Twitter e Trump

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Dopo quanto accaduto a Washington, i social media stanno reagendo nel tentativo di prevenire ulteriori problemi. Twitter, che il Presidente uscente degli Stati Uniti d’America è solito utilizzare spesso, è la piattaforma che ha mostrato la reazione più decisa: ha sospeso permanentemente l’account di Trump. Proviamo a fare delle riflessioni nella prospettiva dell’etica delle tecnologie.

Stando anche a quanto riportato da 9toMac e come si può leggere sul blog ufficiale di Twitter, la piattaforma ha spiegato che questa decisione si è resa necessaria in seguito all’analisi di alcuni recenti tweet pubblicati dal profilo @realDonaldTrump, facendo specifico riferimento a quello che questi ultimi hanno causato nel mondo reale. Twitter fa sapere di aver sospeso permanentemente l’account di Donald Trump per via del “rischio di ulteriore incitamento alla violenza“.

Sul suo blog, la piattaforma ha spiegato che nella giornata dell’8 gennaio 2021 Trump aveva pubblicato altri tweet che avrebbero potuto causare altri problemi, illustrando in modo ancor più dettagliato i motivi per cui è stata presa la scelta di sospendere permanentemente il profilo del Presidente uscente degli Stati Uniti d’America.

Nonostante la decisione di Twitter, stando anche a quanto riportato da TechCrunch, Trump non ha certo smesso di pubblicare tweet. Infatti, Donald ha preso il controllo dell’account Twitter @POTUS, che spetta al Presidente degli Stati Uniti d’America, e inondato il Web con una miriade di tweet. In uno di questi ultimi, Trump accusava la piattaforma di essersi “accordata con i Democratici“. Twitter ha rimosso di lì a poco i tweet, in quanto non è permesso a una persona con un account sospeso permanentemente tornare in questo modo sulla piattaforma.

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Non è finita qui: il Presidente uscente degli Stati Uniti d’America ha affermato che presto potrebbe unirsi a un’altra piattaforma o crearne una propria, in modo da non dover utilizzare Twitter e altri social network. Le prime indiscrezioni facevano riferimento al fatto che Trump volesse utilizzare la piattaforma Parler. Tuttavia, Google e Apple si sono già messe al lavoro per prevenire ulteriori problemi. Google ha bannato l’app di Parler dal Play Store fino a quando non introdurrà “un sistema di moderazione più strutturato“, mentre Apple ha dato 24 ore di tempo agli sviluppatori per raggiungere questo “obiettivo”.

Nel frattempo, Twitter ha sospeso anche altri account legati alla vicenda. Il team di Trump aveva infatti tentato di pubblicare i tweet incriminati mediante l’account @Teamtrump. Inoltre, stando a quanto riportato da TechCrunch in un altro articolo, la sospensione è arrivata anche per i profili di figure associate a QAnon, da Michael Flynn a Sidney Powell, passando per Ron Watkins.

Questo evento è un pezzo di storia della comunicazione digitale e del domani che verrà. Una piattaforma privata, diventata suo malgrado il principale megafono di un Presidente decide di interrompere definitivamente la pubblicazione da quell’account, sulla base di violazioni di regole che si è data da sola. Quindi vige l’idea che il digitale è uno spazio privato tra privati in cui valgono le regole date dal più forte (in questo caso la platform che è padrona dei server) anche quando cambia lo spazio pubblico e la democrazia stessa. Twitter, dopo il libro che ha trasformato le persone in lettori, trasforma gli utenti tutti in editori. Ma sopra a tutto vige la sua censura e decide chi ha diritto o meno di pubblicare a casa sua. Questo evento avrà conseguenze pervasive su tutte le strategie di comunicazione pubblica da ora in avanti e anche probabilmente le politiche del digitale. La questione merita alcune riflessioni per impostare al discussione.

Twitter è una piattaforma neutrale e il problema è solo come la usiamo?

Una delle osservazioni che in questo momento si leggono maggiormente vede in Twitter una piattaforma neutrale e gli effetti positivi e negativi deriverebbero solo dai suoi utilizzatori. Come ha permesso, nel bene, la cosiddetta Primavera araba dando voce agli oppressi oggi avrebbe, nel male, permesso la sedizione per contenuti negativi che vi hanno pubblicato. Certo il modo con cui utilizziamo un mezzo lo qualifica senz’altro (il fine dell’azione). Tuttavia questa prospettiva non dice tutto.

