Elezioni Iran: cambiamento e continuità

di: Francesco Strazzari

Teheran, marzo 2016

Elettrice alle elezioni in Iran

Un’elettrice iraniana mostra la mano con i numeri “30+16”, slogan dei riformisti che invitata a votare tutti i candidati riformisti e moderati a Tehran, per il Parlamento e per l’Assemblea degli Esperti (AP Photo/Vahid Salemi)

Lo scorso 26 febbraio, gli iraniani si sono recati alle urne per un doppio appuntamento istituzionale: l’elezione dei 290 deputati del nuovo parlamento, il decimo a 37 anni dalla vittoria della Rivoluzione Islamica nel 1979, e l’elezione degli 88 membri dell’Assemblea degli Esperti, un organo costituito da giuristi islamici, nella quasi totalità religiosi, che durano in carica otto anni e che hanno il compito di eleggere – e, all’occorrenza, di rimuovere – la Guida suprema della rivoluzione.

A dare maggior rilevanza a questo duplice evento è il particolare momento storico in cui esso è stato celebrato. Da una parte, giungendo a pochi mesi di distanza dalla sigla dell’atteso e sofferto accordo iraniano sul nucleare, esso costituisce una sorta di referendum sull’operato del presidente Rouhani, sul consenso popolare all’accordo e alla politica di moderata apertura all’Occidente che ha consentito all’Iran di uscire dall’isolamento internazionale nel quale era caduto durante i due mandati del suo diretto predecessore, il presidente Mahmoud Ahmadinejad. Dall’altra, se si considera l’età avanzata (76 anni) e il precario stato di salute della Guida della rivoluzione, l’ayatollah Khamenei, il ruolo della nuova Assemblea degli Esperti diventa determinante. Essa infatti, con grande probabilità sarà chiamata a scegliere la nuova Guida suprema, o – secondo un’ipotesi lanciata dall’ayatollah Hashemi Rafsanjani – un consiglio di saggi che assuma collegialmente il ruolo sinora ricoperto da Khamenei, come consiglio permanente, e non solo di transizione, come previsto dalla Costituzione. Il risultato delle urne può, quindi, offrire alcuni elementi di valutazione su quello che potrebbe essere il futuro orientamento della politica interna ed estera della Repubblica Islamica e soprattutto sulla direzione che la nuova Guida suprema vorrà dare al regime e al paese.

Il tentativo di escludere i riformisti

La posta in gioco era, dunque, alta ed era importante per le varie correnti giocare d’anticipo e assicurarsi il miglior risultato possibile. Un aiuto preventivo di non poco conto è stato dato ai conservatori dal Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione, che, nella fase di selezione dei 12.000 candidati, ne ha eliminato 6.000, colpendo soprattutto il campo dei riformisti. Tra i grandi esclusi, due nipoti dell’ayatollah Khomeini, fondatore della Repubblica Islamica: Hassan Khomeini, e Morteza Eshraqi, che si candidavano rispettivamente all’Assemblea degli Esperti e al Parlamento. Tra le persone rimaste in lizza c’erano anche 586 donne, pari al 10% dei candidati. Per l’Assemblea degli Esperti invece, degli 800 che si erano messi in lista, solo 161 erano stati ritenuti idonei.

Era normale che l’esclusione di così tanti riformisti dalla corsa elettorale venisse fortemente contestata. A dare voce a questa contestazione è stata la denuncia dell’ex presidente Rafsanjani: «Chi siete voi per giudicare gli altri? Chi vi ha dato il diritto di prendere (per voi) … le armi, … i podi, di avere i pulpiti della preghiera del venerdì, la radio e la televisione?».

E il presidente Rouhani, in una critica al corpo dei pasdaran, i potenti Guardiani della Rivoluzione, insinuava che una concentrazione di potere (intelligence, armi, denaro, giornali, agenzie stampa…) nelle mani di una sola organizzazione può corrompere anche chi è santo. Se si vuole far progredire l’Iran, bisogna liberarsi non solo delle sanzioni, ma anche dei monopòli e della catena della burocrazia (Farhang Jahanpour).

