Il prete e la vita sessuale

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prete

La vita sessuale dei presbiteri è un ambito da detabuizzare, dev’essere una questione abbordabile dal dibattito pubblico poiché riguarda la credibilità della Chiesa cattolica di fronte al mondo, e la capacità, idoneità ed efficacia dei suoi ministri per servire i suoi fedeli. Non si deve temere di insistere sull’umanità del sacerdote, senza reticenze sulla fragilità, perfino sulle tentazioni.

Se la castità e il celibato si vivono con maturità e accettazione piena, si possono convertire in un valido strumento per la realizzazione personale sul piano religioso. D’altra parte, “la maggior parte di noi presbiteri ha avuto poca o nessuna formazione su come affrontare le nostre emozioni, la nostra sessualità, la nostra fame di amore e di essere amati. Io non ricordo di avere ricevuto nessuna formazione in questo campo. Sembra che si supponesse, o forse si sperasse, nervosamente, che una bella corsa e una doccia fredda avrebbe risolto il “problema”. Ahimé, non so correre e non sopporto le docce fredde!”[1].

Però seguire questo cammino non è né facile né possibile per la maggior parte degli esseri umani. Per riuscirci, il presbitero o il religioso/a dovrebbe imparare, sin da giovane e disciplinandosi in forma progressiva, a sublimare le sue pulsioni sessuali con maturità, invece di limitarsi a reprimerle mediante meccanismi neurotici, carichi di angustie, e basicamente lesivi e distruttori della personalità.

Però risulta evidente che poco o niente si potrà raggiungere, per quanti sforzi si facciano, se la persona non parte già da una solida maturità psico-affettiva. Quando manca la sufficiente formazione e maturità personale, la vita del presbitero comincia a sbandare fino a trasformarsi in una specie di professionista della via crucis sessuale.

Di qui la preoccupazione da coltivare in ogni proposta e percorso formativi del clero di insegnare a comprendere il proprio corpo e insegnare a dialogare con lui, con le sue pulsioni, non attraverso cammini moralizzanti, colpevolizzanti, freddi e carenti di qualsiasi affetto e valore umano.

Il corpo e noi

“Dobbiamo imparare ad amare con quello che siamo, esseri dotati di sessualità e di passioni, a volte un po’ disordinati. Altrimenti non avremmo nulla da dire sul Dio che è amore”[2].

Dal punto di vista puramente umano, lo sviluppo armonioso della sessualità di ciascuno non è sempre lineare e può essere ostacolato da numerosi fattori di disturbo. A ciò si aggiunga la ferita profonda che il peccato originale ha operato nel cuore umano, oscurando il progetto sulla sessualità e il matrimonio che il Creatore aveva avuto “in principio” (Mt 19,8).

Questa ferita (divisione interna e peccato) comporta la grande fatica dell’accettarsi (che non è mai il fatalismo del «sono fatto così, non ci posso fare nulla»), la fatica di capire che il limite è il nostro dato umano più oggettivo e che è in esso che Dio ci visita per metterci in cammino verso la nuova umanità, se non gli opponiamo resistenza che può manifestarsi nelle opposte tentazioni di autogiustificazione (autocommiserazione) o di disperazione.

Il modo di amare degli esseri umani coinvolge inevitabilmente le emozioni e la corporeità. Di conseguenza è davvero strano che sia così difficile parlare di passioni e di sessualità nell’ambito della religione cristiana, benché essa, più delle altre, affermi di attribuire un valore sacro al corpo, per via della Creazione, dell’Incarnazione e del mistero pasquale di Morte e Risurrezione.

“Io non posso avere un rapporto maturo con la mia sessualità finché non imparo ad accettare i corpi umani, perfino compiacermi in essi, nel mio corpo e in quello degli altri. Questo è il corpo che io ho, ed è ciò che io sono, diventando più anziano, più pingue, perdendo i capelli, evidentemente mortale. Devo trovarmi a mio agio con il corpo degli altri, i belli e i brutti, i malati e i sani, i vecchi e i giovani, maschi e femmine”[3].

