Il presbitero e la latitudo cordis

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ministero

Attingo la categoria di latitudo cordis dal commento di s. Tommaso d’Aquino a un brano della seconda Lettera di s. Paolo apostolo ai Corinti: “Il nostro cuore si è tutto aperto (dilatatum) per voi. In noi certo non siete allo stretto; è nei vostri cuori che siete allo stretto. Io parlo come a figli: rendeteci il contraccambio, apritevi (dilatamini) anche voi!” (2Cor 6,11-13).

A commento di questo brano, s. Tommaso afferma che l’Apostolo, dopo aver istruito i fedeli di Corinto circa le buone opere esteriori, parla della devozione interiore, che consiste nella letizia del cuore, la quale produce la dilatazione del cuore, offrendo se stesso come esempio di tale dilatazione.

Nel corso del commento, s. Tommaso sostiene che il cuore è dilatato quando “è aperto al desiderio di cose grandi” ed è “libero della libertà di Cristo”. La categoria di latitudo cordis pertanto allude a un cuore non racchiuso nella pochezza.

È lo stesso cuore e la stessa mente che Dio concesse a Salomone. Infatti, leggiamo in 1Re 5,9: “Dio concesse a Salomone sapienza e intelligenza molto grandi e una mente vasta (latitudinem cordis) come la sabbia che è sulla spiaggia del mare” (1Re 5,9).

S. Tommaso aveva già parlato di latitudo cordis nella Summa Teologica in riferimento alle tre dimensioni divine: la profondità, quale potere di conoscere le cose occulte; l’altezza, per significare il potere su ogni cosa; la lunghezza, per indicare la durata della sua esistenza; la larghezza (latitudo), per indicare l’ampiezza del suo amore per tutto e tutti.

Alla luce di questi riferimenti teologici e scritturistici, mi soffermerò a declinare la virtù della latitudo cordis nella vita del ministro di Dio, del presbitero, attraverso quattro momenti: come amore inclusivo, come magnanimità, apertura d’animo e capacità di entusiasmare ed entusiasmarsi.

La latitudo cordis come amore inclusivo

Per tratteggiare la prima dimensione della latitudo cordis, prendo le mosse dal commento di s. Giovanni Crisostomo al brano paolino sopra citato:

“Il nostro cuore si è tutto aperto per voi (2Cor 6,11). Come il calore, così la carità ha la prerogativa di dilatare; è, infatti, una virtù ardente e impetuosa. Essa apriva la bocca e dilatava il cuore di Paolo. E non vi era nessun cuore più grande del cuore di Paolo. Egli, come ogni persona che ama, abbracciava con amore tanto profondo tutti i fedeli che nessuno ne era escluso o messo da parte. E non ci meravigli questo suo amore verso i credenti, dal momento che il suo amore si estendeva anche ai non credenti. Non disse infatti: «Amo soltanto con la bocca, ma anche il cuore canta all’unisono nell’amore con la bocca, perciò parlo con fiducia, con tutto il cuore e con tutta la mente». Non dice: «vi amo», ma usa un’espressione assai più significativa: «La nostra bocca si è aperta e il nostro cuore si è dilatato», cioè vi porto tutti nell’intimo del cuore, in un abbraccio universale.

Siamo votati a essere segni dell’ampio e aperto amore di Dio. Come scrisse santa Teresa Benedetta della Croce: «L’amore di Cristo non conosce confini, non viene mai meno, non si ritrae di fronte all’abbiezione morale e fisica».

Nessuno di noi può comprendere appieno «quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità» (Ef 3,18). Ma le varie vocazioni lo indicano in modi diversi.

La vocazione all’amore coniugale è segno di quel particolare diletto che Dio trova in ciascuno di noi. Nell’affetto reciproco degli innamorati, vediamo incarnato il compiacimento di Dio in ciascuno di noi. Sei meraviglioso!

Ma una coppia non può rimanere per sempre bloccata in questo sguardo reciproco, altrimenti il suo amore diventerebbe un «egoismo a due» (David H. Lawrence). Deve essere aperta alla vastità dell’amore di Dio.

