Cara Sara…

di:
preti laici

Foto di Francesca Cavalli

Cara Sara,
ti ringrazio per quanto scrivi. Hai dato voce a molte altre Sara, Cristina, Elena… che sempre più spesso manifestano la loro preoccupazione (o delusione?) per come noi preti stiamo dentro le comunità che ci sono state affidate, comunità che normalmente ci hanno accolti così come siamo, quasi sempre con grande affetto.

E non per niente ho aggiunto i nomi di altre donne, e non di uomini, perché siete voi la presenza preponderante nei tanti servizi parrocchiali, compresi i più umili e nascosti, quelli per i quali forse nessuno vi ha mai ringraziato, nemmeno il vostro parroco. E ben venga la decisione di papa Francesco, anche se, più che aprire una strada, certifica quanto di fatto era già abituale in molte comunità.

E da persona che sta dentro una comunità, almeno così percepisco, affondi il colpo con schiettezza non solo sul ruolo del prete dentro la sua comunità, ma anche sulle motivazioni che lo dovrebbero sostenere, e che troppe volte vengono tradite nella loro debolezza dalle tante esternazioni fatte a livello personale e nei momenti celebrativi.

Certo che la vita non è facile, ma perché dovrebbe essere più facile per i laici che si sentono colpevolizzati di continuo perché non ci sono, perché non vengono agli incontri, perché non sono disponibili a distribuire i volantini, perché…

Prima di lamentarsi, non è il caso che per un giorno noi preti seguiamo discretamente la giornata-tipo di una qualunque delle nostre catechiste? Guarda caso anche qui quasi tutte donne, sposate o meno. Quasi tutte lavoratrici e casalinghe, con figli da alzare, accudire, accompagnare…, dei quali preoccuparsi senza poter scaricare le preoccupazioni su altri, da ascoltare e dei quali capire anche i silenzi.

Quand’ero parroco avevo cercato di trovare orari più compatibili per gli incontri ai quali invitavo, e ringraziavo il cielo per quelle venti persone che c’erano invece di lamentarmi di quelle che non avevano potuto o voluto venire; e se proprio l’incontro era alla sera, lo chiudevo entro un orario ragionevole, perché io tornavo a casa e badavo a me stesso ma loro… i figli alzati da mettere a letto, la lavatrice fatta partire prima di venire che era tutta ancora da stendere. E quante si confessano ancora che non riescono a terminare le preghiere della sera perché crollano dal sonno: ho sempre detto che per loro è pronta una aureola al merito!

E torno alle motivazioni dell’essere prete, che spesso vengono percepite così fragili e di conseguenza poco testimonianti. “Voi preti ce la raccontate” mi dice ogni tanto il mio amico Renato, che pure è uomo di fede e di tanti servizi in passato, e che adesso mi chiede di portargli la Comunione tutte le volte che vado a trovarlo, anche se avrebbe qualche conto in sospeso con il Signore da quando si è trovato inchiodato su una carrozzella.

È vero, ci lamentiamo spesso, e questo fa capire che siamo scontenti. Ma di che cosa? I problemi di salute li hanno tutti, i problemi di intesa nel lavoro anche, quelli sul “peso” del lavoro…  vogliamo mettere?! La solitudine la sentono in tanti, basta pensare ai tanti anziani vedovi, e basterebbe pensare alle parole di circostanza dette nei funerali quando agli altri diciamo di fidarsi di Dio, di essere sereni perché la compagna o compagno di una vita è sicuramente accolto nelle braccia del Padre. Ma noi non ci sentiamo nelle braccia di nessuno. E siamo scontenti. E ci lamentiamo, e diventiamo pesi, colpevolizzanti, ansiogeni…

Ci lamentiamo anche che tocca fare tutto a noi, che la responsabilità è solo nostra. Ma dobbiamo chiederci perché i vari organismi di partecipazione non funzionano: sono di partecipazione o di ascolto di quello che noi pensiamo e decidiamo? E quando ci sono, perché spesso non ci sono nemmeno quelli!

Siamo entrati nelle parrocchie con in testa quello che diceva ancora pochi anni fa un vescovo ai giovani preti: ricordatevi che chi comanda, siete voi! E la fiducia nei laici, la stima nei loro confronti? Perché fior di professionisti devono diventare scolaretti senza parola quando sono in parrocchia? Perché manchiamo di trasparenza nella gestione economica, come se fossero soldi nostri?

Credo che a molti di noi manca la profondità di un cammino spirituale, dove riscoprire le motivazioni che sostengono l’impegno e il servizio, dove riscoprire la bellezza di una vita donata e la serenità di poter dire, quando ci si ritira alla sera di un giorno qualsiasi, o alla sera della vita, che siamo stati semplicemente servi.

Ogni tanto penso a quante volte nella predicazione dell’ultimo anno ho usato la parola servizio, ma quasi sempre come impegno richiamato agli altri e non a me, chiamato a vivere a imitazione di Colui che non è venuto per essere servito ma per servire e dare la vita. La vita, e non solo la fatica di un giorno!

Può essere forse una scusante la formazione ricevuta in un contesto come quello del seminario che, insieme ai pregi, può avere anche il difetto di abituarci ad essere serviti? Ma quando nella vita quotidiana di una parrocchia ci si confronta con le famiglie, quelle con figli e quelle ormai verso il tramonto della loro vita, quelle abitudini dovrebbero scomparire in fretta.

Cara Sara, avrei ancora altre risonanze provocate dalla tua lettera, ma nella foga di rispondere al volo mi stavo dimenticando di te, stavo ancora una volta tornando a parlare di noi. Ma, forse, era proprio il tuo scopo. Chiederci di guardarci dentro con schiettezza, per tornare ad essere presenze significative, compagni di viaggio, ministri della Parola, uomini di speranza e di spessore umano, meno presenti sui social e più nella vita vera.

Cara Sara, grazie della tua lettera.
p. Renato

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2 Commenti

  1. Maria Teresa Pontara Pederiva 19 gennaio 2021
  2. Giorgia Gariboldi 16 gennaio 2021

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