Spesso i presbiteri messi alle strette dai loro stimoli e necessità affettive-sessuali, si vedono forzati a rifugiarsi in meccanismi psicologici di tipo difensivo, come l’isolamento emotivo, l’intellettualizzazione o in altri più patogeni come la negazione, la proiezione e la repressione, che, in ogni caso, li porteranno a patire quote molto alte di sofferenze e di deterioramento della salute mentale.

O soccombono a queste necessità e cominciano a vivere una doppia vita che, in ogni caso, non gli servirà per realizzarsi meglio come persone né, in genere, gli eviterà di soffrire sensi di colpa e neurosi più o meno profondi. Vivranno nella condizione di naufraghi tra il cielo e la terra[4].

È quanto mai opportuno, pertanto, illuminare gli elementi strutturali, psicologici e culturali del modo di vivere la sessualità dei preti.

Solo in un’accettazione chiara e positiva della propria sessualità, e nella formazione continua di una coscienza che cerchi la verità, sarà possibile un celibato o una castità consacrata ricevuta come dono di Dio al servizio del Regno, al di là dell’orientamento sessuale della persona perché non è l’orientamento sessuale che dà la dignità della persona.

Celibato e formazione

Nel caso di presbiteri con orientamento omosessuale ritengo illuminante quanto afferma papa Francesco, nel libro La forza della vocazione[5]: “I sacerdoti, i religiosi e le religiose omosessuali vanno spinti a vivere integralmente il celibato e, soprattutto, a essere perfettamente responsabili, cercando di non creare mai scandalo nelle proprie comunità né nel santo popolo fedele di Dio vivendo una doppia vita. È meglio che lascino il ministero o la vita consacrata piuttosto che vivano una doppia vita”.

Secondo l’ordine della ragione, per Tommaso d’Aquino, l’istinto sessuale non è un male necessario, ma un bene. Anzi la completa, radicale insensibilità a ogni genere di emozioni sessuali, che parecchi vorrebbero ritenere “vero” ideale e perfezione della vita cristiana, viene giudicata non solo difetto, ma un vizio vero e proprio[6].

Un cammino di formazione al celibato casto esige una quadruplice dimensione:

  • Dimensione trascendente: accettazione del dono di Dio e uso dei mezzi adeguati per conservarlo;
  • Dimensione immanente: con l’uso della razionalità nelle conoscenze della biologia e delle scienze umane, per giungere ad un’autentica maturità affettiva;
  • Dimensione interiore: formando nella libertà “di” e “per”, e nell’internalizzazione delle leggi e dei valori, per arrivare ad un celibato liberamente accettato;
  • Dimensione sociale: tanto ad intra (dalla sua famiglia di origine), come ad extra (nella vita relazionale con gli altri), in modo che il celibato si converta in segno escatologico e profetico.

Dall’armonica fusione di ragione e di affettività, senza blocchi, rimozioni o difese, si ottiene dunque il più alto grado di maturità. In tal modo la ragione viene a godere dell’apporto di energia e di gioia che proviene dall’affettività e, nel contempo, assume questa al proprio livello: la libido diviene amore vero, oblativo, e l’aggressività diviene forza produttiva di bene, cioè di lavoro, di attività, che realizza il bene amato; il soggetto gode di unità armonica interiore ed è nelle condizioni ottimali per raggiungere i suoi fini[7].

È questo appunto il soggetto che Freud definiva “genitale”[8], capace cioè di generare non solo fisicamente (nel caso del matrimonio), ma soprattutto spiritualmente, sia nel matrimonio che nel celibato (fase settima di Erikson). Oggi parliamo di generatività che deve accompagnare ogni stagione della vita e ogni stato di vita.

È in questa fase che si esplica la capacità produttiva e creativa di ogni individuo. Tale facoltà procreativa si manifesta parallelamente nel campo lavorativo, dell’impegno sociale e della famiglia, includendo la nascita dei figli, ed è sostenuta dal vivo desiderio di lasciare una traccia di sé nel mondo (generatività).

È la sollecitudine la virtù emergente in questa fase, definita da Erikson come “la dilatante preoccupazione per ciò che è stato generato dall’amore, dalla necessità o dal caso” e intesa anche come la tendenza ad occuparsi, con sentimenti di piacevolezza e realizzazione, del proprio simile (cura, assistenza, allevamento dei figli, trasmissione della cultura ecc.). Nel caso in cui le capacità generative vengano inibite in alcuni di questi ambiti, l’adulto corre il rischio che la sua identità regredisca, emergendo un senso di vuoto e di impoverimento (stagnazione)[9].