L’apertura di solito inizia con la nascita dei figli, quando il padre scopre con stupore di non essere più l’unico centro dell’amore della moglie. Si invitano a casa gli amici, si accolgono gli ospiti, si offre un posto presso il focolare ai sacerdoti e ai religiosi… La coppia fa esperienza di ciò che san Tommaso d’Aquino chiama latitudo cordis, lo spalancamento del cuore, e il loro particolare amore reciproco si apre all’amore illimitato di Dio.

La nostra vocazione di battezzati deve essere segno concreto dell’ampio e sconfinato amore di Dio. Le vocazioni nella Chiesa sono complementari: l’amore sponsale radicato nell’attrazione reciproca, ma chiamato a diventare espansivo, aperto all’universalità dell’amore illimitato di Dio. La vocazione al celibato e alla castità, che è segno dell’ampio e sconfinato amore di Dio, e tuttavia richiede di imparare ad amare profondamente in particolare, per evitare di diventare disumani e freddi.

Il nostro ministero spesso ci apre ai non amati, alle persone emarginate. Ciò non significa che possiamo sfuggire all’amore di alcune persone in particolare. Aelredo di Rievaulx ammoniva i religiosi a guardarsi da «un amore che, rivolgendosi a tutti, non raggiunge nessuno». È la stessa constatazione che faceva don Lorenzo Milani a preti e maestre, con parole ancor più caustiche:

“Le maestre sono come i preti e le puttane, si innamorano alla svelta delle creature. Se poi le perdono non hanno tempo di piangere. Il mondo è una famiglia immensa. C’è tante altre creature da servire. È bello vedere di là dall’uscio della propria casa. Bisogna soltanto essere sicuri di non aver cacciato nessuno con le nostre mani” (Lettera a una professoressa, 1967).

Ma la domanda che pongo ora è questa: come possiamo restare fedeli alla nostra vocazione di amare chiunque si presenti, il buono, il brutto e il cattivo e, nello stesso tempo, imparare l’intimità, l’affetto profondo e la tenerezza?

Può esserci di modello la personalità eccezionale di Francesco d’Assisi. La liturgia ritrae Francesco non solo come “uomo semplice, umile e libero”, ma anche come “uomo cattolico e tutto apostolico”.
“Se l’immaginazione cattolica vuole essere davvero spaziosa, allora deve esserci posto anche per le necessarie proteste che mettono in evidenza le nostra mancanze e ci impediscono di sprofondare in un sonno compiaciuto”.

Dobbiamo saper riconoscere quanto la vitalità della Chiesa sia debitrice alle persone sante che hanno detto “no” all’interno della Chiesa, e le cui proteste hanno in fin dei conti nutrito l’unità per cui Cristo pregava. Come presbiteri, dobbiamo essere abbastanza forti da accogliere contestazioni che ci rinvigoriscono.

Non saremo cattolici a sufficienza finché questo non avverrà. Nikos Katantzakis ci invita a essere più spaziosi: “Il seno di Dio non è un ghetto”. Ricorre quest’anno l’ottavo centenario del morte di san Domenico (1221-2021), ed è il suo primo biografo, Giordano di Sassonia, a dirci che Domenico “accoglieva tutti nell’ampio seno della sua carità”.

La “cattolicità” non è altro che la latitudo cordis. Un cuore largo, ecumenico in cui tutti trovano accoglienza. La latitudo cordis deve essere allora l’unità di misura della carità apostolica di ogni presbitero.

Padre Dominique Pire (Dinant, 10 febbraio 1910 – Lovanio, 30 gennaio 1969), un domenicano belga che ricevette il Premio Nobel per la Pace nel 1958, scrisse:

“Dobbiamo davvero riempirci dell’altro. A tal fine occorre mettere se stessi, chi noi siamo e cosa pensiamo, come tra parentesi, così da considerare l’altro in maniera positiva, anche senza necessariamente condividerne il punto di vista. Questo comporta un notevole sacrificio di sé”.

Il presbitero è chiamato ad essere segno di quella grande dimora che è la dimora del Padre, “in cui vi sono molti posti” (Gv 14,2). Tutto ciò richiede un’immaginazione creativa. Dobbiamo trovare le parole che ci aprono all’immensità di Dio, e non rinchiudere Dio nella meschinità dei nostri cuori e dei nostri pensieri.

