La creazione del mondo

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Cappuccetto rosso e la creazione del mondo

Nel racconto della creazione più antico (Gen 2,4a-28), tutta l’opera creatrice culmina nella creazione dell’uomo.

Nella prima delle cinque scene (2,4b-7) Dio crea la vita facendo piovere sulla terra secca e formando l’essere vivente perché la coltivi.

Nella seconda scena (2,8-14) anche Dio lavora, piantando un rigoglioso giardino.

Nella terza scena (2,15-17) Dio mette l’essere umano, il “terricolo”, nel giardino e si rivolge a lui per la prima volta dicendogli che può mangiare di tutti gli alberi, tranne di quello della conoscenza.

Nella quarta scena (2,18-22) Dio parla a se stesso, decidendo di fare un aiuto per l’uomo che gli sia simile. Così forma la donna dal fianco (più che dalla costola) dell’uomo.

Nella quinta scena (21,23-25) il “terricolo” parla per la prima volta, lodando poeticamente e con amore la donna che gli viene presentata.

Nel racconto della creazione più recente (Gen 1,1–2,4a), si riformula la tradizione ponendo al centro non la creazione dell’uomo, ma quella degli astri celesti: sole, luna e stelle. La loro creazione costituisce la quarta scena (1,14-19), la scena centrale di una struttura settenaria concentrica (1,3-5.6-8.9-13.14-19.20-23.24-31; 2,1-3) che dispone il materiale narrativo in altre sei scene, tre che precedono e tre che seguono quella centrale.

Scritto mentre Israele era in esilio e rischiava di scomparire come popolo, Gen 1 non vuole raccontare la modalità della creazione del mondo (Gen 2 c’era già), «ma di mostrare come il loro Dio, il Dio di un popolo sconfitto e in esilio, fosse il più potente di tutti» (p. 70). È il primo passo verso la fede monoteistica. Mettere al centro un Dio che crea gli astri è un messaggio a livello politico rivoluzionario. Una stele ritraeva Nabonide che, in vesti sacerdotali, adorava tre divinità: Astarte che è la stella più luminescente del cielo, Sin che è la luna, e Shamash che è il sole alato.

Il testo di Gen 2 esprime un messaggio molto forte di speranza e di ribellione contro l’impero babilonese dominante che ha distrutto il tempio di Gerusalemme. Ma il Dio degli ebrei non è un Dio perdente, che scomparirà dalla faccia della terra. Egli è il Dio creatore, non solo dell’uomo, ma addirittura degli dèi di coloro che hanno sconfitto e conquistato Israele.

La struttura settenaria di Gen 1,1–2,4a – a schema concentrico, con al centro la scena della creazione degli astri (Gen 1,14-19) – «esprime così un messaggio profondamente politico, che vuole rassicurare e dare fiducia ai fedeli del Dio di Israele in esilio» (p. 72).

Gen 1 corregge e rielabora il racconto più antico di Gen 2 e costruisce «una nuova struttura compositiva utilizzando il contenuto di un racconto neutrale – eventualmente rilevante solo per definire il ruolo della donna nei confronti dell’uomo – per trasmettere un messaggio dal profondo contenuto politico e religioso» (p. 73).

La struttura formale dinamica di Gen 1 permette di comprende in modo inequivocabile l’intentio auctoris. Narrando «la creazione, gli autori di Genesi 1 trasmettono un messaggio che va ben al di là del racconto originario da cui erano partiti. Presentano una visione rivoluzionaria della società in cui si ritrovavano loro malgrado a vivere e contribuiscono a costituire l’identità del popolo di Israele durante l’esilio a Babilonia» (pp. 73-74).

Paganini intende spiegare gli elementi fondamentali necessari per decodificare un testo biblico, inserendolo nel suo contesto storico e letterario, alla ricerca non solo dell’intentio auctoris ma anche dell’intentio operis. Per questo occorre analizzare le modalità narrative e l’intento finale, anche pragmatico, del racconto.

Per illustrare il procedimento, Paganini si serve del racconto di Cappuccetto rosso. Nella versione francese di Charles Perrault, inserita in una raccolta di fiabe pubblicata nel 1697 e destinata ad essere letta alla corte francese di Luigi XIV, il re Sole, nella sua corte di Versailles, la finale della favola è tragica, con Cappuccetto rosso che si spoglia e va a letto col lupo, mangiata con la nonna che l’ha preceduta. Non c’è alcun cacciatore che intervenga a salvarle.

L’ammonimento moraleggiante della parabola (non favola) è quella di allertare le ragazzine a non dare confidenza ai maniaci perversi e squilibrati, che possono attentare alla loro innocenza.

I fratelli Grimm, nel 1912, raccolgono una favola dove Cappuccetto rosso disobbedisce anch’essa alla mamma, ma alla fine, dopo essere stata mangiata dal lupo – ma senza esservi andata a letto insieme dopo essersi spogliata – viene salvata dal cacciatore insieme alla nonna dopo aver sventrato il lupo.

Nella storia de Il lupo e i sette capretti, i Grimm modificano ulteriormente il testo, facendo sì che Cappuccetto rosso corra a salvare i sette capretti mangiati dal lupo facendo ingoiare grosse pietre al lupo, in modo che esso muoia e possa venire ucciso e scuoiato dal cacciatore, salvando i capretti. Cappuccetto rosso si racconta da sé la morale: «Mai più correrai sola nel bosco, lontano dal sentiero, quando la mamma te l’ha proibito».

Nel primo racconto la salvezza poteva essere pensata scorrettamente come automatica, grazie all’intervento del cacciatore; nel secondo si insiste sull’obbedienza della bambina che non sfida la salvezza automatica, ma obbedisce alla mamma per avvedutezza interiorizzata.

Il racconto di Perrault e le due versioni dei fratelli Grimm fanno vedere come l’intentio auctoris e l’intentio operis cambino nel tempo e nelle culture, proprio come è avvenuto per Gen 1,1–2,4a rispetto a Gen 2,4b-28, riutilizzato e modificato con una intentio operis molto diversa espressa con una struttura letteraria modificata. È questa che va cercata, perché il testo è l’unica realtà che si ha concretamente davanti.

L’esegeta non deve tanto ricercare delle risposte, ma di «capire a quali domande il testo vuole rispondere» (p. 78, corsivo mio). Come non ci si deve interrogare sull’apparato digerente del lupo, così non ci si deve interrogare sulla creatio ex nihilo, che compare solo con 2Mac. «Il racconto della creazione in sette giorni vuole rispondere ad un’altra domanda, che è di carattere teologico e politico, non scientifico. Esegesi non è quindi solo l’espressione di un metodo scientifico che vuole trovare risposte a partire dall’analisi di un testo, ma è piuttosto l’arte di riuscire a porre a un testo antico le giuste domande» (pp. 77-78).

Bene ha fatto Paganini a pubblicare la sua lezione (riveduta) tenuta all’Università di Aquisgrana nel semestre invernale del 2017. Un piccolo testo, ma molto utile e stimolante.

Simone Paganini, Cappuccetto rosso e la creazione del mondo. Come si interpreta un testo (Lapislazzuli s.n.), EDB, Bologna 2018, pp. 80, € 9,50. 9788810559239

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