Al popolo di Dio pellegrino in Cile

di: Papa Francesco

Dopo l’incontro con i vescovi cileni in Vaticano, papa Francesco ha inviato una lettera alla Chiesa cilena. La pubblichiamo in una nostra traduzione.

Cari fratelli e sorelle,

l’8 aprile scorso ho convocato i miei fratelli vescovi a Roma per cercare insieme nel breve, medio e lungo periodo cammini di verità e vita di fronte ad una ferita aperta, dolorosa, complessa, che da molto tempo non cessa di sanguinare.[1] E ho suggerito loro di invitare tutto il santo popolo fedele di Dio a mettersi in atteggiamento di preghiera affinché lo Spirito Santo ci dia la forza di non cadere nella tentazione di avvitarci in vuoti giochi di parole, diagnosi sofisticate o in vani gesti che non ci darebbero la forza necessaria per guardare in faccia la sofferenza causata, il volto delle vittime, l’enormità dei fatti. Li ho invitati a guardare dove lo Spirito Santo ci spinge poiché “chiudere gli occhi davanti al prossimo ci fa diventare ciechi anche davanti a Dio”.[2]

Con gioia e speranza ho ricevuto la notizia che sono state molte le comunità, le città e le cappelle in cui il popolo di Dio ha pregato, specialmente nei giorni in cui eravamo riuniti con i vescovi: il popolo di Dio in ginocchio che implora il dono dello Spirito Santo per trovare luce nella Chiesa «ferita dal suo peccato e misericordia dal suo Signore perché ogni giorno diventi profetica per vocazione».[3] Sappiamo che la preghiera non è mai inutile e che «nell’oscurità comincia sempre a germogliare qualcosa di nuovo, che presto o tardi produce frutto».[4]

1. Fare appello a voi, chiedervi di pregare non è stato un ricorso funzionale né un semplice gesto di buona volontà. Al contrario, ho voluto mettere le cose nel loro posto giusto e prezioso, e porre il problema là dove deve stare: la condizione del popolo di Dio è «la dignità e la libertà dei figli di Dio, nei cui cuori abita lo Spirito Santo come in un tempio».[5] Il santo popolo fedele di Dio è unto con la grazia dello Spirito Santo; perciò nell’ora di riflettere, pensare, valutare, discernere, dobbiamo fare molta attenzione a questa unzione. Ogni volta che, come Chiesa, in quanto pastori, consacrati, abbiamo dimenticato questa certezza abbiamo sbagliato strada. Ogni volta che cerchiamo di soppiantare, zittire, trascurare, ignorare o ridurre a piccole élites il popolo di Dio nella sua totalità e nelle sue differenze, costruiamo comunità, piani pastorali, accentuazioni teologiche, spiritualità, strutture senza radici, senza storia, senza volti, senza memoria, senza corpo, in una parola, senza vita. Sradicarci dalla vita del popolo di Dio ci fa piombare nella desolazione e nella depravazione della natura ecclesiale; la lotta contro una cultura dell’abuso ha bisogno di rinnovare questa certezza.

Come ebbi a dire ai giovani a Maipú, voglio ripeterlo in maniera speciale a ciascuno di voi: «la santa madre Chiesa oggi ha bisogno del popolo fedele di Dio, ha bisogno di interpellarci […] Ha bisogno che voi mostriate la tessera di persone maggiorenni, spiritualmente adulte, e abbiate il coraggio di dirci “questo mi piace” “questo cammino mi sembra sia quello che dobbiamo percorrere”, “questo non va”… Che ci dicano ciò che sentono e pensano».[6] Ciò consente di coinvolgerci tutti in una Chiesa con stile sinodale che sa mettere Gesù al centro.

Nel popolo di Dio non esistono cristiani di prima, seconda e terza categoria. La loro partecipazione attiva non è questione di concessioni di buona volontà, ma è costitutiva della natura ecclesiale. È impossibile immaginare il futuro senza questa unzione operante in ciascuno di voi che certamente reclama e richiede nuove forme di partecipazione.

Esorto tutti i cristiani a non aver paura di essere i protagonisti della trasformazione che oggi viene reclamata e a stimolare e promuovere alternative creative nella ricerca quotidiana di una Chiesa che vuole mettere al centro ciò che è importante.