Di fronte a misure così drastiche, la tentazione più facile poteva essere quella di cadere nella trappola del boicottaggio o dell’astensionismo.

L’ayatollah Khamenei, forse consapevole di questo rischio, esortava la popolazione, «anche quelli che non credono nella Repubblica Islamica», a partecipare in massa alle elezioni. La stessa affluenza alle urne sarebbe stata espressione di legittimità della Repubblica Islamica e quindi anche della stessa Guida suprema.

Per Rafsanjani, invece, la partecipazione al voto, nonostante gli ostacoli che erano stati creati per evitare una vittoria riformista, costituiva «una valida opportunità per impedire l’istituzionalizzazione del radicalismo politico e dell’estremismo religioso nella società». Bisognava «istituzionalizzare la cultura del voto» e utilizzare «il minimo di competizione previsto dal sistema» per riuscire gradualmente, attraverso le elezioni, ad imporre all’establishment la volontà del popolo (Golnaz Esfandiari, RFE/RL).

Si è così escogitata una strategia che, alla prova dei fatti, è risultata vincente: invece di lasciare il campo libero agli ultraconservatori (noti anche come “principalisti”) si è optato per facilitare l’ingresso in parlamento di conservatori moderati che poi avrebbero anche potuto spianare la via ai riformatori (prof. Sadegh Zibakalam), «diluendo il potere degli ultraconservatori, e persuadendo un maggior numero di conservatori a muoversi verso una più pragmatica posizione di centro» (Ellie Geranmayeh).

Lo scopo era soprattutto quello di ridurre e contenere l’ala degli ultraconservatori e di assicurare al presidente Rouhani uno spazio di maggiore flessibilità per portare avanti il suo programma di riforme.

Una strategia semplice

La strategia messa in atto dall’attuale presidente Rouhani e dall’ex presidente Hashemi Rafsanjani era semplice. Per il bacino elettorale di Teheran sono state preparate due liste di nomi: una di 30 candidati al Parlamento e un’altra di 16 per l’Assemblea degli Esperti. Le due liste sono state chiamate lista della speranza.

Nella breve campagna elettorale le due liste sono state pubblicizzate semplicemente come «30+16». Da parte sua, l’ex presidente Mohammad Khatami, il quale, dopo le proteste seguite alle elezioni del 2009 e la repressione dell’Onda Verde, ha l’interdizione di comparire sui media e non può neppure essere nominato, ha sfidato questa interdizione con la diffusione di un breve video-clip lanciato su YouTube e su Telegram. Egli invitava «quelli che hanno a cuore i migliori interessi del paese» a recarsi massicciamente alle urne e a votare compatti la lista della speranza, in questo che egli definiva il «secondo passo» (il primo era stato l’elezione di Rouhani nel 2013) per «l’onore del paese, e per una rafforzata sicurezza e stabilità». Con l’appello a votare l’intera lista, si mirava a escludere democraticamente, con il voto, da una possibile rielezione, i candidati ultra-conservatori. Nonostante le restrizioni, il “voto” diventava così la “voce” del popolo: maggiore l’affluenza, più forte la voce.

Parlamento Iran 2016

Composizione del Parlamento in Iran dopo le elezioni del 26 febbraio(Fonte: International Campaign for Human Rights in Iran)

 

La strategia ha funzionato. Anche se – a conteggio concluso dei voti – non si può dire né che ci sia stata una vittoria schiacciante dei riformisti, né una umiliante sconfitta dei conservatori; i 30 candidati della lista parlamentare, fra cui 8 donne, sono stati tutti eletti al primo turno, e dei 16 proposti per l’Assemblea degli Esperti, 15 sono stati scelti.

