Che cosa resta del prete? / 2

di: Armando Matteo
prete in confessionale
Quel che abbiamo perso

Quello che viviamo è un tempo di povertà per noi preti. Siamo chiamati al nostro ministero di annuncio del Vangelo e di guida delle comunità a noi affidate senza poter far più affidamento su alcuni sostegni che sono stati di grande forza sino ad un passato recente: siamo così preti senza disporre più di un linguaggio dell’umano che sia condiviso tra esperienza del vivere e quella del credere, senza godere più di una credibilità personale e di gruppo che naturalmente ispirava fiducia in chi ci accostava, senza ancora poter più appoggiare la nostra specifica autorevolezza su archetipi e immaginari diffusi, senza infine sapere quanto ancora le risorse economiche sinora messe a nostra disposizione ci aiuteranno mantenere in piedi e “in buona forma” le tante strutture e iniziative sui cui facciamo girare la vita delle comunità. Proviamo a meglio entrare nei dettagli di un tale nuovo scenario in cui si gioca oggi il nostro impegno sacerdotale.

Tutti sappiamo e diciamo che è finita la cristianità. Siamo infatti nell’epoca della postmodernità, che non è semplicemente un’epoca di cambiamento ma un vero e proprio cambio d’epoca. Ma tale evento non è qualcosa che lascia indenne la figura e il ruolo del prete, inteso qui soprattutto come annunciatore del Vangelo. Quando si dice che la cristianità è finita, si tratta propriamente di prendere coscienza che quell’unità di cultura e quella cultura di unità, vigente in Occidente sino alla rivoluzione culturale del Sessantotto, non c’è più. Non solo: si tratta pure di capire che non c’è quasi più alcun riferimento e alcuna osmosi vivente tra le istruzioni per vivere e quelle per credere. Sotto questa luce il cambiamento d’epoca che viviamo e che annuncia la fine della cristianità, fa sì che tra me e mio nonno ci sia molta più differenza nell’intendere l’umano che tra mio nonno e un qualsiasi cittadino medio del Medioevo!

Per provare ora a meglio visualizzare un tale cambiamento, si faccia mente al fatto che noi diventiamo umani e cittadini di un dato tempo, facendo nostro il linguaggio umano in generale e più specificatamente il linguaggio di quel dato contesto storico e culturale, che tradisce ed indica un ordine delle cose del mondo e del mondo delle cose. Il linguaggio è il luogo dove si sedimenta l’immaginario condiviso e che comanda l’apprezzamento del reale, cioè ciò che noi diciamo i valori di fondo. Ebbene negli ultimi decenni, con l’imporsi della cultura postmoderna, abbiamo assistito ad un mutamento delle parole e del loro ordine, all’eclissi di alcune e all’emergere di altre. Sino agli anni Ottanta del secolo scorso le parole decisive della vita umana erano eternità, paradiso, verità, natura, legge naturale, fissità, maturità, adultità, spirito, mascolinità, sobrietà, sacrificio, rinuncia, autorità, diritto, tradizione. Oggi, al centro della nostra sensibilità immediata, del nostro essere abitanti di questo tempo e di questo spazio culturale, si trovano le parole finitezza, alterità, pluralismo, tolleranza, sentimento, tecnica, salute, cambiamento, aggiornamento, corporeità, donna, consumo, benessere, giovinezza, longevità, singolarità, sessualità, democrazia, convinzione, comunicazione, partecipazione.

Esattamente questo provoca – e qui è il punto – la rottura della cristianità, cioè di quella unità tra cultura e fede, tra esistenza e preghiera, tra quotidiano e santo, che, non senza qualche ombra come è naturale che sia, ha molto favorito il lavoro della Chiesa e di noi preti: in casa, a scuola, per la strada i codici linguistici – umano e credente – passavano facilmente da una parte all’altra. Ciò non ci è più dato. Assistiamo perciò ad un divenire estraneo del cristianesimo all’uomo comune; più in generale la stessa questione di Dio non appare più qualcosa di veramente decisivo per una vita umana qualificata come riuscita ed infine quasi più nessuno di noi riesce a trovare il giusto stile e la giusta frequenza per trasmettere la fede alle nuove generazioni.