Invito tutti gli organismi diocesani – di qualsiasi area – a cercare in maniera consapevole e chiara spazi di comunione e di partecipazione affinché l’unzione del popolo di Dio trovi le sue mediazioni concrete per manifestarsi.

Il rinnovamento della gerarchia ecclesiale per se stesso non produce la trasformazione a cui ci spinge lo Spirito Santo. È necessario che abbiamo a promuovere insieme una trasformazione che ci coinvolga tutti.

Una Chiesa profetica e, pertanto, piena di speranza richiede da tutti una mistica dagli occhi aperti, che interpella e non sia addormentata.[7] Non lasciatevi rubare l’unzione dello Spirito.

2. «Il vento soffia dove vuole: e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito» (Gv 3,8). Così rispose Gesù a Nicodemo nel dialogo sulla possibilità di nascere di nuovo per entrare nel Regno dei cieli.

Attualmente, alla luce di questo brano, ci fa bene tornare a esaminare la nostra storia personale e comunitaria: lo Spirito Santo soffia dove vuole e come vuole con l’unico scopo di aiutarci a nascere di nuovo.

Lungi dal lasciarsi rinchiudere in schemi, modalità e strutture fisse e caduche, lungi dal rassegnarsi o “abbassare la guardia” di fronte agli avvenimenti, lo Spirito è sempre in movimento per allargare lo sguardo ristretto, far sognare chi ha perso la speranza,[8] fare giustizia nella verità e nella carità, purificare dal peccato e dalla corruzione e invitare sempre alla necessaria conversione. Senza questo sguardo di fede tutto ciò che possiamo dire e fare cadrebbe nel vuoto.

Questa certezza è indispensabile per guardare il presente senza evasioni ma con audacia, con coraggio e con saggezza, con tenacia ma senza violenza, con passione ma senza fanatismo, con costanza ma senza ansia, e così cambiare tutto ciò che oggi minaccia l’integrità e la dignità di ciascuna persona; dato che le soluzioni di cui c’è bisogno esigono di guardare i problemi senza rimanerne prigionieri o, peggio ancora, ripetere i medesimi meccanismi che vogliamo eliminare.[9] Oggi siamo invitati a guardare avanti, ad assumere e vivere la sofferenza del conflitto e così poterlo risolvere e trasformare in un anello di congiunzione di un nuovo processo.[10]

3. Anzitutto sarebbe ingiusto attribuire questo processo solo agli ultimi avvenimenti vissuti. Tutto il processo di revisione e di purificazione che stiamo vivendo è possibile grazie agli sforzi e alla perseveranza di persone concrete che, contro ogni speranza o discredito non si sono stancati di cercare la verità; mi riferisco alle vittime degli abusi sessuali, del potere, dell’autorità o di coloro che, allora, hanno in loro creduto o sono stati da loro accompagnati. Vittime il cui grido è giunto fino al cielo.[11] Vorrei ancora una volta ringraziare pubblicamente il coraggio e la perseveranza di tutti loro.

Questo è tempo di ascolto e di discernimento per giungere alle radici che hanno permesso che tali atrocità avvenissero e si perpetuassero, e così trovare soluzioni allo scandalo degli abusi non con strategie puramente di contenimento – necessarie ma insufficienti – ma con tutte le misure indispensabili per poter assumere il problema nella sua complessità.

In questo senso, vorrei soffermarmi sulla parola “ascolto”, dal momento che discernere comporta imparare ad ascoltare ciò che lo Spirito vuole dirci. E potremo farlo solo se saremo capaci di ascoltare la realtà di ciò che avviene.[12]

Credo che qui si trovi una delle nostre principali mancanze e omissioni: non saper ascoltare le vittime. Così sono state tratte delle conclusioni parziali a cui mancavano elementi cruciali per un sano e chiaro discernimento. Con vergogna devo dire che non abbiamo saputo ascoltare e reagire a tempo.

La visita di mons. Scicluna e di mons. Bertomeu è nata dalla costatazione che esistevano situazioni che non abbiamo saputo vedere e ascoltare. Come Chiesa non potevamo continuare ad andare avanti ignorando la sofferenza dei nostri fratelli. Dopo aver letto il rapporto, ho voluto incontrare personalmente alcune vittime dell’abuso sessuale, del potere e della coscienza per ascoltarle e chiedere loro perdono per i nostri peccati e per le nostre omissioni.