Ma, più eloquenti dei numeri, in questo caso, risultano i nomi degli “esclusi”, di chi non ce l’ha fatta, o di chi ce l’ha fatta in extremis: non è stato rieletto per Teheran il consuocero dell’ayatollah Khamenei, Gholamali Haddad Adel, arrivato 31°, e non avranno un seggio all’Assemblea degli Esperti l’attuale presidente dell’Assemblea stessa, l’ayatollah Mohammad Yazdi e il mentore di Ahmadinejad, l’ultraconservatore Mohammad Taghi Mesbah Yazdi, mentre è riuscito a entrare come 16° nella lista di Teheran, l’ayatollah presidente del Consiglio dei Guardiani. Sempre per l’Assemblea degli Esperti, va invece segnalata la vittoria inequivocabile di Rafsanjani e di Rouhani e soprattutto il fatto che degli 88 seggi dell’Assemblea, ben 52 sono stati conquistati da candidati sostenuti dall’area riformista.

Ma l’Iran non è Teheran. E se non si può mettere in dubbio l’affermazione di pragmatici e riformisti nella capitale, va pure detto che nelle province ha prevalso, per quasi il 60%, l’ala ultraconservatrice e principalista, mentre i riformisti si sono assestati intorno al 30%. Pertanto, quello che emerge dal risultato elettorale è un parlamento sostanzialmente bilanciato.

Il quadro della situazione

I dati ufficiali danno un quadro della situazione.

Degli 80 milioni di iraniani, gli aventi diritto al voto erano 55 milioni: di questi, l’affluenza alle urne è stata del 62%, e cioè di quasi 34 milioni, una percentuale leggermente inferiore a quella del 63,9% delle elezioni parlamentari del 2012.

Dei 290 deputati che dovevano essere eletti, 226 sono passati al primo turno, mentre per i 64 mancanti all’appello si dovrà attendere il ballottaggio del prossimo mese di aprile. Solo allora sarà possibile conoscere la composizione definitiva del nuovo Parlamento.

In base ai dati parziali però, relativi ai risultati del 16 febbraio resi noti dal ministero dell’Interno, si ha la seguente configurazione: 28,6% riformisti (83 deputati), 26,9% conservatori (78 deputati), 20,7% indipendenti (60 deputati), 1,7 % i cinque rappresentanti delle minoranze religiose (due per la minoranza armena e uno rispettivamente per assiro-caldei, zoroastriani ed ebrei). Il rimanente 22,1% riguarda i 64 candidati che saranno eletti al ballottaggio del prossimo mese di aprile.

Queste cifre confermano che né il fronte riformista né quello conservatore hanno raggiunto la maggioranza. I diversi schieramenti sono quasi egualmente ripartiti e la differenza nel dibattito parlamentare potrà essere fatta di volta in volta dalla linea che adotteranno i deputati. Va osservato, infatti, che gli schieramenti che si sono presentati alle elezioni non sono a compartimenti stagno, ma sono soggetti a una relativa fluidità, già evidente nel fatto che vari candidati hanno presentato il loro nome sia nella lista dei conservatori che in quella dei riformisti. Una fluidità che potrà essere ancora più palese in sede parlamentare in base alle politiche che si vorranno promuovere e dove un grande peso lo avranno gli indipendenti.

In definitiva, quindi, Rouhani ha vinto, ma non stravinto. Le urne sono state il riconoscimento del lavoro da lui fatto in questi due anni e mezzo dall’inizio del suo primo mandato: la riduzione dell’inflazione, la firma del patto nucleare, lo scongelamento dei fondi che ora iniziano a rientrare, l’arrivo di delegazioni straniere. Quindi, il presidente può continuare in questa sua linea di politica interna ed estera e guardare con fiducia alla sua rielezione alle presidenziali del 2017.

