutamente a Leopoli e a Kiev, due mesi fa ero ad Odessa. Nella nostra ultima missione sono stato diversi giorni nella diocesi di Drohobich, ove stiamo seguendo un progetto di assistenza agli sfollati. Drohobich si trova nella zona sud-occidentale del Paese, nella regione dei Carpazi, prossima ai confini con la Slovacchia, Romania e la Polonia.

È una zona relativamente sicura, anche se, anche là, le sirene suonano in continuazione: è rappresentativa della situazione di grande difficoltà che sta vivendo il Paese anche nella parte non immediatamente toccata dalla guerra, con migliaia di sfollati provenienti dall’est, con comunità che si stanno faticosamente ricomponendo e una povertà che dilaga sempre più.

Ricomporre comunità da provenienze diverse, con caratteri, anche religiosi, diversi, è per la Caritas – sicuramente anche per me – la grande finalità del lavoro, in questo momento, in Ucraina come nei Paesi che ospitano dall’Ucraina.

Un paese in guerra
  • Come il governo ucraino sta gestendo queste situazioni?

L’Ucraina è un Paese in guerra. Tutte le amministrazioni – anche municipali – sono organizzate sotto forma di amministrazione militare, secondo principi gerarchici. Questo vuol dire che le priorità del governo vanno nel verso di sostenere l’esercito in guerra. Tutto il resto – anche le esigenze della popolazione – viene dopo. Ricordiamo che in un Paese in guerra vige la legge marziale.

  • Anche le Chiese e le Organizzazioni caritative hanno a che fare, dunque, con i militari?

È inevitabile. Questo non pregiudica l’azione di aiuto. Semmai ne evidenzia l’importanza. Ma certamente gli spazi di discussione e di confronto circa le modalità di intervento sono assai limitati: il mio non è un giudizio – in ogni Paese in guerra avviene così -, è una costatazione.

È chiaro che in questo clima, anche negli ambienti ecclesiali, parlare di riconciliazione, di pace o di porre fine alla guerra è ancora fuori luogo.

  • Sono ancora in corso trasferimenti di popolazione dall’est all’ovest dell’Ucraina?

A fine agosto – cosa forse poco nota in Italia – il governo ucraino ha emanato un ordine di evacuazione della popolazione di certe zone dell’est: circa 1 milione di persone avrebbe dovuto e dovrebbe evacuare. L’ordine di per sé intende tutelare la vita dei civili che si trovano al centro degli scontri armati.

È facile leggere la disposizione alla luce della controffensiva in atto da parte dell’esercito ucraino, oltre che del riscontro diretto che in quelle zone è ben difficile vivere, specie in vista dell’inverno, con gran parte delle infrastrutture distrutte (anche per contrapposte ragioni di strategia militare).

Il problema è che la gente che si sposta non ha un luogo – certo e sicuro – ove andare. Il flusso dalle zone interessate è sicuramente incrementato, ma forse non nella misura attesa dal governo.

Di per sé si tratta, appunto, di un ordine, ma non vedo quali conseguenze vi siano per chi non voglia o non possa darvi seguito.

Sfollati
  • Cosa succede agli sfollati interni? Quali aiuti ricevono?

Il governo, dall’inizio del conflitto e quindi dell’esodo interno al Paese, ha stanziato una certa somma per l’assistenza agli sfollati: somma, oggi, in via di esaurimento. Si tratta di un sussidio dell’entità di circa 30 euro mensili a persona, più altri eventuali sussidi, ad esempio, per pagare l’affitto. Ben 18 milioni di persone – più di un terzo della popolazione – sta subendo conseguenze dirette dalla guerra.

La concessione dei sussidi è comprensibilmente subordinata ad una registrazione ufficiale che dà luogo al possesso della certificazione di rifugiato interno. Anche per ricevere aiuti dalle ONG – Caritas compresa – è necessario, possedere tale certificazione.

Non tutte le persone sfollate la possiedono. Nella diocesi di Drohobich, ad esempio, sono registrate 37.000 persone sfollate, ma quelle effettivamente presenti sono almeno 3 volte tanto.

Succede infatti che la registrazione, così come dà luogo agli aiuti, dà pure luogo ai doveri a cui sono sottoposti tutti i cittadini ucraini in questo tempo di guerra: in particolare, sia gli uomini che le donne, tra i 18 e 60 anni, debbono recarsi mensilmente agli uffici di reclutamento per mettere a disposizione le proprie competenze all’esercito, sia in ruoli di vero e proprio combattimento, in prima linea o in seconda linea, sia nei diversi ruoli di mantenimento dell’esercito.

Questo spiega perché molte persone sfollate all’interno preferiscano non farsi registrare, rinunciando ai peraltro modici sussidi.

  • Qual è l’incentivo per chi va a combattere?

Per chi accetta – maschi maggiorenni – di andare a combattere in prima linea, dopo un breve periodo di preparazione (che era di 3 settimane), l’incentivo monetario è di 3.000 euro circa per 2-3 mesi, dopo di che è previsto il rientro o la turnazione.