Viviamo in un tempo poi che ci spoglia di quell’aura di credibilità derivante dalle nostre scelte che sempre sono apparse forti e controtendenza rispetto alla vita ordinaria della gente: l’obbedienza, la povertà e la castità. Ma quanti scandali si sono abbattuti sull’intera nostra categoria negli ultimi anni! Quante ferite ha dovuto subire e di continuo subisce la credibilità dell’immagine complessiva del prete. In un tempo in cui non si crede più alla grazia, all’azione dello Spirito Santo, alla forza della preghiera ed in cui ben più naturalmente ci si lascia ispirare dalla potenza della psicologia, i preti rischiano di risultare sospetti proprio per queste scelte così forti e rigide, proprio per essere gli ultimi rimasti che non si vogliano arrendere, almeno come scelta di fondo, all’invasività del discorso del sesso, del denaro e dell’autodeterminazione. Che strana parabola, dunque, ci capita di vivere: dal tempo in cui proprio perché casti, poveri e obbedienti ispiravamo tanta fiducia ad un tempo in cui proprio perché casti, poveri e obbedienti siamo costantemente sottoposti ad una sorta di permanente controllo qualità che genera inevitabilmente sfiducia e risentimento.

Ancora più in profondità dobbiamo riconoscere che ciò di cui soffriamo è il venire meno nella nostra cultura del “discorso del padre”, la perdita cioè di autorevolezza dell’autorevolezza, la scomparsa della qualità adulta dell’umano. I genitori e gli educatori sono stati per così dire invasi dall’ansia della cura, della preoccupazione, del controllo, della manutenzione indolore e asettica della vita di coloro che sono loro affidati e risultano così incapaci di asimmetria, di conflitto, di generatività. Viene meno l’idea che volere bene a qualcuno a noi affidato sia sempre da coniugare con il volere il suo bene: il volere cioè la sua crescita, la sua emancipazione dalla nostra orbita, la sua capacità di stare con le sue solo gambe da solo davanti al mondo e alla storia, certo grazie a noi, ma soprattutto senza di noi. Dove possiamo pertanto oggi appoggiare nell’immaginario diffuso il nostro essere “i più anziani” (traduzione letterale di presbiteri), i più saggi, i più adulti, in un tempo in cui gli adulti non vogliono più essere adulti, in cui non sono più disposti a rinunciare al proprio ego per far posto alla presa in carico d’altri che è sempre finalizzata al lasciarlo crescere in autonomia e per questo sanno fare spazio anche a quel lato “ruvido” che pur appartiene al gesto educativo? Non c’è il rischio che anche il prete si trasformi per i nostri ragazzi e per i nostri giovani, come le loro mamma e i loro papà, in una sorta di amico, di “falso giovane”, di povero cretino caduto sotto la pressione del discorso del mercato? E se invece prenderà sul serio il mestiere dell’adulto, non dovrà il prete trovare il coraggio di affrontare i tanti “falsi giovani” con cui deve condividere la responsabilità educativa delle nuove generazioni? Si vede bene qui che le così tanto amate alleanze casa-scuola-oratorio vanno del tutto ripensate e ristrutturate.

Merita ancora un accenno la questione economica. Veniamo da tempi di vacche grasse e forse ancora siamo in quei tempi, ma si annunciano delle ombre all’orizzonte e probabilmente, tra il calo delle offerte private e la riduzione dei finanziamenti statali, sarà necessario un ripensamento di come potremo realizzare la gestione economica delle nostre strutture, a volte davvero enormi. In molti paesi del nord Europa è ormai una questione d’ogni giorno quella della vendita degli edifici sacri per mancanza di fondi per la loro manutenzione, oltre che per quella di personale ecclesiale da destinarvi. Come iniziare a ripensare tutto ciò? Che cosa sarà veramente essenziale da conservare e di cosa si potrà invece fare a meno? Come evitare che il necessario lavoro per il reperimento di risorse economiche utili per la vita della comunità non assorba e non inquini la libertà del nostro ministero pastorale e la forza della nostra parola profetica?

E da ultimo come dimenticare l’aumento della vita media di tutti e quindi anche nostra? Ce la faremo con la nostra pensione a far fronte ai tanti nuovi inediti che la condizione longeva dell’umanità ci pone davanti? E sarà davvero possibile essere fedeli alla nostra scelta di prete per un periodo così lungo di anni?

Come è dunque possibile tutto ciò?

Prima parte
Terza parte


Armando MatteoDopo la premessa, riprendiamo la seconda parte dell’articolo di don Armando Matteo, «Come è possibile?», pubblicato su Presbyteri n. 4 del 2017. Don Armando Matteo, sacerdote della diocesi di Catanzaro-Squillace, è docente di Teologia fondamentale alla Pontificia università urbaniana. Dal 2005 al 2011 è stato assistente nazionale della Federazione Universitaria Cattolica Italiana (FUCI).

image_pdfimage_print
Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedintumblrmail

Lascia un commento

UA-73375918-1

Navigando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie. Clicca per avere maggiori informazioni.

Questo sito utilizza i cookie di servizio ed analisi per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Cliccando su "Accetto", acconsenti al loro utilizzo.

Chiudi