In un celebre articolo del 1980 Langdon Winner si chiedeva se gli artefatti tecnologici avessero una costituzione politica. Ne riportiamo un lungo estratto per provare a impostare una critica socio-politica di questi strumenti. Ecco cosa Winner fa notare:

In quanto segue proporrò due modi per descrivere e illustrare i due modi in cui i manufatti possono contenere proprietà politiche. In primo luogo sono i casi in cui l’invenzione, la progettazione o la disposizione di uno specifico dispositivo o sistema tecnico diventa un modo per risolvere un problema in una particolare comunità. Visti nella giusta luce, esempi di questo tipo sono abbastanza semplici e facilmente comprensibili. Secondo sono i casi di quelle che possono essere chiamate tecnologie intrinsecamente politiche, sistemi artificiali che sembrano richiedere, o essere fortemente compatibili con, particolari tipi di relazioni politiche. Le argomentazioni su casi di questo tipo sono molto più fastidiose e più vicine al cuore della questione. Per “politica” intendo gli accordi di potere e di autorità nelle associazioni umane, così come le attività che si svolgono all’interno di tali accordi. Per i miei scopi, per “tecnologia” qui si intende tutto l’artificio pratico moderno, ma per evitare confusione preferisco parlare di tecnologie, di pezzi più o meno grandi o di sistemi di hardware di un tipo specifico.
La mia intenzione non è quella di risolvere una volta per tutte le questioni, ma di indicare le loro dimensioni e il loro significato. Chiunque abbia percorso le autostrade d’America e si sia abituato all’altezza normale dei cavalcavia può trovare qualcosa di un po’ strano in alcuni dei ponti di Long Island, New York. Molti dei cavalcavia sono straordinariamente bassi, con solo tre metri e mezzo di spazio libero sul marciapiede. Anche chi si accorgesse di questa peculiarità strutturale non sarebbe incline ad attribuirle un significato particolare. Nel nostro modo abituale di vedere le cose come strade e ponti, vediamo i dettagli della forma come innocui, e raramente ci riflettiamo. Si scopre, tuttavia, che i circa duecento cavalcavia sospesi a Long Island sono stati deliberatamente progettati per ottenere un particolare effetto sociale. Robert Moses, il capomastro costruttore di strade, parchi, ponti e altre opere pubbliche dagli anni Venti agli anni Settanta a New York, fece costruire questi cavalcavia secondo specifiche che avrebbero scoraggiato la presenza di autobus sui suoi viali. Secondo le prove fornite da Robert A. Caro nella sua biografia di Moses, le ragioni riflettono il pregiudizio di classe sociale e razziale di Moses. I bianchi di classe “alta” e “comoda classe media”, come li chiamava lui, che possedevano automobili, sarebbero stati liberi di usare i parcheggi per la ricreazione e il pendolarismo.
I poveri e i neri, che normalmente usavano i mezzi pubblici, erano tenuti fuori dalle strade perché gli autobus alti dodici piedi non potevano attraversare i cavalcavia. Una truffa consisteva nel limitare l’accesso delle minoranze razziali e dei gruppi a basso reddito a Jones Beach, l’acclamato parco pubblico di Moses. Moses si è reso doppiamente sicuro di questo risultato ponendo il veto su una proposta di estensione della Long Island Railroad a Jones Beach. Come storia della recente storia politica americana, la vita di Robert Moses è affascinante. I suoi rapporti con sindaci, governatori e presidenti, e la sua attenta manipolazione delle legislature, delle banche, dei sindacati, della stampa e dell’opinione pubblica sono tutte questioni che gli scienziati politici hanno potuto studiare per anni. Ma i risultati più importanti e duraturi del suo lavoro sono le sue tecnologie, i vasti progetti di ingegneria che danno a New York gran parte della sua forma attuale. Per generazioni, dopo che Moses se n’è andato e le alleanze che ha stretto sono andate in frantumi, le sue opere pubbliche, soprattutto le autostrade e i ponti che ha costruito per favorire l’uso dell’automobile rispetto allo sviluppo dei trasporti di massa, continueranno a dare forma a quella città. Molte delle sue monumentali strutture in cemento e acciaio incarnano una sistematica disuguaglianza sociale, un modo di ingegnerizzare i rapporti tra le persone che, dopo un certo tempo, diventa solo un’altra parte del paesaggio.
Come il progettista Lee Koppleman ha raccontato a Caro dei ponti bassi sulla Wantagh Parkway: “Il vecchio figlio di buona donna si era assicurato che gli autobus non avrebbero mai potuto utilizzare le sue maledette autostrade. Le storie dell’architettura, dell’urbanistica e delle opere pubbliche contengono molti esempi di disposizioni fisiche che contengono scopi politici espliciti o impliciti. Si può indicare l’ampia viabilità parigina del barone Haussmann, progettata in direzione di Luigi Napoleone per evitare il ripetersi di scontri di strada come quelli avvenuti durante la rivoluzione del 1848. Oppure si può visitare un numero qualsiasi di grotteschi edifici in cemento armato e di enormi piazze costruite nei campus universitari americani tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta per dare il via a dimostrazioni studentesche. Anche gli studi sulle macchine e gli strumenti industriali rivelano interessanti storie politiche, alcune delle quali violano le nostre normali aspettative sul motivo per cui le innovazioni tecnologiche vengono realizzate in primo luogo. Se supponiamo che le nuove tecnologie vengano introdotte per ottenere una maggiore efficienza, la storia della tecnologia dimostra che a volte rimarremo delusi. Il cambiamento tecnologico esprime una panoplia di motivazioni umane, non ultima la volontà di alcuni di avere il dominio su altri, anche se può richiedere un occasionale sacrificio di riduzione dei costi e una certa violenza per ottenere di più da meno”.