Tutto questo, comunque, avviene nel tipico contesto della rivoluzione islamica. Non va dimenticato che ultraconservatori e riformisti, pragmatici e indipendenti sono tutti “figli del regime” e che i loro spazi di movimento e di azione sono limitati dalla struttura stessa della Repubblica Islamica. E se ora Parlamento e Assemblea degli Esperti possono contare su una maggiore influenza dei riformisti, vi sono dei centri di potere, non eletti, come i servizi di sicurezza e il potere giudiziario, che rimangono saldamente in mano agli ultraconservatori. A questo si deve aggiungere che «il 70% di un’economia da 425 miliardi di dollari l’anno in pratica è in mano ai conservatori» (Alberto Negri, Sole 24Ore), e questo fattore condiziona equilibri e alleanze nel futuro programma di governo del presidente Rouhani.

Governance in Iran

Struttura della governance in Iran

Prospettive

Il risultato di queste elezioni va pertanto letto in maniera equilibrata e ridimensionata, senza sminuire i risultati positivi ottenuti dai riformisti, ma senza ignorare la salda tenuta dei conservatori., «Ciò non significa – secondo il prof. Zibakalam – che i moderati abbiano ora il controllo, ma significa che ora hanno più influenza». D’altra parte, «non possiamo dire che gli ultraconservatori sono stati sconfitti, ma i conservatori non possono dire di aver ricevuto un grande mandato».

Ora, a elezioni concluse, si deve passare all’azione. Per Rouhani «la competizione è finita, ed è tempo di aprire un nuovo capitolo nello sviluppo economico del paese basato sulle capacità interne e sulle opportunità internazionali». Rafsanjani esorta «all’unità e alla collaborazione fra le diverse fazioni», mentre Khatami afferma che le elezioni hanno ottenuto «il consolidamento delle forze che vogliono riformare gli affari del paese» e che gli eletti devono ora soddisfare le richieste della popolazione di assicurare prosperità e un miglioramento del tenore di vita e di creare un sano spazio politico.

Un fattore, che merita di essere considerato, è l’impatto di internet durante il periodo elettorale. È risaputo che l’accesso alla rete e l’uso dei social in Iran è fortemente controllato dalla ciber-polizia. Ciò nonostante, secondo alcune fonti, circa il 40% della popolazione nel 2015 aveva accesso a internet e, durante il periodo elettorale, almeno 10 milioni di persone ne hanno fatto uno strumento di propaganda e comunicazione.

È appunto grazie a internet che Khatami ha potuto eludere l’interdizione di apparire in pubblico e lanciare su YouTube e Telegram il suo appello a votare tutti i nomi della lista della speranza (30+16) e che chi, in un primo momento, pensava di boicottare le elezioni si è persuaso dell’opportunità di parteciparvi.

Dopo le elezioni, è su Telegram e Twitter che si sono sbizzarriti umorismo e satira, con battute molto espressive per chi conosce il contesto iraniano. Due su tutte: «Cari cittadini! Attenzione per favore: Teheran ora è libera!». O, sull’appello di Khamenei di andare a votare: «Avevo detto a chi era contrario al sistema di votare. Ma non in questo modo!».

Comunque si è votato, e se la grande affluenza alle urne sembra confermare, come accennato sopra, la legittimità della Repubblica Islamica, non si può negare che le elezioni si rivelano come l’unica via possibile, nelle condizioni attuali, per ottenere quei cambiamenti graduali di cui gli iraniani sentono la necessità.

L’impegno di Rouhani, e del Parlamento che non gli è più contrario come quello che sta per terminare il mandato, sarà volto soprattutto a mantenere le promesse elettorali, in particolare a portare avanti le riforme economiche del Paese e a continuare la politica di distensione e di riavvicinamento all’Occidente.

Sul campo dei diritti umani, invece, che interessa il sistema stesso della Repubblica Islamica e che trascende i poteri del presidente, forse si dovrà ancora attendere. Basti pensare che le esecuzioni capitali in Iran, dal 2013 (anno dell’elezione di Rouhani) a oggi, sono state 1.800, di cui 53 nei primi due mesi del 2016.

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