Tre proposte da Marietti 1820

di:
 Il linguaggio impoverito  Le faticose virtù della Vispa Teresa  Tra scienza e teologia
è scomparso l’intermediario

Due lezioni inedite e una conferenza sono i testi dello scrittore Giuseppe Pontiggia raccolti nel libro Le parole necessarie. Tecniche della scrittura e utopia della lettura, curato da Daniela Marcheschi, pubblicato da Marietti 1820 e in libreria dall’11 ottobre. In questi scritti, uno dei maggiori scrittori del Novecento, autore de La morte in banca e Nati due volte, riflette sul valore della parola e sul rischio del suo impoverimento nell’epoca in cui prevalgono la comunicazione orale e l’immagine.

La scrittura frammentaria, rapida e, nello stesso tempo, incisiva dei “libretti di sala” di Paolo Poli rispecchia fedelmente gli spettacoli del grande attore, il cui teatro è fatto di parodie di romanzi o di commedie dell’Ottocento o del primo Novecento. Una raccolta di quei libretti viene ora proposta da Marietti 1820 nel libro Il teatro della leggerezza, a cura di Mariapia Frigerio e in libreria dall’11 ottobre. Capace di suscitare ilarità con la grazia, senza alcun legame con lo snobismo, la pubblicità o la moda, Poli si muove tra i capisaldi della morale Liberty (la mamma, la guerra e il sentimento), fruga tra i romanzi d’appendice, per esempio le opere di Carolina Invernizio, e porta in scena La Vispa Teresa per criticare l’ottocentesco, selvaggio “consumo di virtù”. Due testi inediti dello storico della filosofia Alexandre Koyré (1892-1964) sul rapporto tra teologia e scienza nella storia del pensiero vengono proposti nel libro Miracoli e verifiche, curato da Pietro Redondi, pubblicato da Marietti 1820 e in libreria l’11 ottobre. Nel primo scritto vengono presi in esame i diversi criteri di conferma (il miracolo da un lato e la verifica dall’altro) che rendono incompatibili i processi di ricerca di teologia e scienza. Nel secondo testo Koiré offre un’apertura affascinante: in un aspetto del pensiero religioso del XVII secolo (la simbologia della luce) intravede infatti la possibilità di un punto di incontro tra la teologia agostiniana e l’astronomia eliocentrica.
Da Le parole necessarie
di Giuseppe Pontiggia
Le Parole necessarie
 Da Il teatro della leggerezza
di Paolo Poli
Il Teatro della leggerezza
 Da Miracoli e verifiche
di Alexandre Koyré
Alexandre Koyré, Miracoli e verifiche
La riflessione sulle parole, l’analisi del linguaggio, le tecniche della persuasione attraverso la parola non sono state elaborate ai nostri giorni, ma duemilacinquecento anni fa in una società, quella ateniese, molto diversa dalla nostra. Un rapido confronto può portarci a conclusioni piuttosto sconcertanti. Anzitutto come si era sviluppata questa riflessione sulla parola: per i bisogni della società ateniese, in cui la persuasione attraverso i discorsi nelle assemblee giudiziarie e nella vita politica era essenziale per l’affermazione individuale.

I sofisti furono i primi pensatori che, a pagamento, insegnarono come parlare in modo efficace per persuadere l’uditorio. Uno di loro, Prodico di Ceo, quando non vedeva sufficientemente attenti i suoi alunni, diceva: «Eccovi il punto da cinquanta dracme» e otteneva immediatamente l’attenzione dei presenti.

Gorgia di Leontini, protagonista memorabile di un dialogo di Platone, si era presentato all’assemblea degli ateniesi dicendo: «Datemi un tema». Questa sfida aveva una carica di provocazione straordinaria; ma rispondeva anche a una competenza precisa: essa si è tradotta in un patrimonio di riflessioni sull’arte della persuasione che nel tempo ha conservato una inalterabile efficacia.

Se facciamo un confronto con le società di oggi constatiamo che le occasioni di ricorrere alla parola per comunicare e per persuadere non sono diminuite, anzi sono aumentate. La parola è indispensabile non solo nella politica, ma nelle relazioni umane e sociali, nel commercio, nelle transazioni finanziarie, nelle trasmissioni radiofoniche e televisive. Pensate alla importanza e alla complessità di quella che viene definita “immagine” nel campo professionale.

Se posso fare un esempio personale, io ho passato un periodo di anni in banca, da cui ho tratto l’esperienza che poi è confluita in un romanzo che si intitola La morte in banca. Il titolo direi che non va preso alla lettera, perché, come vedete, sono sopravvissuto a quella esperienza. Essa però mi è stata utile anche per constatare come nell’ambiente della banca la capacità di parlare e di scrivere in modo preciso ed efficace fosse essenziale. Ho notato che chi si affermava non aveva semplicemente una competenza finanziaria (non voglio indugiare sull’aspetto malinconico delle raccomandazioni). Ma chi si affermava per competenza professionale univa a questa competenza anche una capacità di parlare e di scrivere in modo efficace.

