L’identikit del sacerdote

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Ai vescovi italiani papa Francesco traccia l’identikit spirituale e ideale dei sacerdoti. Ai vescovi italiani il cardinale Bagnasco, presidente della CEI, ribadisce le priorità del paese e dell’impegno ecclesiale: lavoro per i giovani, no all’allargamento del concetto di famiglia con la legge sulle unioni civili. C’è una Chiesa, in Italia, a due o addirittura e tre velocità? Oppure si tratta solo di “trappole” giornalistiche visto che ai media piace molto accentuare contrasti minimi? L’assemblea dei vescovi italiani aveva come tema principale il rapporto e la formazione del clero.

La parola ai protagonisti: il papa

Identikit del prete

Preti di una Chiesa «ospedale da campo»

Papa Francesco aprendo i lavori dell’assemblea della Cei lunedì 17 maggio ha proposto tre piste di riflessione ai vescovi, tutte incentrate sull’identikit del sacerdote. Il sacerdote deve irradiare fervore e la sorgente del suo stile di vita è un grande amore. Il prete non si scandalizza, sa che nella società di oggi la fratellanza è un tema scomodo e poco frequentato, e a maggior ragione raddoppia il suo impegno di prossimità verso le persone che incontra, soprattutto quando si tratta di persone ferite da esperienze difficili. Il suo stile di vita semplice ed essenziale è il migliore biglietto da visita, perché è uno stile radicato in Cristo e non persegue fini di carriera.

In secondo luogo, il sacerdote è tale se fa parte di una vera comunità ecclesiale; in una Chiesa che prende il largo (il papa qui ha citato mons. Helder Camara) il sacerdote non è una figura statica o sedentaria, non è legato alla conservazione ma deve osare; è convertito e confermato nella fede dal popolo di Dio con cui opera.

In terzo luogo, la ragione ultima del donarsi è appunto nell’appartenenza convinta di fede e di amore. Chi calcola è infelice, chi annuncia la venuta del Regno e non perde tempo a misurare pro e contro, è il vero seguace del Vangelo e degli apostoli.

Un discorso importante dunque in cui papa Francesco ha messo in luce che «il nostro sacerdote non è un burocrate o un anonimo funzionario dell’istituzione; non è consacrato a un ruolo impiegatizio, né è mosso dai criteri dell’efficienza. Sa che l’Amore è tutto». Il «nostro sacerdote», ha aggiunto, «non cerca assicurazioni terrene o titoli onorifici, che portano a confidare nell’uomo; nel ministero per sé non domanda nulla che vada oltre il reale bisogno, né è preoccupato di legare a sé le persone che gli sono affidate. Il suo stile di vita semplice ed essenziale, sempre disponibile, lo presenta credibile agli occhi della gente e lo avvicina agli umili, in una carità pastorale che fa liberi e solidali. Servo della vita, cammina con il cuore e il passo dei poveri; è reso ricco dalla loro frequentazione. È un uomo di pace e di riconciliazione, un segno e uno strumento della tenerezza di Dio, attento a diffondere il bene con la stessa passione con cui altri curano i loro interessi».

Per il papa «il segreto del nostro presbitero sta in quel roveto ardente che ne marchia a fuoco l’esistenza, la conquista e la conforma a quella di Gesù Cristo, verità definitiva della sua vita. È il rapporto con lui a custodirlo, rendendolo estraneo alla mondanità spirituale che corrompe, come pure a ogni compromesso e meschinità. È l’amicizia con il suo Signore a portarlo ad abbracciare la realtà quotidiana con la fiducia di chi crede che l’impossibilità dell’uomo non rimane tale per Dio»

Impegnativa anche l’indicazione sulle strutture ecclesiali. «In una visione evangelica, evitate di appesantirvi in una pastorale di conservazione, che ostacola l’apertura alla perenne novità dello Spirito. Mantenete soltanto ciò che può servire per l’esperienza di fede e di carità del popolo di Dio».

Il cardinale Bagnasco

La prolusione del cardinale Bagnasco ha toccato come di consueto diversi temi, a partire da quello del rapporto con i sacerdoti – dominante per l’andamento dei lavori – fino alle questioni più stringenti legate all’attualità politica e sociale. A far rumore è stato il nuovo altolà dei vescovi sulle unioni civili e contro la pratica dell’utero in affitto che «sfrutta il corpo delle donne approfittando della povertà». La legge sulle unioni civili – ha spiegato il cardinale Bagnasco – «sancisce di fatto una equiparazione al matrimonio e alla famiglia» e «le differenze sono solo dei piccoli espedienti nominalisti, o degli artifici giuridici facilmente aggirabili, in attesa del colpo finale».

Il lavoro che manca – è stato un altro tema sociale toccato – unito alla povertà, alle dipendenze come quelle legate al gioco d’azzardo sono i problemi rispetto ai quali «la gente vuole vedere il Parlamento impegnato senza distrazioni di energie e di tempo, perché questi sono i problemi veri del paese, cioè del popolo. Per questo non si comprende come così vasta enfasi ed energia sia stata profusa per cause che rispondono non tanto a esigenze, già per altro previste dall’ordinamento giuridico ma a schemi ideologici». Sempre più poveri in Italia – ha detto Bagnasco – e una ricchezza sempre più concentrata nelle mani di pochi, spesso anche corrotti. «La povertà assoluta – ha ricordato parlando all’assemblea dei vescovi – investe 1,5 milioni di famiglie, per un totale di 4 milioni di persone, il 6,8% della popolazione italiana! Mentre la platea dei poveri si allarga inglobando il ceto medio di ieri, la porzione della ricchezza cresce e si concentra sempre più nelle mani di pochi, purtroppo a volte anche attraverso la via della corruzione personale o di gruppo».