4. In questi incontro ho costatato come la mancanza di riconoscimento/ascolto della loro storia, come pure del riconoscimento/ascolto degli errori e delle omissioni in tutto il processo, ci impedisce di andare avanti. Un riconoscimento che vuole essere più che un’espressione di buona volontà verso le vittime, ma vuole piuttosto essere un nuovo modo di porci davanti alla vita, agli altri e davanti a Dio. La speranza nel domani e la fiducia nella Provvidenza nasce e cresce nell’assumere la fragilità, i limiti e anche il peccato per aiurtaci ad andare avanti.[13]

Il “mai più” alla cultura dell’abuso come anche al sistema dell’occultamento che gli permette di perpetuarsi, richiede di lavorare tutti insieme per creare una cultura di attenzione che impregni le nostre forme di relazionarci, di pregare, di pensare, di vivere l’autorità; le nostre usanze e i nostri linguaggi, il nostro rapporto col potere e il denaro.

Oggi sappiamo che la parola migliore che possiamo offrire di fronte alla sofferenza provocata è l’impegno per la conversione personale, comunitaria e sociale che impara ad ascoltare e a prendersi particolarmente cura dei più vulnerabili. È urgente, quindi, creare spazi in cui la cultura dell’abuso e dell’occultamento non sia lo schema dominante; in cui non si confonda un atteggiamento critico e interpellante con il tradimento. Ciò deve spronarci come Chiesa a cercare umilmente tutti gli attori che plasmano la realtà sociale e a promuovere istanze di dialogo e di confronto costruttivo per camminare verso una cultura della cura e della protezione.

Pretendere di compiere questa impresa solo con le nostre forze e i nostri strumenti ci chiuderebbe in pericolose dinamiche volontariste che verrebbero meno in breve tempo.[14] Lasciamoci aiutare e aiutiamo a creare una società in cui la cultura dell’abuso non trovi spazio per perpetuarsi. Esorto tutti i cristiani e specialmente i responsabili di Centri di formazione educativa di terzo grado, di educazione formale e non formale, Centri sanitari, Istituti di formazione e università, a unire gli sforzi nelle diocesi e con tutta la società civile per promuovere in maniera chiara e strategica una cultura della cura e della protezione. Che ognuno di questi spazi promuova una nuova mentalità.

5. La cultura dell’abuso e dell’occultamento è incompatibile con la logica del vangelo dal momento che la salvezza donata da Cristo è sempre un’offerta, un dono che richiede ed esige la libertà. Lavando i piedi ai discepoli, Gesù ci ha mostrato il volto di Dio. Non è per costrizione né per obbligo ma per servizio. Diciamolo chiaro, tutti i mezzi che attentano alla libertà e all’integrità delle persone sono anti-evangelici, perciò bisogna anche creare processi di fede in cui si impari a riconoscere quando è necessario dubitare e quando no. «La dottrina, o meglio, la nostra comprensione ed espressione di essa, “non è un sistema chiuso, privo di dinamiche capaci di suscitare domande, dubbi, interrogativi”, poiché le domande del nostro popolo, le sue angustie, le sue idee, i suoi sogni, le sue lotte, le sue preoccupazioni, possiedono un valore ermeneutico che non possiamo ignorare se vogliamo prendere sul serio il principio dell’incarnazione».[15]

Invito tutti i Centri di formazione religiosa, le facoltà teologiche, gli istituti di terzo grado, i seminari, le case di formazione e di spiritualità a promuovere una riflessione teologica che sia capace di essere all’altezza del tempo presente, a promuovere una fede matura, adulta e che assuma l’humus vitale del popolo di Dio con le sue ricerche e i suoi interrogativi. E così promuovere comunità capaci di lottare contro situazioni abusive, comunità in cui lo scambio, la discussione, il confronto siano benvenuti.[16]

Saremo fecondi nella misura in cui svilupperemo comunità internamente aperte liberandoci così da pensieri chiusi e autoreferenziali pieni di promesse e di miraggi che promettono vita ma che, in definitiva, favoriscono la cultura dell’abuso.