È quindi un incentivo importante. Illustra bene cosa significhi la priorità che il governo ucraino sta attribuendo all’esercito in guerra.

Il generale inverno
  • La gente ucraina vuole andare avanti in questa guerra?

Da quel che sento, la gente in Ucraina – nonostante la stanchezza, la povertà crescente raccolta nel dato del crollo del PIL del 40%, gli enormi disagi degli sfollati alla cui condizione ho accennato – non intende arrendersi. Questa è la percezione che io raccolgo anche e soprattutto nelle Chiese impegnate nelle relazioni di aiuto.

D’altro canto, mi pare di cogliere che, più passa il tempo, più la gente, comprensibilmente, perda di lucidità e di capacità di pensare il proprio futuro: conta solo il presente di guerra. Mentre, più passa il tempo, più alto sarà il prezzo da pagare anche dopo la guerra, in ogni caso.

  • Cosa potrà accadere durante l’inverno?  

Gli analisti sostengono che la guerra andrà avanti anche durante l’inverno. Si continuerà probabilmente a combattere – in una situazione rallentata e quindi sostanzialmente di stallo – nella neve e al freddo. In Ucraina si può facilmente arrivare a – 20° C.

Il terrore degli ucraini nelle zone di combattimento – ma non solo – è di trovarsi privi delle linee di alimentazione del gas e dell’energia elettrica, oltre che dei rifornimenti alimentari, magari in case senza vetri e con le finestre scardinate. La paura dell’incidente nucleare fa il resto.

Anche le linee di rifornimento degli aiuti occidentali sono in pregiudizio. La condizione di stress è già notevole. Tale è lo scenario che anche noi operatori abbiamo davanti e, ovviamente, osserviamo con timore.

  • I rapporti tra le Chiese in Ucraina – in tali circostanze – quali sono?

Da operatore di Caritas Italiana in Caritas Internationalis mi trovo in diretta relazione con le Chiese e quindi con le Caritas cattoliche: la greco-cattolica e la latina. Il fatto che esistano due Caritas nazionali – cattoliche – già dice quanto i rapporti tra le stesse Chiese non siano semplicissimi, senza dire del rapporto tra e con le Chiese Ortodosse.

L’Ucraina ha in tal senso una sua specificità di cui non so dire molto. Da frequentatore, da anni, dei Paesi e delle Chiese dell’est mi viene spontaneo affermare che quello delle relazioni tra le Chiese è una delle sfide, anche nell’osare la carità per la povera gente, indistintamente.

Vero è che la carità, specie nelle emergenze, quale l’attuale, unisce e smussa le punte critiche, ma resta pur vero che sussistono concorrenze. Il nostro team, ad esempio, sta in questo momento elaborando 2 piani diversi di emergenza e 2 diversi tipi di intervento assieme alle 2 Chiese e alle 2 Caritas cattoliche. Agire in unità sarebbe più semplice ed efficace. Forse col tempo – molto tempo – ci si arriverà.

Ucraini in Italia
  • Ettore, tu sei anche direttore della Caritas della diocesi di Fano, Fossombrone, Cagli, Pergola. Puoi far cenno alla condizione degli ucraini in Italia?  

Gli ultimi mesi sono stati caratterizzati dal rientro – dall’Italia in Ucraina – di diverse persone giunte nella prima ora del conflitto.

Le ragioni del rientro sono presto dette: la maggior parte non ha fruito della possibilità di presentare la domanda di asilo in Italia e neppure del permesso per ragioni umanitarie di lunga durata, perciò, al termine dei 90 giorni di visto, ha deciso di tornare nella speranza della cessazione della guerra; l’inizio dell’anno scolastico in Ucraina, dopo gli anni di isolamento degli studenti per effetto della pandemia, ha indotto diverse famiglie a tornare; infine, diverse persone sono state richiamate dal governo a riassumere i loro ruoli nella pubblica amministrazione.

Abbiamo in Italia persone giunte anche da Melitopol e Kherson, ossia da zone ad est, le più martoriate: queste facilmente non hanno una casa in cui tornare, oltre al discorso delle infrastrutture e dei servizi distrutti.

A Fano abbiamo avuto 186 ospiti ucraini nei primi giorni di guerra. Ora il numero si è ridotto a 40 circa. Sono rimaste soprattutto donne con figli minori che hanno trovato lavoro e che sono in stretto rapporto di aiuto reciproco con famiglie ucraine in Italia da tempo, oppure con le stesse famiglie italiane. Alcune restano in accoglienza presso le Caritas e le Parrocchie perché non riescono a sostenere i costi di una sistemazione autonoma. Altre vivono nelle case private.

Si pone – per queste che sono in Italia – la domanda se potranno e vorranno mai tornare in Ucraina a ricomporre la loro unità familiare. È una domanda drammatica per la quale loro stessi non hanno ora una risposta.

  • Per conoscere e sostenere i progetti di Caritas Italiana nella crisi ucraina clicca qui.
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