Una sessualità matura significa non solo l’accettazione del valore sessuale integrato nell’insieme dei valori umani, ma anche l’affettività matura e la conseguente capacità di rinuncia fisica, come un modo di perfezione della personalità in altra direzione.

La maturità sessuale rappresenta una tappa necessaria per raggiungere un livello psicologicamente adulto. Per arrivare a tale livello, occorre aver superato stadi precedenti: quello captativo del fanciullo, il cui amore è in funzione di ciò che si riceve; quello narcisistico dell’adolescente, che ricerca se stesso nel donare il suo affetto; quello passionale del giovane, che desidera provare soltanto la gioia egoistica del piacere sessuale.

Vulnerabilità

Una sessualità integrata non può essere raggiunta senza conflitto, senza rinunce o lotte. Il soggetto orientato verso la maturazione dovrà sempre lottare perché ad ogni momento ha una scelta da effettuare e, precisamente, tra la soddisfazione di certi bisogni nell’una o nell’altra linea delle sue potenzialità.

Per esempio, leggere l’esperienza dell’abbandono del ministero da parte di un presbitero come sintomo di scarsa «maturità affettiva» ritengo sia improprio. Non mi pare che chi lascia il sacerdozio presenti necessariamente una «maturità affettiva» più carente di chi invece rimane prete. Siamo e restiamo vulnerabili in tutte le condizioni di vita. Così come è necessaria la maturità affettiva in ogni stato di vita.

È fondamentale essere consapevoli che non è possibile l’edificazione di una personalità umana e spirituale robusta senza la lotta interiore, senza un esercizio al discernimento tra bene e male, in modo da giungere a dire dei “sì” convinti e dei “no” efficaci: “sì” a quello che possiamo essere e fare in conformità a Cristo; “no” alle pulsioni egocentriche che ci alienano e contraddicono i nostri rapporti con noi stessi, con Dio, con gli altri e con le cose, rapporti chiamati a essere contrassegnati da libertà e amore.

La vita secondo lo Spirito, cui ogni cristiano è chiamato, comporta una conoscenza di sé e dei meccanismi che presiedono alla tentazione, un discernimento della propria peculiare debolezza per poter combattere con vigore contro il peccato. Il peccato è una potenza che opera nell’uomo e per mezzo dell’uomo, contro l’uomo stesso e la sua volontà, come acutamente rilevato da Paolo: «Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che odio» (Rm 7,15).

Uno degli aspetti oggi più disattesi della vita cristiana è certamente quello della lotta spirituale, elemento fondamentale in vista dell’edificazione di una personalità umana, prima ancora che cristiana, salda e matura. Si tratta del combattimento invisibile in cui l’uomo oppone resistenza al male e lotta per non essere vinto dalle tentazioni, quelle pulsioni e suggestioni che sonnecchiano nel profondo del suo cuore, ma che sovente si destano ed emergono con una prepotenza aggressiva, fino ad assumere il volto di tentazioni seducenti.

Fin dalle prime pagine della Genesi, l’Antico Testamento conosce il comando a dominare l’istinto malvagio che abita il cuore umano: «Il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è la sua brama, ma tu dominalo» (Gen 4,7). Questa lotta è talmente necessaria che nemmeno Gesù vi si è sottratto e il suo confronto nel deserto con il Tentatore ce lo mostra chiaramente.

La lotta riguarda tutti. Affermare che basti avere una vita sessuale regolare (e quindi far sposare i preti) per tenere sotto controllo l’istinto, è come negare che esistono peccati e reati sessuali compiuti da persone sposate.

L’uomo trova il senso della sua vita nell’amare, e l’eros è la pulsione fondamentale che lo abita, è parte integrante della sua fame d’amore. Tuttavia anch’esso deve trovare dei limiti – gli anglosassoni parlano di “boundaries”) –, deve cioè essere attraversato dalla dinamica del desiderio.