Vorrei fare un breve riferimento alla pastorale popolare vissuta in molte delle vostre comunità poiché è un tesoro inestimabile e un’autentica scuola in cui imparare ad ascoltare il cuore del nostro popolo e, nello stesso tempo, il cuore di Dio.

Nella mia esperienza di pastore ho imparato a scoprire che la pastorale popolare è uno dei pochi spazi in cui il popolo di Dio è sovrano rispetto all’influenza di quel clericalismo che cerca sempre di controllare e frenare l’unzione di Dio sul suo popolo. Imparare dalla pietà popolare è imparare a stabilire un nuovo tipo di rapporto, di ascolto e di spiritualità che esige molto rispetto e non si presta a letture affrettate e sempliciste, poiché la pietà popolare «riflette una sete di Dio che solo i poveri e i semplici possono conoscere».[17]

Essere” chiesa in uscita” vuol dire anche lasciarsi aiutare e interpellare. Non dimentichiamo che “Il vento soffia dove vuole: e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito» (Gv 3,8).

6. Come vi ho detto, negli incontri con le vittime ho potuto costatare che la mancanza di riconoscimento ci impedisce di camminare. Perciò credo necessario dirvi che mi ha molto rallegrato e riempito di speranza confermare nel dialogo con loro, il riconoscimento di persone che mi piace chiamare i “santi della porta accanto”.[18] Saremmo ingiusti se, accanto alla nostra sofferenza e vergogna per queste strutture di abuso e di occultamento che tanto si sono perpetuate e tanto male hanno fatto, non riconoscessimo i molti fedeli laici, consacrati e consacrate, sacerdoti e vescovi che danno la vita per amore nelle zone più remote della cara terra cilena. Sono tutti cristiani che sanno piangere con gli altri, che cercano la giustizia con fame e sete, che guardano e agiscono con misericordia;[19] cristiani che cercano ogni giorno di illuminare la loro vita alla luce del protocollo su cui saremo giudicati: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,34-36).

Riconosco e ringrazio per il loro coraggioso e costante esempio che in momenti di turbolenza, vergogna e sofferenza continuano a giocare la vita con gioia per il Vangelo. Questa testimonianza mi fa molto bene e mi sostiene nel mio stesso desiderio di vincere l’egoismo e donarmi ancor di più.[20]

Lungi dallo sminuire l’importanza e la serietà del male provocato e cercare le radici dei problemi, ci impegna anche a riconoscere la forza che agisce e opera mediante lo Spirito in tante vite. Senza questo sguardo, rimarremmo a metà strada e potremmo entrare in una logica che, lungi dal cercare di rafforzare il bene e di porre rimedio all’errore, relativizzerebbe la realtà cadendo in una grave ingiustizia.

Accettare i successi, come anche i limiti personali e comunitari, lungi dall’essere una notizia ulteriore, diventa il calcio d’inizio di ogni autentico processo di conversione e di trasformazione. Non dimentichiamo mai che Gesù Cristo risorto si presenta ai suoi con le sue piaghe. In effetti, è proprio a partire dalle sue piaghe che Tommaso può confessare la fede. Siamo invitati a non dissimulare, nascondere o coprire le nostre piaghe.

Una Chiesa piagata è capace di comprendere e commuoversi per le piaghe del mondo d’oggi, farle sue, soffrirle, accompagnale e muoversi per cercare di risanarle. Una Chiesa piagata non si mette al centro, non si crede perfetta, non cerca di coprire o dissimulare il suo male, ma mette lì l’unico che può guarire le ferite e ha un nome: Gesù Cristo.[21]

Questa certezza è quella che ci muoverà a cercare, in maniera opportuna o importuna, l’impegno per produrre una cultura in cui ogni persona abbia diritto a respirare un’aria libera da ogni genere di abusi. Una cultura libera da occultamenti che finiscono col viziare tutte le nostre relazioni. Una cultura che, di fronte al peccato, genera una dinamica di pentimento, di misericordia e perdono, e di fronte al crimine la denuncia, il giudizio e la sanzione.