Il presbitero deve avvertire la responsabilità di essere sempre un cercatore della verità, perché immerso nella ricerca estende la conoscenza e, grazie allo «studio, rende la mente spaziosa». “La flessibilità è una delle condizioni del pensiero, e di conseguenza, un pensiero rigido è soltanto una dottrina o un’ideologia”.

Lo studio profondo è una specie di amore. Ci libera dalle preoccupazioni egoistiche. Ci apre a ciò che è diverso e altro. Allarga il cuore e la mente, sviluppa ciò che appunto san Tommaso d’Aquino chiamava latitudo cordis. Aiuta a pensare e sentire con la Chiesa, promuove l’aggiornamento e consente di interpretare “i segni tempi”, di entrare in contatto con le speranze e le gioie del mondo, sempre alla ricerca della verità che sprigiona una forza liberante.

“Chi dedica la sua vita allo studio è testimone coraggioso della vocazione umana a ricercare la verità”. Tutto questo richiede un’ascesi lunga, feconda e, a suo tempo, generativa. “Lo studio serio è duro, è una disciplina ascetica. Richiede pazienza e dedizione, anno dopo anno”.

Il presbitero deve coltivare le attitudini del contadino, che guarda le stagioni con pazienza, del pittore che ammira il cielo stellato o si meraviglia di un tramonto, del poeta che racconta lo scorrere della vita, del musicista che con le melodie loda l’universo. Questi sono amici e compagni di Dio e degli umani.
“Essere sacerdote ha molto di più a che vedere con le aspirazioni di bellezza e pienezza coltivate dai nostri poeti e artisti nelle loro opere più insigni che non con l’ordinaria amministrazione, piò o meno noiosa e inutile, di un qualsiasi ufficio parrocchiale”.

Noi presbiteri, come anche ogni battezzato, dovremmo considerare i grandi poeti e registi, romanzieri e pittori, come i suoi alleati naturali nella ricerca di accenni al trascendente. Non importa se sono cristiani o seguaci di altre fedi o di nessuna. Se lottano con la complessità dell’esperienza umana, con i nostri meravigliosi e fallaci tentativi di amare, possiamo imparare da loro. E se ci vedono imparare da loro, allora, chissà, potrebbero anche loro imparare da noi.

Il presbitero non offre risposte preconfezionate, sente in grande, gode della latitudo cordis, interagisce con il pittore, con il musicista, con il romanziere, con il poeta e il regista, con ogni persona semplice, a volte usa un linguaggio elevato, a volte si abbassa. Soprattutto, nei gesti manifesta di coltivare l’interesse di Dio per ogni uomo e per ogni donna, pone la verità in dialogo con la Parola di Dio, non scruta le Scritture perché Dio sia d’accordo con noi o per colpire gli altri.

Egli si fa carico della complessità del mondo, senza compromessi, è immerso nel mondo, prega, insegna ed educa, vive il dubbio, di ricercare, esplorare, ha una spiritualità degli occhi aperti, si domanda il modo in cui veniamo nel mondo, la sua non è una disciplina ristretta e isolata, senza mai temere la verità che è una e allarga il cuore e la mente.

Il presbitero deve essere ossessionato da domande che non lo lasceranno andare, ma che lo spingeranno a penetrare il misero sempre più a fondo. Come Giacobbe, il presbitero combatte lo straniero nella notte, è un testimone gioioso di Gesù Cristo, che non si rassegna all’indifferenza.

Egli si assume la responsabilità di aiutare a sognare, di immaginare e desiderare, caricandosi del grido dei poveri e della fame di senso, di offrire speranza a chi soffre l’ingiustizia, e si impegna perché il sogno di ogni uomo e di ogni donna, corrisponda a quello di Dio, per un mondo più sano, vero e vivibile, a restituirci il nostro essere stati creati ad “immagine e somiglianza di Dio” (cf. Gen 1,26), camminando in questo mondo con un sorriso fiducioso.

Il presbitero non asseconda la logica dei like dei social media e quindi non deve abituarsi a frequentare solo chi la pensa come lui. Quando san Tommaso d’Aquino nel XIII secolo invitava alla latitudo cordis, invitava ad avere cioè un cuore spalancato per lasciarsi fecondare dalle idee degli altri cogliendone gli aspetti positivi e migliorando così le proprie convinzioni.