L’eros deve accettare la differenza e la distanza. Questo significa che devo imparare a controllare gli “stimoli discriminativi” che non producono la mia condotta, ma sotto il cui influsso questa si trova: luoghi, situazioni, amicizie, letture, mezzi di comunicazione, social ecc.) si tratta – secondo il lessico tradizionale – di “sfuggire le occasioni prossime di peccato”.

Quest’ultima è un’espressione che racchiude una grande verità: siamo deboli, siamo di carne, possiamo cadere, e il migliore atteggiamento è quello dell’umiltà, della prudenza e del rispetto.

 “Ancora oggi, quando si parla di sacerdozio, l’archetipo continua a prevalere sulla realtà. Ci si concentra sul ruolo che il prete dovrebbe ricoprire e non ci si interessa alla sua persona. Essere veramente personali, e cioè consapevoli di sé, è il presupposto indispensabile per maturare un atteggiamento di compassione universale. Quanto alle debolezze, la mia convinzione è che parlare con schiettezza dell’umanità dei sacerdoti e, in genere, dei cristiani sia il miglior servizio che possiamo rendere al cristianesimo e alla Chiesa.  Se davvero crediamo di essere figli dell’Incarnazione, non possiamo negare che la divinità si trova proprio in quanto esiste di più umano. Non sono i buoni a meritare la compagnia di Dio, perché Dio sta nelle ombre: nel buio della sofferenza, nel crepuscolo della contraddizione. Il cristianesimo, a sua volta, non è l’adesione a un modello predeterminato, ma lo sforzo di riconoscere e attuare un’armonia fra i diversi aspetti della vita. Non intendo affermare che il male ha diritto a esistere, ma che il cristiano ha il dovere di redimere il male” (Pablo d’Ors).

Si tratta di comprendere bene che ogni persona ha un suo cammino personale verso l’autorealizzazione. Ogni storia umana è l’ennesimo vangelo che Dio scrive, con parole mai dette prima. In questo cammino, anche le nostre fragilità, possono diventare la nostra forza.

“Per qualche tempo, e allora avevo ventuno o ventidue anni, mi domandai com’era possibile che un uomo determinato a vivere per lo spirito avesse così tanti e vividi sogni erotici. Non tardai a trovare una risposta convincente: non si tratta di forze contrapposte, come si tende a pensare, bensì di una sola forza. Tutti gli uomini davvero spirituali – e penso a san Paolo, a sant’Agostino, a Lutero – sono stati spirituali e carnali in uno stesso e unico movimento. Santa Teresa, per esempio, amò Gesù con la sua carne. San Giovanni della Croce, sant’Ignazio, Pelagio, Tommaso Moro, Thomas Merton, Tagore, Ghandi… a dir la verità, c’è solo una forza che può trascendere – e non vincere – la carnalità: quella dello Spirito. Per questo voglio dichiarare qui che è possibile vivere senza l’amore carnale e, cosa ancor più importante, è possibile vivere felicemente. È molto difficile, ovvio, non lo nego”[10].

Derive

Va detto che quando un contenuto sessuale non è accettato dall’Io, facilmente passa all’inconscio e lì rimane manifestandosi sotto la veste di sintomi. Questo processo viene chiamato repressione e si presenta a volte nel campo della castità consacrata e del celibato in quanto è coinvolto in esso tutto il nostro mondo affettivo e sessuale. La repressione è, forse, il maggior pericolo camuffato che può sperimentare il presbitero o il casto consacrato.

La libido insoddisfatta può trovare altre vie d’uscita, estranee perfino all’ambito sessuale: l’attaccamento alle ricchezze, l’asia di possesso e l’avarizia; il desiderio di dominare e influire sugli altri; la necessità di sentirsi ammirato, consultato e influente; il richiamare l’attenzione in qualsiasi modo ecc. Sono dinamismi che possono accentuarsi con eccesso nella persona che non si sente soddisfatta, acquisendo un significato diverso. Lo stesso ministero apostolico lo si vive allora come un modo di appagare con il successo il dispiacere e l’inquietudine interiore.