Allora è si importante l’utilizzatore e il suo fine ma dobbiamo anche avere presente che questo utilizzo non avviene mai in un vuoto irreale e fuori della storia. Ogni forma tecnologica è costitutivamente una forma di gestione e organizzazione del potere. Twitter, meglio ogni platform, è il livello in cui questo presupposto politico diviene tecnologico e acquisisce la forza e la pervasività dell’algoritmo. Inoltre regolare la nostra aggregazione in platform significa cambiare, disponendo nuove forme di potere le relazioni tra le persone. Non più tutti cittadini dello stesso stato con gli stessi diritti e doveri – fondamento democratico – ma utenti di un server in cui i dirtti – privilegi in termini informatici – sono decisi nel retro – il backoffice – e garantiti su base di pagamenti o di decisioni della proprietà del sistema.

Tutto questo è una disposizione di potere che crea ben altre disuguaglianze e ben più profonde per la società rispetto ai ponti di calcestruzzo di Moses. Non che quelle non siano gravi o non facciano gridare allo scandalo ma con lo spazio pubblico trasformato in platform la democrazia può morire per sempre. Abbiamo bisogno di avere chiara la consapevolezza che non si tratta solo di come utilizziamo il mezzo ma anche di come vogliamo gestire lo spazio pubblico e democratico: come noi organizziamo le tecnologie e come le facciamo proliferare è il destino che scegliamo per la nostra società.

La tecnologia cambia la società?

Ripartiamo sempre da un brano dall’articolo di Winner:

In effetti, molti degli esempi più importanti di tecnologie che hanno conseguenze politiche sono quelli che trascendono le semplici categorie di “intenzionale” e “non intenzionale”. Si tratta di casi in cui il processo stesso di sviluppo tecnico è così profondamente influenzato in una particolare direzione che produce regolarmente risultati considerati come meravigliose scoperte da alcuni interessi sociali e schiaccianti battute d’arresto da parte di altri. In questi casi non è né corretto né sensato dire: “Qualcuno voleva fare del male a qualcun altro”. Piuttosto, si deve dire che il mazzo tecnologico è stato a lungo accatastato per favorire certi interessi sociali, e che alcune persone erano destinate a ricevere una mano migliore di altre.
La raccoglitrice meccanica di pomodori, un dispositivo notevole perfezionato dai ricercatori dell’Università della California dalla fine degli anni ‘40 ad oggi, offre un racconto illustrativo. La macchina è in grado di raccogliere i pomodori in un unico passaggio attraverso una fila, tagliando le piante da terra, scuotendo la frutta sciolta, e nei modelli più recenti cernendo elettronicamente i pomodori in grandi gondole di plastica che contengono fino a venticinque tonnellate di prodotto destinato all’inscatolamento. Per assecondare il rude movimento di queste “fabbriche sul campo”, i ricercatori agricoli hanno allevato nuove varietà di pomodori più duri, più robusti e meno saporiti. I raccoglitori sostituiscono il sistema della raccolta a mano, in cui gli equipaggi dei contadini passavano attraverso i campi tre o quattro volte mettendo i pomodori maturi in cassette a capocorda e conservando la frutta acerba per il raccolto successivo.
Alcuni studi in California indicano che la macchina riduce i costi di circa 5-7 dollari per tonnellata rispetto alla raccolta a mano. Ma i benefici non sono affatto equamente ripartiti nell’economia agricola. Infatti, la macchina in giardino è stata in questo caso l’occasione per una profonda rimodulazione dei rapporti sociali della produzione di pomodori nella California rurale. Per le loro dimensioni e il loro costo, più di 50.000 dollari ciascuna per l’acquisto, le macchine sono compatibili solo con una forma di coltivazione del pomodoro altamente concentrata. Con l’introduzione di questo nuovo metodo di raccolta, il numero di coltivatori di pomodori è sceso da circa quattromila all’inizio degli anni Sessanta a circa seicento nel 1973, ma con un sostanziale aumento delle tonnellate di pomodori prodotte. Alla fine degli anni Settanta si stima che, come diretta conseguenza della meccanizzazione, siano stati eliminati circa trentadue mila posti di lavoro nell’industria del pomodoro. Così, si è verificato un salto di produttività a vantaggio di coltivatori molto grandi, con un sacrificio per le altre comunità agricole rurali. La ricerca e lo sviluppo dell’Università della California sulle macchine agricole come la raccoglitrice di pomodori sono attualmente oggetto di una causa intentata dagli avvocati della California Rural Legal Assistance, un’organizzazione che rappresenta un gruppo di lavoratori agricoli e altre parti interessate.
L’accusa è che i funzionari dell’Università stiano spendendo i soldi delle tasse per progetti che vanno a beneficio di una manciata di interessi privati a scapito dei lavoratori agricoli, dei piccoli agricoltori, dei consumatori e della California rurale in generale, e chiede un’ingiunzione del tribunale per fermare la pratica. L’Università ha negato queste accuse, sostenendo che accettarle “richiederebbe l’eliminazione di tutte le ricerche con qualsiasi potenziale applicazione pratica”. Per quanto ne so, nessuno ha sostenuto che lo sviluppo della raccoglitrice di pomodori sia stato il risultato di un complotto. Due studenti della polemica, William Friedland e Amy Barton, esonerano specificamente sia gli sviluppatori originali della macchina che il pomodoro duro da qualsiasi desiderio di facilitare la concentrazione economica in quel settore. Quello che vediamo qui invece è un processo sociale in corso in cui la conoscenza scientifica, l’invenzione tecnologica e il profitto aziendale si rafforzano a vicenda in modelli profondamente radicati che portano l’inconfondibile impronta del potere politico ed economico. Nel corso di molti decenni la ricerca e lo sviluppo agricolo nei college e nelle università americane che concedono sovvenzioni per l’agricoltura hanno avuto la tendenza a favorire gli interessi delle grandi aziende agroalimentari.
È di fronte a modelli così sottilmente radicati che gli oppositori delle innovazioni come la raccoglitrice di pomodori sono fatti sembrare “antitecnologici” o “antiprogressivi”. Perché la raccoglitrice non è solo il simbolo di un ordine sociale che premia alcuni e punisce altri; è in un certo senso una vera e propria incarnazione di quell’ordine.

L’innovazione tecnologica allora è connessa anche a dei fini secondari non voluti e a dei fenomeni di scala: non tutti possono accedere, per costi e investimenti richiesti, a questo livello di tecnologie ma il cambiamento che questa produce cambia decisamente il mercato e i player.

Le platform sociali hanno cambiato definitivamente il mercato dell’informazione facendo saltare alcune forme di potere che tuttavia garantivano forme di etica professionale. Il sistema dei media come li abbiamo conosciuti in questi anni, un’industria potente ma con alcune regole ben definite, pur se imperfetto garantiva un sistema di informazione compatibile con le democrazie e in una serie di circostanze ha aiutato l’esercizio democratico stesso della politica. Oggi le platform non è detto che siano al servizio dell’informazione o che i contenuti che propagano siano ancora funzionali all’esistenza in vita dei regimi democratici. Anche questo ci deve interrogare.