Essere presbiteri significa perdere il controllo assoluto sulla propria vita per collocarla nelle mani di Dio, ascoltando ogni giorno i suggerimenti dello Spirito. Questo comporta uscire dall’egocentrismo togliendoci l’armatura che abitualmente indossiamo nell’incontro con l’altro, spesso percepito come un limite alla nostra libertà.

Per questo è importante che l’esistenza del presbitero sia «una casa abbastanza ampia da dare spazio anche a chi si arrabbia e protesta: è controproducente appiattire ogni posizione in nome di un malinteso concetto di comunione.

Il presbitero deve assumere lo stile di chi fa sentire di casa tutti nella casa della sua vita, soprattutto i poveri, i fragili, i meno fortunati, gli ultimi, gli scartati.

La grandezza d’animo dà prova di sé di fronte al povero che qui e ora ha bisogno del mio sguardo aperto e del mio cuore generoso. Il presbitero, ma anche ogni cristiano, che si chiude alla richiesta del bisognoso e dell’assetato di amore non ha solo sprecato un’opportunità, ma ha anche inferto un enorme danno alla propria capacità di essere largo di cuore.

Quando Gesù incontra la Samaritana promette che arriverà un tempo in cui Dio non sarà adorato né sul monte dei Samaritani né in Gerusalemme, “ma in spirito e verità”. Il Buon Samaritano, nell’altro brano evangelico, prende le distanze dal luogo sacro di Gerusalemme. Quando si prende cura dell’uomo ferito incappato nei ladroni, il sacrificio viene offerto a Dio sul ciglio della strada.

Il cristianesimo ci libera da una religione di spazi sacri per introdurci nella vita della Trinità, Dio, questo centro che è ovunque, e la cui circonferenza non è da alcuna parte. Solo se riusciamo a realizzare questo, possiamo essere segno dell’immensità di Dio.

Ciò esige soprattutto da parte del presbitero un’attenzione particolare che deve portare a superare gli angusti limiti delle proprie simpatie e del linguaggio per iniziati.

È necessario avere il coraggio di lasciarsi toccare dall’immaginazione dell’altro ed entrare nel mondo delle sue speranze e delle sue paure. Bisogna spalancare i cuori e le menti. Ciò permette di entrare nella vasta dimora che è Dio.

Essere segno della comune dimora dell’umanità in Dio esige che noi cerchiamo le parole che sono abbastanza ampie perché possiamo tessere ponti con tutti, anche con persone che possono appartenere ad un’altra fede o ad un altro gruppo etnico. La maniera migliore per prepararsi a ciò consiste nel cercare parole che gettino ponti.

Si tratta di coltivare la profonda attenzione a coloro che parlano lingue diverse e vivono di simpatie e immaginazione differenti. Si tratta di quell’apertura ascetica verso altre geografie dello spirito e del cuore, anche in seno alle nostre comunità, che ci faccia uscire dalle anguste prigioni che dividono gli esseri umani l’uno dall’altro.

Urge una creatività nella quale cerchiamo insieme le parole antiche e le parole nuove e che porti un’aria fresca e benessere reciproco. Le menti dei presbiteri dovrebbero essere i crogiuoli del linguaggio rinnovato.
Una dimora non è soltanto lo spazio che noi occupiamo, con le sue pareti mentali e le sue finestre, le sue esclusioni e inclusioni. Noi abbiamo bisogno di essere anche a casa nel tempo. Abbiamo bisogno di vivere all’interno di una storia.

Il nostro ministero di presbiteri è anche un impegno pubblico a rimanere aperti al Dio delle sorprese che sconvolge tutti i nostri piani per il futuro e ci chiede di fare cose che non abbiamo mai immaginato. Questa è la gioia di sentirsi a casa nell’imprevedibilità di Dio.

La latitudo cordis come magnanimità (megalopsychia)

La magnanimità è la larghezza e l’ampiezza del cuore che fa ragionare e vedere le cose non in modo piccino, mediocre e angusto. Aiuta a superare una visione ristretta della vita, del proprio destino, della propria vocazione, che fa essere dei piccoli contabili dell’anima perché questo ci rende meschini e infelici.

Vivere di fronte a Dio ci rende gli orizzonti grandi, ci fa vincere gli assalti continui delle nostre meschinità e piccinerie. Noi presbiteri dobbiamo essere magnanimi, con il cuore grande, senza paura. Scommettere sempre sui grandi ideali.