Ne derivano alcuni tipi-caricatura di celibato e castità[11]:

  • Possiamo parlare di sublimazione quando in realtà ciò che facciamo è una fuga dalla sessualità che poi spieghiamo attraverso la razionalizzazione con belle parole e con argomenti che non riescono a convincere nessuno e che piuttosto smascherano il nostro timore e sterilità affettivi;
  • Manifestiamo serietà estrema e purezza minuziosa per ciò che riguarda la sessualità ma in fondo, per un meccanismo di formazione reattiva, ciò che realmente aneliamo è precisamente ciò che critichiamo;
  • Esageriamo nel mangiare o, al contrario, nel mantenere il nostro aspetto corporeo (quanti preti sono assidui frequentatori di palestre e centri di bellezza!), tutto ciò è chiamato “soddisfazioni sostitutive”, utilizzando un meccanismo di compensazione;
  • Ci convertiamo a rigidi, supercritici, esigenti e perfezionisti con gli altri (intransigenti con il peccatore, l’omosessuale, l’adultero ecc.) proiettando ansiosamente pensieri e sentimenti di non accettazione del nostro essere sessuale;
  • Cerchiamo nella vita consacrata o nel ministero presbiterale, romanticamente concepiti, un modo di compensare la mancanza della madre o del padre, eludendo così l’impegno reale con l’altro, donna o uomo.

Ecco che la lotta, il prendere coscienza, il responsabilizzarci, fanno parte della nostra vita presente e ci impegnano ad un continuo processo di purificazione, conversione e cura, sia a livello umano che a livello spirituale.

Noi non combattiamo da soli. No, Dio ci tende la mano, combatte per noi e con noi. Solo Cristo, che vive in ciascuno di noi, può vincere il male che ci abita, e la lotta spirituale è esattamente lo spazio nel quale la vita di Cristo trionfa sulla potenza del male, del peccato e della morte.

Purtroppo viviamo in un tempo in cui imperversa l’immagine e si è smarrito il valore del simbolo, mentre l’eros è più spettacolarizzato che vissuto nella sua profondità.

Sessualità oggi

Guardandomi intorno, mi sembra di vivere in regime di pornocrazia e non ho affatto l’impressione che oggi la sessualità sia vissuta serenamente, come potrebbe sembrare.

Siamo passati dal bigottismo ipocrita del passato all’ostentazione più volgare di oggi, senza fermarci nella valle dell’equilibrio, dove la mente e il cuore sono totalmente collegati e l’istinto è al loro servizio.

Se persone potenti e ricche sono travolte dai propri istinti sessuali, in una sorta di gioco al massacro, di delirio di onnipotenza, di non accettazione dell’invecchiamento… Se adolescenti si “danno” per una ricarica telefonica… Se su facebook è normale offrirsi attraverso immagini che lasciano ben poco alla fantasia… Ecco, tutto ciò significa che la relazione uomo/donna e il ruolo della sessualità fanno ancora i conti con le tenebre che portiamo in noi stessi.

E forse sta qui, nell’attuale tirannia dell’immagine, la radice dell’idolatria della sfera erotica: l’idolatria è costruzione di un’immagine da sostituire alla realtà, è fuga nell’immaginario, perdendo l’adesione alla realtà ed evitando anche le difficoltà, le sofferenze, le angosce che essa porta con sé.

Nell’immagine pubblicizzata, la sessualità è vissuta senza angosce, senza conflitti: ecco l’illusione seducente dell’erotismo reso idolo, al caro prezzo di una sessualità spersonalizzata, senza più alcuna valenza simbolica, senza l’altro, senza il suo volto. In questo senso, non si può dimenticare l’imperante esercizio della sessualità virtuale, consumata online, nonché la pornografia disponibile in rete sotto molte forme.

Il sesso è spessissimo occasionale, divorato come un cheeseburger, in fretta, più o meno avidamente. Lo si fa sul web, nelle discoteche, nelle scuole. È un rito trendy. È un esorcismo collettivo che vuole allontanare la vertigine del vuoto, tenere a bada la noia, lasciarsi andare alla deriva per forza d’inerzia, senza scegliere. L’istinto non ci vuol far scegliere ed invece è proprio lì che dobbiamo arrivare: scegliere di essere casti! Questa scelta la deve fare ogni essere umano in ogni momento della vita.