Il potere che ha Twitter è senza precedenti: è l’unica compagnia che può censurare la carica più alta delle istituzioni US. L’aggregazione del mercato prodotta dall’innovazione tecnologica delle platform digitali ha cambiato uno spazio che non era destinato ad essere in mano al libero mercato: la politica. Cosa significa tutto questo? Come dobbiamo regolare questo spazio per evitare che le democrazie finiscano come i piccoli coltivatori di pomodori della California?

Non possiamo lasciare la giustizia e il futuro delle giovani generazioni in mano a conseguenze non volute. Abbiamo bisogno di una nuova coscienza sociale per governare uno spazio che non può essere lasciato alla legge del più forte a meno di non voler far regredire lo spazio pubblico a una giungla digitale.

L’esempio della raccoglitrice meccanica dei pomodori è utile anche per sottolineare un’ulteriore questione. L’introduzione della raccoglitrice ha portato con se la selezione di una qualità di pomodoro che fosse compatibile con la macchina. Gli effetti di questa selezione sono stati soprattutto avvertiti nel palato: i pomodori adatti a resistere allo stress meccanico hanno meno sapore.

L’industria ha prodotto più pomodori a meno costo ma con una decisa perdita di sapore. Mutatis mutandis il digitale e le platform hanno inondato internet di notizie lavorabili dalle macchine a costo bassissimo ma di qualità ugualmente infima.

Cosa accade a quei watchdogs paladini dei regimi democratici che sono i giornalisti professionisti in un mercato deprezzato dal digitale da consumo?

Chiudiamo queste brevi provocazioni con un ultima citazione Winner:

Nessuno degli argomenti e degli esempi considerati finora affronta un’affermazione più forte, più preoccupante, spesso formulata in scritti sulla tecnologia e sulla società: la convinzione che alcune tecnologie sono per loro stessa natura politiche in un modo specifico. Secondo questo punto di vista, l’adozione di un dato sistema tecnico porta inevitabilmente con sé condizioni per rapporti umani che hanno una caratteristica politica distintiva – per esempio, centralizzata o decentralizzata, egualitaria o inegalitaria, repressiva o liberatoria. […] Se esaminiamo gli schemi sociali che compongono gli ambienti dei sistemi tecnici, troviamo alcuni dispositivi e sistemi quasi invariabilmente legati a specifici modi di organizzare il potere e l’autorità. La domanda importante è: Questo stato di cose deriva da una risposta sociale inevitabile a legami propri intrattabili nelle cose stesse, o è invece un modello imposto in modo indipendente da un organo di governo, da una classe dirigente o da qualche altra istituzione sociale o culturale per promuovere i propri scopi?
Prendendo l’esempio più ovvio, la bomba atomica è un artefatto intrinsecamente politico. Finché esiste, le sue proprietà letali richiedono che sia controllata da una catena di comando centralizzata, rigidamente gerarchica e chiusa a tutte le influenze che potrebbero rendere imprevedibile il suo funzionamento. Il sistema sociale interno della bomba deve essere autoritario; non c’è altro modo. Lo stato delle cose si pone come una necessità pratica indipendente da qualsiasi sistema politico più ampio in cui la bomba è incorporata, indipendente dal tipo di regime o dal carattere dei suoi governanti. Infatti, gli Stati democratici devono cercare di trovare il modo di garantire che le strutture sociali e la mentalità che caratterizzano la gestione delle armi nucleari non “si propaghino” o “si riversino” nel sistema politico nel suo complesso. La bomba è, ovviamente, un caso speciale. Le ragioni per cui sono necessari rapporti molto rigidi di autorità nella sua immediata presenza dovrebbero essere chiare a chiunque. Se, tuttavia, cerchiamo altri casi in cui particolari varietà di tecnologia sono ampiamente percepite per la necessità di mantenere uno speciale modello di potere e di autorità, la storia tecnica moderna contiene un gran numero di esempi.

Dobbiamo ricordare che per guidare l’innovazione verso un autentico sviluppo umano che non danneggi le persone e non crei forti disequilibri globali è importante affiancare l’etica alla tecnologia. Rendere questo valore morale qualcosa di comprensibile da una macchina, comporta la creazione di un linguaggio universale che ponga al centro l’uomo: un algor-etica che ricordi costantemente che la macchina è al servizio dell’uomo e non viceversa.

  • Ripreso dal blog dell’autore.
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