È necessaria la magnanimità anche con le cose piccole, con le cose quotidiane. Il cuore largo, il cuore grande. E questa magnanimità è importante trovarla con Gesù, nella contemplazione di Gesù. Gesù è quello che ci apre le finestre all’orizzonte. Magnanimità significa camminare con Gesù, con il cuore attento a quello che Gesù ci dice.

“La magnanimità: questa virtù del grande e del piccolo, che ci fa guardare sempre l’orizzonte. Che cosa vuol dire essere magnanimi? Vuol dire avere il cuore grande, avere grandezza d’animo, vuol dire avere grandi ideali, il desiderio di compiere grandi cose per rispondere a ciò che Dio ci chiede, e proprio per questo compiere bene le cose di ogni giorno, tutte le azioni quotidiane, gli impegni, gli incontri con le persone; fare le cose piccole di ogni giorno con un cuore grande aperto a Dio e agli altri”.

Chi vive secondo il paradigma esistenziale della magnanimità non si deprime per gli insuccessi della vita (e nella vita del prete se ne sperimentano tanti!). La persona magnanima non diventa sospettosa e diffidente, codarda e paurosa in anticipo. Imposta la vita all’insegna di tutto ciò che è grande, bello, esaltante al contrario di come vive “l’uomo cattivo diffidente e malevolo verso tutti, poiché giudica gli altri col proprio metro”.

Il magnanimo non aspirerà a mettersi in vista e a primeggiare se non nelle imprese grandi e difficili. È preoccupato più della verità che delle opinioni correnti. Esprime liberamente e con franchezza il suo pensiero senza riguardi per nessuno. Solo con gli amici avrà un comportamento confidenziale senza dare spazio alcuno a movenze adulatorie e servili.

A tal riguardo puntuale la descrizione che Aristotele fa della persona magnanima:

“Ed è proprio del magnanimo anche il non poter vivere familiarmente con altri se non con chi è amico; il far diversamente è infatti cosa servile, e per questo tutti gli adulatori sono come i mercenari e i miserabili sono adulatori. Né il magnanimo è propenso all’ammirazione: nulla infatti è grande per lui. Né è propenso al rancore: infatti non è da magnanimo lo starsi a ricordare, soprattutto poi il ricordarsi dei mali, bensì piuttosto il sorvolare su di essi. Né è pettegolo: egli infatti né parla di sé né di altri, non importandogli né di essere lodato, né che gli altri siano biasimati, né a sua volta è propenso al lodare: perciò non è maldicente neppure dei nemici, se non di fronte a un insulto. E nelle cose inevitabili e di poca importanza minimamente è propenso ai lamenti e alle suppliche, poiché il comportarsi così in tali cose è proprio di chi si affanna per esse. Ed è disposto a possedere piuttosto le cose belle e infruttuose di quelle fruttuose e utili: ciò infatti è più conveniente a un uomo indipendente. L’incedere del magnanimo poi appare lento, la voce grave e l’elocuzione calma: infatti non è frettoloso chi si affanna per poche cose; né concitato chi ritiene che nulla sia grande. E l’alzar la voce e il precipitarsi derivano appunto da tali cose”.

Il magnanimo sa di poter fare grandi cose, naturalmente solo in virtù di Dio, da cui viene ogni bene e servire il quale con amore è la massima onorificenza. Il megalomane si pone al centro e diventa così un vanesio narcisista. Invece il magnanimo vede tutto nella luce di Dio, nella luce della grazia immeritata. “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente” (Lc 1,49).

La latitudo cordis come apertura d’animo

L’apertura d’animo è una dote e una virtù preziosa e possiede molte importanti dimensioni come l’apertura al futuro, la disponibilità ad imparare e la disponibilità a cambiare. A chi è aperto si dischiudono sempre nuove prospettive, nuove istanze e nuove possibilità.

“Resistere come persona senza venire divorato dalla sua funzione è per un sacerdote uno degli sforzi maggiori. Per mantenere la propria personalità avendo ricevuto il sacramento dell’ordine, c’è un solo cammino: lottare con le unghie e con i denti per riuscirci e considerarlo l’obiettivo principale”.