Dietro le quinte

«Il Papa ci ha molto confortati e incoraggiati: ci ha detto che la Chiesa italiana è una bella Chiesa». A rivelare il “dietro le quinte” dell’incontro di Francesco con la Chiesa italiana, è stato sempre il cardinale Angelo Bagnasco, durante la conferenza stampa conclusiva, rispondendo a una domanda sui contenuti dell’incontro “a porte chiuse” che ha fatto seguito al discorso iniziale di papa Francesco.

In merito all’incontro del giorno dopo tra il cardinale Bagnasco e i vescovi, anche quello “a porte chiuse”, il presidente della CEI ha rivelato di aver letto ai suoi confratelli i titoli dei giornali relativi al discorso pronunciato da papa Francesco il giorno precedente: «Purtroppo sì, i titoli dei giornali che abbiamo letto non rispondono affatto a quello che il santo padre ha detto, sia nel suo discorso sia nel dialogo con noi». «Il richiamo alla semplicità, alla sobrietà – ha precisato Bagnasco in merito alla parte del discorso papale maggiormente ripreso dai media – fa parte della vita del prete e di noi pastori, ma era inserito in un discorso con un respiro estremamente ampio e completo».

Il comunicato finale

Sul rinnovamento del clero, a partire dalla formazione permanente – cioè il tema principale dei lavori dei vescovi – il comunicato finale sottolinea che «l’attenzione alla dimensione spirituale ed ecclesiale si è soffermata sulla formazione iniziale», ribadendo tra l’altro l’importanza nei seminari «di una selezione puntuale dei candidati e di una qualificazione degli educatori. I vescovi, prosegue il comunicato, «hanno condiviso l’urgenza di un clero che sappia ascoltare e accogliere le persone, lasciandosi ferire dalla realtà quotidiana, specialmente dalle situazioni di povertà e di difficoltà, a partire dalla mancanza del lavoro».

Rinforzate le procedure per la trasparenza amministrativa e nell’amministrazione dei beni, il comunicato finale nota che i vescovi si sono ritrovati compatti «nella volontà di continuare sulla linea della massima chiarezza e trasparenza, confermando e rafforzando le linee di rigore finora adottate. Si tratta di un impegno che si muove in sintonia con i criteri presentati e condivisi lo scorso marzo in Consiglio permanente, concernenti l’elargizione di contributi con fondi provenienti dall’otto per mille».

Tra le proposte è stata evidenziata la possibilità che la curia diocesana offra «supporti tecnici di qualità» per sostenere il lavoro dei parroci nella gestione dei beni; «l’impegno a rivitalizzare gli organismi di partecipazione, promuovendo meccanismi virtuosi per giungere alle decisioni, mediante l’ascolto e il coinvolgimento, alla luce di un programma pastorale condiviso; l’importanza di studiare e condividere buone prassi relative alle forme in cui articolare l’amministrazione dei beni all’interno delle unità pastorali».

L’assemblea ha chiesto che il Consiglio permanente studi «contenuti e forme per mettere a disposizione delle diocesi il lavoro maturato attorno a questo tema, con i punti essenziali della formazione permanente nelle diverse tappe della vita sacerdotale». In questa prospettiva si avverte l’importanza di assumere le indicazioni offerte da papa Francesco e di continuare nelle diocesi il cammino di riforma del clero, che valorizzi pienamente il Concilio, focalizzando l’attenzione non sui ruoli o sulle strutture, ma sul presbiterio e sulle comunità. Infine sono allo studio le nuove norme per la revisione della prassi giudiziaria nel processo matrimoniale canonico anche se naturalmente ci vorrà del tempo.

Domande?

Quali sarebbero allora – se poi davvero ci sono – le “tre velocità” della Chiesa italiana? La prima è senz’altro la prospettiva dei vescovi. La seconda è racchiusa nell’evidenza che sul clero manca un’analisi sociologica e statistica seria. È un dato di fatto che le ultime rilevazioni sui numeri, sull’invecchiamento, sul carico di lavoro dei preti, risalgono ormai all’inizio del millennio. La terza velocità è quella stessa del clero, che di solito viene interpellato molto poco; a sentire parlare vescovi e sacerdoti si rileva una certa difficoltà di dialogo, con una ulteriore mancanza di comunicazione tra sacerdoti ordinati da meno di dieci anni e sacerdoti con maggiore anzianità pastorale. In questa realtà complessa, frammentata, stratificata, sono arrivate le indicazioni di papa Francesco, certamente recepite dai vescovi. Ma il clero chi lo ascolta? E le differenze (che pure ci sono) tra clero secolare e regolare? E le suore, assenti finora dal dibattito e da qualunque citazione?

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