Come lottare in questo ambito? La dominante dell’eros deve fuggire la reificazione dell’altro e la perversione del desiderio, per tornare a essere dinamismo di incontro e immissione nel mistero di comunione in cui l’uomo e la donna esprimono il loro amore. In questo cammino occorre esercitarsi all’ascesi umana, alla lotta contro la spersonalizzazione della pulsione e la reificazione della sessualità.

La lotta interiore è il cammino attraverso il quale, nello spazio della libertà e dell’amore, si apprende l’arte della resistenza alla tentazione e l’arte della scelta. Avere un cuore unificato, un cuore puro, sensibile e capace di discernimento, un cuore che custodisce e genera pensieri d’amore: ecco lo scopo del combattimento e della resistenza interiore, arte davvero appassionante. È necessaria una grande lotta antiidolatrica per essere liberi di servire e amare ogni uomo, ogni donna, ogni creatura; insomma, per giungere a fare della nostra vita umana un capolavoro.

Finché saremo in questa vita, dovremo sempre combattere contro le tentazioni, perché sempre resta in noi la fragilità e la tendenza a peccare, restando sempre la concupiscenza, nonostante la quale sempre possiamo e dobbiamo riprenderci dopo ogni caduta senza stancarci, col pentimento e la riparazione, chiedendo a Dio che non ci abbandoni nella tentazione.

Ecco, dunque, la vera questione: l’uso della facoltà sessuale contro o oltre l’ordine della ragione genera nell’uomo un ardore libidinoso incontrollabile che porta con sé una inquietudine profonda.

L’ordine della ragione è quello della realtà così come si manifesta all’uomo per la luce dell’intelletto di cui è dotato naturalmente e per la luce che viene dalla rivelazione di Cristo. L’arroganza per la quale l’uomo si ribella a quest’ordine proponendo il suo arbitrio come principio assoluto di comportamento genera infatti – secondo Agostino – al suo interno una ribellione di tutte le facoltà: esse divengono incontrollabili dalla ragione e perciò fonte di inquietudine e di paura oltreché di vergognosi eccessi.

Una vita in transito

E con fine ironia sant’Agostino dimostra come anche la funzione sessuale non sia più sottomessa alla decisione della volontà, cosicché “talora quell’impulso è inopportuno e non desiderato; talvolta invece pianta in asso chi sta spasimando e così nell’anima si brucia dal desiderio mentre il corpo è gelido. In tal modo, cosa davvero sorprendente, la passione non soltanto non si pone al servizio della volontà di generare, ma neanche della passione più sfrenata; e mentre il più delle volte resiste completamente allo spirito che cerca di frenarla, qualche volta entra in contrasto con se stessa e dopo aver turbato l’anima non arriva da sola a turbare anche il corpo”[12]. Questa sarebbe la ragione per cui dopo il peccato l’uomo, “avendo perso quel potere a cui il corpo era completamente sottomesso, ma non il pudore, avvertì questa passione, la esaminò, se ne vergognò, la nascose”[13].

La sessualità umana, perché diventi linguaggio di amore, esige una continua e profonda educazione della persona: si tratta di quel passaggio mai perfettamente compiuto dall’eros all’agape, dall’ebbrezza del possesso a una matura donazione di sé stesso, di cui parla Benedetto XVI nell’enciclica Deus charitas est, che è possibile solo dentro una coscienza dell’altro, come segno della presenza di quel Mistero più grande che sta all’origine della nostra esistenza stessa e che quindi merita da noi una devozione assoluta, quasi un’adorazione, che è esattamente l’atto opposto a quella ribellione originaria e quotidiana, che nasce dal rifiuto da parte dell’uomo di appartenere a Dio.

Una via per vivere una sessualità matura è l’amicizia. Non sempre i preti hanno amici e sanno essere amici. I ministri ordinati il più delle volte sono più teologi (ideologi!) che artigiani di comunione e di relazioni. Le caratteristiche essenziali dell’amicizia sono quella unitamente al piacere (gli amici godono della reciproca compagnia), dell’accettazione, della fiducia, del rispetto, dell’assistenza reciproca, della confidenza, della comprensione, della spontaneità.