Chi è aperto è come un libro aperto, in cui possiamo leggere e fare sempre nuove scoperte, ma anche un libro in cui è possibile di continuo inscrivere scoperte, esperienze e idee nuove e stimolanti. L’apertura rende perspicaci e creativi, dischiude non di rado nuovi orizzonti e nuove bellezze nel regno del bene e della verità. Colui che è aperto è anche capace di sorprendersi e di scoprire nuove e sorprendenti verità e possibilità.

L’apertura d’animo è una dote inestimabile per il dialogo. Chi è aperto ha molte antenne, per cui capta in tutte le direzioni idee e punti di vista nuovi e inattesi. Il presbitero dal cuore aperto scopre e apprezza le possibilità che gli si presentano momento per momento e si procura la possibilità di camminare al passo con il proprio tempo e con i propri contemporanei verso il futuro.

Dall’apertura d’animo scaturisce la corrente delle virtù della purezza di cuore, della delicatezza d’animo, della vigilanza, della disponibilità, della docilità e del carisma dell’insegnamento. Queste virtù costituiscono il patrimonio umano e spirituale del presbitero.

La latitudo cordis come capacità di entusiasmare

Intendo questa espressione nel duplice senso di entusiasmare se stessi e capacità di entusiasmare per contagio gli altri.

La gioia di Dio è una presenza silenziosa nel cuore. Essa si manifesta nella serenità del volto e si approfondisce nel dialogo tra uomini e donne credenti. Spesso è molto simile a un ruscello che scorre silenziosamente, ma che un bel momento prorompe con entusiasmo e trascina gli altri.
Il vangelo di Luca ci offre un esempio insuperabile di entusiasmo contagioso.

I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».

In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo». E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono» (Lc 10,17-24).

Qui l’entusiasmo è espressamente descritto come un essere afferrati e riempiti dallo Spirito Santo. Esso è un giubilo che si comunica e coinvolge. L’entusiasmo del presbitero e del cristiano è specificamente “giubilo nello Spirito Santo” alla sequela e al servizio del vangelo.

Negli esercizi spirituali dedicati al suo discepolo papa Eugenio, san Bernardo descrive invece l’immagine deformata della Chiesa di quel tempo (e forse anche del nostro tempo!):

“Nel tuo palazzo non si fa che parlare tutto il giorno di leggi. Però nulla odo della legge che entusiasma il mio cuore, della legge dell’amore, e sento solo parlare delle leggi dell’imperatore Giustiniano”.

Quindi elenca una serie di cose che uccidono la gioia e conclude consigliando chiaramente al papa e ai suoi collaboratori di aprirsi alla gioia del vangelo e di saper entusiasmare il mondo.

Se nella mia vita di prete, nella mia parrocchia, nella nostra Chiesa diocesana l’entusiasmo manca e affiora solo sporadicamente in occasioni eccezionali, allora dobbiamo esaminarci a fondo per vedere dove abbiamo sbagliato e rivolgere con fiducia allo Spirito Santo la preghiera. “Riempimi, riempici di entusiasmo!”.

Oggi, quando parliamo di nuova evangelizzazione, penso soprattutto al fatto che la Chiesa avrebbe bisogno di molti uomini e donne entusiasti, pur consapevoli della minor fascinazione esercitata oggi dal cristianesimo rispetto a un tempo, come anche delle ragioni culturali di questa. L’entusiasmo non è un fuoco di paglia. Esso fonde la durezza del cuore, libera dall’indifferenza e supera molti ostacoli quali, lo spirito pusillanime, un idealismo esagerato, i soffocanti sistemi di controllo, la critica amara dal basso e dall’alto.

L’entusiasmo non è una virtù o una qualità: entusiasmo vuol dire “essere abitati”, è quindi un frutto di chi coltiva l’interiorità, di chi è abitato dallo Spirito di Dio e ha una fede capace di muovere le montagne. Entusiasmo in senso letterale significa essere posseduti da Dio.

A differenza di altre realtà umane, l’entusiasmo non è una virtù e neppure un tratto del carattere: è il frutto del lavoro che ciascuno può compiere su se stesso, scoprendo una forza che prima non si sospettava neppure di avere. E questa forza ha un nome: è lo Spirito Santo. Lo Spirito doni a tutti i presbiteri un cuore largo, grande, aperto e pieno di entusiasmo.

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