7. Cari fratelli, ho cominciato questa lettera dicendovi che fare appello a voi non è un ricorso funzionale o un gesto di buona volontà, al contrario, è invocare l’unzione che, come popolo di Dio, possedete. Con voi si potranno fare i passi necessari per un rinnovamento e una conversione ecclesiale che sia sana e a lungo termine. Con voi si potrà operare la trasformazione necessaria di cui tanto c’è bisogno. Senza di voi non si può fare nulla.

Esorto tutto il santo popolo fedele di Dio che vive in Cile a non aver paura di coinvolgersi e di camminare, spinto dallo Spirito, nella ricerca di una Chiesa ogni giorno più sinodale, profetica e piena di speranza; meno abusiva perché sa mettere Gesù al centro, nell’affamato, nel carcerato, nel migrante e nell’abusato.

Vi chiedo di non cessare di pregare per me. Io lo faccio per voi e chiedo a Gesù che vi benedica e alla Vergine Santa che vi custodisca.

Vaticano, 31 maggio 2018,
Festa della Visitazione di Nostra Signora


[1] Cf. Lettera del papa Francesco ai signori vescovi del Cile dopo l’informazione di s.e. mons. Charles Scicluna, 8 aprile 2018.
[2] BENEDETTO XVI, Deus caritas est, 16.
[3] Cf. Incontro di papa Francesco con i sacerdoti, religiosi/e, consacrati/e e seminaristi, cattedrale di Santiago del Cile, 16 gennaio 2018.
[4] FRANCESCO, Evangelii gaudium, 278.
[5] Cf. Concilio Vaticano II, Lumen gentium, 9.
[6] Cf. Incontro del papa Francesco con i giovani, santuario nazionale di Maipú, 17 gennaio 2018.
[7] Cf. FRANCESCO, Gaudete et exsultate, 96.
[8] Cf. FRANCESCO, Omelia nella solennità della Pentecoste.
[9] È opportuno riconoscere alcune organizzazioni e i mezzi di comunicazione che hanno assunto il tema degli abusi in maniera responsabile, cercando sempre la verità e non facendo di questa dolorosa realtà una risorsa mediatica per l’aumento del rating nella sua programmazione.
[10] Cf.. FRANCESCO, Evangelii gaudium, 227.
[11] Il Signore disse: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze” (Es 3,7).
[12] Ricordiamo che questa fu la parola-mandato che il popolo d’Israele ricevette da parte di YHWH: “Ascolta Israele” (Dt 6,4).
[13] Cf. Visita del apa Francesco al Centro penitenziario femminile, Santiago del Cile, 16 gennaio 2008.
[14] FRANCESCO, Gaudete et exsultate, 47-59.
[15] Cf. FRANCESCO, Gaudete et exsultate” 44.
[16] È essenziale effettuare il tanto necessario rinnovamento nei centri di formazione promossi dalla recente costituzione apostolica Veritatis gaudium. Per fare un esempio, sottolineo che «in effetti, il compito urgente del nostro tempo consiste nel fatto che tutto il Popolo di Dio si prepari a intraprendere “con coraggio” una nuova fase di evangelizzazione». Ciò richiede «un deciso processo di discernimento, purificazione e riforma». E, all’interno di questo processo, il rinnovamento adeguato del sistema degli studi ecclesiastici è chiamato a svolgere un ruolo strategico. In realtà, questi studi devono non solo offrire luoghi e itinerari per la formazione qualificata dei sacerdoti, delle persone consacrate e dei laici impegnati, ma costituiscono una sorta di laboratorio culturale provvidenziale, in cui la Chiesa si esercita nell’interpretare la performance della realtà che scaturisce dall’evento Gesù Cristo e si nutre dei doni della sapienza e scienza con cui lo Spirito Santo arricchisce in vari modi tutto il popolo di Dio: dal sensus fidei fidelium fino al magistero dei pastori, dal carisma dei profeti a quello dei dottori e dei teologi».  (Veritatis gaudium, 3).
[17] Paolo VI, Evangelii nuntiandi, 48.
[18] Cf. FRANCESCO, Gaudete et exsultate,6-9.
[19] Cf. FRANCESCO, Gaudete et exsultate, 76.79.82
[20] Cf. FRANCESCO, Evangelii gaudium, 76
[21] Cf. Incontro di papa Francesco coi sacerdoti, religiosi/e, consacrati/e e seminaristi, cattedrale di Santiago del Cile, 16 gennaiio 2018.

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