Anche insegnando nei corsi superiori delle serali, cercavo di fare capire ai miei alunni che la padronanza del linguaggio non era importante solo per avvicinare i testi letterari, ma era importante anche per una affermazione nella loro vita professionale.

Bene, in questa società in cui la parola viene impiegata in campi sempre più vasti – è stata definita la società della informazione e della comunicazione – non direi che l’uso del linguaggio abbia segnato progressi rilevanti rispetto alla società ateniese che aveva prodotto la prima riflessione sul linguaggio ossia la rettorica.

Direi anzi che assistiamo a un fenomeno di deterioramento, di impoverimento del linguaggio. Penso che questo sia dovuto alla concomitanza di vari fattori. Anzitutto l’invadenza dei gerghi. I gerghi sono linguaggi specializzati, che rappresentano una scorciatoia pericolosa per chi vi ricorre.

Poggiano sulla premessa che condividiamo certe idee, certe opinioni, certi convincimenti. Ma il gergo è un gatto che si morde la coda, cioè non consente al linguaggio di esplorare, di verificare e collaudare esperienze nuove e diverse.

La scuola inoltre ha abbandonato l’insegnamento tradizionale della rettorica. Quella insegnata nel Medioevo era tutt’altro che quell’esercizio sterile che oggi si pensa. Ci sono rimaste ad esempio le lezioni di Guido Faba da Bologna. Ne ricordo una che insegnava in quali modi cominciare una lettera nella quale chiedere a un amico la dilazione di un prestito che ci aveva fatto. Erano dieci, dodici, quattordici modi… “Non puoi immaginare come mi dispiace”; “Da molto tempo mi affligge il dolore di doverti dire”; “Ho esitato a lungo prima di scriverti” eccetera. Questi modi che a noi possono sembrare artificiosi, che cosa in realtà rappresentavano allora per uno studente? La possibilità di scegliere.

Come mai la cultura rettorica in Italia è stata progressivamente svalorizzata? Soprattutto per la diffidenza della cultura idealistica italiana nei confronti della tecnica (la rettorica è essenzialmente tecnica dell’espressione) e per l’avversione romantica a tutto ciò che poteva essere regola e non spontaneità e libertà di espressione.

Il risultato piuttosto penoso che noi constatiamo se analizziamo il linguaggio dei mezzi di informazione di massa e delle comunicazioni individuali e collettive è una progressiva uniformazione. Il linguaggio si impoverisce, le scelte che uno può fare e soprattutto che i giovani nelle scuole di oggi possono fare sono scelte sempre più circoscritte.

Al contrario di quanto si potrebbe pensare, lo spontaneismo che cosa produce? Il cliché. Se non si insegnano diversi modi di esprimersi, il giovane e l’adulto che non affrontano radicalmente questo problema finiranno per ripetere luoghi comuni, non potranno più scegliere tra le diverse, possibili espressioni.

Ma come faceva ad essere vispa la povera Teresa con la famigliola che si ritrovava, l’educazione che riceveva, l’avvenire che l’aspettava? Ai suoi tempi il mondo era degli adulti che avevano tutti i diritti perché avevano tutte le ragioni e avevano tutte le ragioni perché erano adulti. Maestosi monumenti alla propria perfezione erano sempre loro ad avere l’ultima parola sul Bene e sul Male.

E non era poi tanto facile. Nell’Ottocento si faceva un selvaggio consumo di virtù, grandi, piccole e così così. Con particolare riguardo al dovere, alla temperanza, al sacrificio (oceani di sacrificio) alla modestia e alla sottomissione.

Tutta roba insomma che confinava con la noia e con la sculacciata. «La virtù trova sempre il suo premio» si diceva, e ancor oggi qualcuno di noi porta i lividi di questa micidiale utopia. Doveva essere estremamente faticoso per la povera Teresa, bambina-tipo della sua epoca, ascendere alle vette semiaccecata dagli esempi luminosi in una fitta selva di Devi e non Devi (con l’accento sul non).

Una mano gliela davano naturalmente: le prime poesiole che imparava quando era nel girello contenevano già un messaggio. Ogni favola, ogni raccontino che leggeva, folto di buoni sentimenti e di male morti, le insegnava in chiari termini di ricatto morale a guadagnare il paradiso a onta delle tentazioni e a non spezzare il fragilissimo cuore della mamma con una disobbedienza o una bugia. Troppa cultura era giudicata pericolosa, tuttavia le letture amene erano «altresì istruttive» cioè diciamo cento battute di dialogo «spigliato» mescolate a cinquecento pagine di «utili nozioni». E se per sbaglio le capitava tra mano qualcosa di interessante, le fornivano subito una chiave di lettura falsa, sicché un documento di denuncia come La capanna dello zio Tom diventava un polpettone strappalacrime per esercizi di pietismo a livello universitario. E una sottile divertita satira di costume come la saga di Sherlock Holmes si trasformava in un appassionante (e pacificante) simbolo della vittoria della Legge sul Disordine.