A volte l’amicizia – in modo particolare l’amicizia presbitero-donna, ma vale anche per chi ha un orientamento omosessuale – si accompagna con le caratteristiche del “fascino”, dell’“esclusività” e del desiderio sessuale. Avrà bisogno di progredire verso la gratuità, l’universalità e superare gli stimoli della sensualità perché i due amici si ritrovino a vivere in una tensione costante verso quel “di più” che sta davanti a loro e che permette di attingere livelli di profondità spirituale inauditi, per lo più sconosciuti a coloro che vogliono bene superficialmente.

Si può incontrare Dio nel cammino della più vera amicizia. Egli non è geloso dei legami degli amici; anzi li rafforza e li feconda, li fa diventare ancora più fedeli e ricchi di tenerezza. È il caso di dire allora che il Cielo entra nel rapporto[14].

Il vero amore è eucaristico, nel senso che è dono di sé e del proprio corpo come totalità dell’essere. Questa capacità di abbandono implica la vulnerabilità, ma è lo stesso atteggiamento di Gesù che si è offerto per morire e risorgere. Quindi una sessualità buona è capace di annunciare il vangelo nel mondo, poiché sfugge alla logica del potere e del possesso per diventare icona del dono.

Essere e dono

Non è corretto dire che noi abbiamo un corpo: noi, piuttosto, siamo il nostro corpo, che quindi può rappresentare la dimensione più alta del dono di sé, come dimostra la narrazione evangelica dell’ultima cena, da cui deriva l’eucaristia. In realtà, il corpo è il fondamento del contatto e della comunicazione.

Donare sé stessi, compreso il proprio corpo, dovrebbe essere il senso più alto della sessualità, poiché l’amore ci trasforma da individui in persone-in-relazione, anche se questo comporta il rischio di esporsi e di soffrire. Come l’eucaristia, una sessualità buona dovrebbe essere un sacramento di speranza, che cura le ferite e apre alla vita piena.

“Su questo sfondo ha senso la castità, che è una virtù solo se è manifestazione di amore. Il primo peccato contro la castità è la mancanza di amore”[15].

Essere casti vuol dire imparare ad amare l’altro come un essere umano reale, con le sue imperfezioni e la sua dignità, sapendo che questo comporta anche il rispetto della sua inviolabilità. Per quanto sentiamo di volerci fondere con l’altra persona, dobbiamo riconoscere che resteremo sempre due esseri umani distinti, distanti e quindi, inevitabilmente, soli. Occorre imparare a guardare il volto dell’altro: accettare questa dimensione umana dell’amore permette di accedere all’intimità, che è il rispetto del confine dell’altro.

Purificare il desiderio, allora, non vuol dire rinunciare alla sessualità, ma redimerla come occasione di incontro con un altro che è persona, soggetto da rispettare e non oggetto da possedere, poiché il vero amore è quello che produce libertà. Essere casti significa calare l’amore nella concretezza reale della relazione, poiché l’amore rivela la realtà al desiderio.

In questa prospettiva ritengo che per analogia debba potersi riferire al ministero presbiterale quanto lo psicanalista Massimo Recalcati riferisce alla professione dell’insegnante. Egli parla di “erotica” dell’insegnamento[16]. Ritengo sia altrettanto fondamentale che si parli di “erotica” del ministero presbiterale.

Una vita sessuale armonica del presbitero comporta il superamento di quella apatia inquietante che rivela la caduta verticale del senso autenticamente erotico della vita. Nella vita del presbitero ci deve essere “spazio per la meraviglia nei confronti dell’apparizione miracolosa del mondo” (M. Recalcati).

L’ “erotizzazione” del ministero presbiterale dipende dallo stile del presbitero che trasforma ogni atto del suo ministero in realtà che profuma della sua “carne”. In questo modo, egli non è semplice “strumento” della Grazia ma un Amante che contagia di amore e di passione gli altri, portando agli altri il fuoco che illumina la vita. “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!” (Lc 12,49). Il presbitero deve portare con sé la possibilità della luce per donarla agli altri.

Purtroppo talvolta siamo in presenza di ministri ordinati spenti, frigidi, rigidi, anaffettivi, stanchi, annoiati, burocrati della Grazia che si limitano ad applicare protocolli ecclesiastici, eludendo la relazione e veicolando tutto attraverso norme e decreti usati come algoritmi che pretendono di far funzionare da sola la realtà ecclesiale quasi fosse una macchina.