Se non bastava poi, sacrario e scuola di compiaciuta normalità, c’era la famiglia propriamente detta. Qui la virtù si addensava in nuvole cariche di fulmini sempre pronte a scatenarsi sul capo di Teresa. Massime di rettitudine imparaticcia la tempestavano sera e mattina. A ogni passo falso tuoni paterni e uragani di lacrime e sospiri del reparto femminile della famiglia. E tutti erano perennemente, inesorabilmente disposti a sacrificarsi per il suo bene in una vertigine di altruismo sanguinario e predace.

Si capiscono molte cose sulla gente da quello che cerca di insegnare ai suoi figlioli. Il che fece fare interessanti considerazioni a un certo dottore di Vienna che parlò di odio, di repressioni, di aggressività subliminali. Ma la sana famiglia borghese si affrettò a «rimuoverlo» fra i mostri, dando così prova che il guaio stava proprio lì.

Frattanto fuori, nel mondo, succedevano cose: scoppiavano guerre, cadevano imperi, avvenivano rivolgimenti sociali di estrema gravità. Succedeva anche la cultura, dal Romanticismo a Joyce (quando finisce esattamente questo impossibile secolo ultracentenario che ci perseguita?). Ma la faccia della famigliola borghese, in Italia, in Europa, nel Mondo rimane sempre la stessa: austera, savia, lunga.

Se riusciva a sopravvivere a tutto questo (e c’è da chiedersi se la forte mortalità infantile del secolo XIX non fosse in parte psicosomatica) un bel giorno Teresa si ritrovava cresciuta, pronta alle nozze con «l’uomo che ci vuole», cioè difficilmente quello che voleva lei, dovendosi tener conto del grado sociale, della moralità, della situazione economica e di mille altre cose poco o nulla imparentate con l’amore, di cui per altro non si faceva che parlare.

Dopodiché guai se non produceva ed ammaestrava in luminosa ignoranza una nuova infornata di Terese!

Ma ci stava sempre Teresa a questo gioco? Non le scappavano mai un «uffa!» un «marameo!» (timorata versione della pernacchia odierna). Altroché! Noi ne siamo la prova.

Il problema teologia e scienza, vale a dire il problema di stabilire quali rapporti intercorrono fra scienza e teologia, è molto serio e da molti secoli, in forme e formulazioni diverse, interessa il pensiero europeo. È un problema che si può anche definire esistenziale, e forse è per questo che il mio amico Jean Wahl mi ha chiesto di parlarvene qui. Non si tratta però di un problema molto attuale.

Se date un’occhiata alla riviste filosofiche e teologiche di questi ultimi anni, vedrete che non lo prendono in esame, o per lo meno lo troverete solo molto raramente. E quanto al problema dei rapporti fra la scienza e la religione, che è un’altra forma di questo stesso problema, o della scienza e della fede, vedrete che esso è trattato – peraltro piuttosto male – solo da vescovi anglicani.

Di questi tempi, la teologia e la scienza sembrano andare abbastanza d’accordo, o perlomeno non bisticciano più: potremmo dire che vivono in pace. Siamo ormai lontani da quelle epoche eroiche in cui la teologia dominava l’astronomia, la fisica o la biologia, dove i teologi condannavano un sistema astronomico come quello di Copernico, un sistema fisico come quello di Cartesio o un sistema biologico come quello di Darwin. Mai un teologo si è adombrato per la teoria della relatività, o si è schierato a favore o contro la fisica quantistica.

Sembra dunque che la teologia e la scienza abbiano delimitato bene le reciproche sfere d’influenza, e si può dire che fra loro sia in vigore un patto di non intervento. Sembra proprio che il mondo moderno sia riuscito a realizzare ciò che il Medioevo aveva così tanto rimproverato agli averroisti, cioè di vivere sotto un regime di doppia verità.

Come si è potuta creare questa situazione? Sarebbe interessante studiarlo, ma questo percorso ci porterebbe troppo lontano. Ora, io credo che questa situazione, inverosimile, sia dovuta alla sparizione di quell’intermediario fra la scienza e la teologia che una volta era rappresentato dalla metafisica, un tempo detta “teologia naturale” o “teologia filosofica”.

Da quando questa [metafisica], che era allo stesso tempo una [teologia], è sparita, la teologia e la scienza sono sprovviste di un intermediario e si trovano faccia a faccia, il che chiaramente potrebbe portare a un conflitto. Ma ciò non accade.

La teologia e la scienza non hanno punti di contatto: sembrano ignorarsi reciprocamente e, allo stesso tempo, sembrano ignorare il problema dei rapporti che intercorrono fra loro.

Ora, fra ignorare un problema e risolverlo c’è una bella differenza.

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