Ogni atto ministeriale – a cominciare dall’omelia, ormai unico ipnoinducente efficace per fedeli con problemi di insonnia – deve diventare un atto “erotico”, perché non è più un elemento caotico e pulsionale ma si traduce in un elemento ordinatore che anima lo slancio, la passione per il ministero.

Gli atti del ministero presbiterale non possono assomigliare a un turacciolo sulle onde ma devono orientare la nostra e l’altrui vita umana e da qui scaturisce la felicità del presbitero e di quanti lo accostano.

Memoria delle origini

Molto spesso si parla di formazione permanente, di nuove strategie pastorali ecc. Tutte cose legittime e sacrosante. Tuttavia, se ciascuno di noi provasse a pensare, per un istante, al momento sorgivo della propria vocazione, si renderebbe conto che il suo presbitero di riferimento gli ha trasmesso qualcosa di “attraente” attraverso la qualità della relazione, a partire dalla singolarità della sua esistenza e del suo desiderio di Dio, poi è venuto tutto il resto. Attraverso quella relazione abbiamo scoperto un nuovo alimento per noi, un cibo sconosciuto di cui ignoravamo l’esistenza.

Auguro a me e a tutti i ministri ordinati (diaconi, presbiteri, vescovi) di vivere il proprio ministero come luogo che si apre continuamente all’“umanizzazione” della vita nella dimensione erotica del fascino e della meraviglia da sperimentare ogni giorno per contagiare quanti incontriamo sul nostro cammino.

Dobbiamo essere uomini appassionati.  Uomini che bruciano di passione e non si bruciano (sindrome burnout) per una situazione ministeriale percepita come logorante dal punto di vista psicofisico.

Come ministri ordinati dobbiamo attivare risorse e strategie comportamentali, cognitive e spirituali adeguate a fronteggiare questa sensazione di esaurimento fisico ed emotivo. Si tratta di educarsi a vivere “eroticamente” il ministero, da innamorati di Dio e di tutte le creature.


[1] T. Radcliffe, Lettera del Maestro dell’Ordine. La promessa di vita. “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 10), 25 febbraio 1988.

[2] T. Radcliffe. Amare nella libertà, tra sessualità e castità, Qiqajon, Bose, 2007, p. 8.

[3] T. Radcliffe, Lettera del Maestro dell’Ordine. La promessa di vita. “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 10), 25 febbraio 1988.

[4] Cf. P. Rodríguez, La vida sexual del clero. Barcelona 1995.

[5] FRANCESCO (JORGE MARIO BERGOGLIO) – PRADO F., La forza della vocazione. Conversazione con Fernando Prado, Dehoniane, Bologna 2018.

[6] Tommaso, Summa Theologiae, II-II, q. 142, a. 1.

[7] Cf. R. Zavalloni, Le strutture della vita spirituale, Morcelliana, Brescia 1971, pp. 216-222.

[8] Cf. Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale e altri scritti, Bollati Boringhieri, Torino 1977.

[9] Cf. E. Erikson, Infanzia e società, Armando Editore, Roma 2008.

[10] P. D’Ors, Entusiasmo, Vita e Pensiero, Milano 2018, pp. 206-207.

[11] Cf. J.R. Prada Ramirez, Psicologia e formazione. Principi utilizzati nella formazione per il Sacerdozio e la Vita consacrata, Ediotines Academiae Alfonsianae, Roma 2009, pp. 80-86.

[12] Agostino d’Ippona, “De civitate Dei”, XIV, 16.

[13] Agostino d’Ippona, “De civitate Dei”, XIV, 21.

[14] Cf. L. Cian, Amare è un cammino, Elledici, Leumann-Torino 1985.

[15] H. McCabe, Law, Love, and language, Continuum, London 2004, p. 39.

[16] Cf. M. Recalcati, L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento, Einaudi, Torino 2014.

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4 Commenti

  1. Daniele 16 novembre 2022
  2. Salfi 1 novembre 2022
  3. Franco 25 ottobre 2022
  4. Adelmo Li Cauzi 24 ottobre 2022

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