Vangelo e “pop theology”

di: Antonio Staglianò

per dire “ci credo”Nato nel 1959 a Isola Capo Rizzuto (CZ), laureato in teologia e in filosofia, prete dal 1984, vescovo di Noto dal 2009, Antonio (Tonino) Staglianò dal 2013 utilizza le canzoni della musica leggera italiana per veicolare il messaggio evangelico. Delle canzoni egli studia attentamente i testi commentandoli e (talvolta) cantandoli soprattutto negli incontri con il mondo giovanile. A riprova di ciò, proponiamo ai nostri visitatori web un suo intervento apparso sul settimanale della Chiesa di Noto, La Vita diocesana, del 12 febbraio 2017, dal titolo: “Pop theology. Amen, tra Gabbiani e Noemi”. A fugare ogni equivoco su questo suo stile pastorale ci ha pensato lui stesso, dichiarando, al termine di un incontro a Scicli (Ragusa): «Ricordate sempre che il vostro vescovo non è un cantante che si esibisce ma un predicatore che, anche attraverso i testi della musica leggera, vuole annunciare il Vangelo che ama».

«Amen» è il modo proprio per dire “ci credo”. I cattolici usano spesso questa parola per confessare la propria fede trinitaria.

E cosa si dice con Amen? Più o meno questo: io credo che in quest’ostia c’è la presenza reale di Gesù Cristo nel suo corpo e nel suo sangue che mi salva la vita e la riscatta. Perciò dico Amen, cioè m’impegno a seguire

Gesù con un amore che si veda in gesti concreti di prossimità e di cura per gli altri.

Perciò Noemi, nella sua ultima canzone intitolata Amen, coglie nel segno. «Ho preso a calci il mio cuore perché aveva smesso di battere, di fare l’amore, ma ora basta, adesso dico Amen, in terra come in cielo, Amen».

Mentre canta, scorrono le immagini dell’Unicef sulle condizioni “disgraziate” di tanti bambini in Africa e nel mondo, dei profughi, degli affamati che però hanno trovato persone al loro fianco, impegnate a curarle, che si sono fatte carico della loro miseria, veri “eroi dell’umanità”, educatori per la scuola, medici per la salute e operatori di carità.

Credano o no a un Dio trascendente, questi dicono con la concretezza del loro amore Amen: «ma ora basta, adesso dico Amen, in terra come in cielo Amen, anche se non credo, Amen». Se Amen è impegno nell’amore che esprime vicinanza corporea al disagiato, all’infelice, al depresso, all’isolato, potrà pronunciarlo anche l’ateo. Tuttavia è sicuro che, nel pronunciarlo, misteriosamente, anche l’ateo sta dicendo “sì” a Gesù che non conosce o che rifiuta.

La via della carità operosa è la via della fede cristiana, la via che è Gesù stesso. Lo è a tal punto che potrebbero venir fuori dei paradossi interessanti da considerare: chi non crede e si dice ateo, mostra per questa via della carità “la sua fede” (in Gesù), mentre, chi crede e si dice cristiano, se non segue questa via della carità, mostra “la propria mancanza di fede” (in Gesù). La religione irreligiosa o la religione non credente è una contraddizione paradossale della fede cristiana che il cattolicesimo convenzionale rischia, magari senza avvedersene. Ecco allora la necessità di una coscienza critica della fede, che la teologia propizia per tutti. Si tratta di “riconoscere l’amore” e di decidersi “una volta per tutte” (anche questa è una parola della fede che manifesta il mistero cristiano di Gesù venuto tra noi “una volta per tutte”).

E allora, sempre Noemi: «E chiedo scusa all’amore, se non l’ho riconosciuto, chiedo scusa al Signore, Amen, in terra come in cielo, Amen, ora che ci credo Amen, siamo il mondo intero, Amen». «Ora che ci credo», dico Amen se sono credente e m’impegno per un mondo più giusto, per una umanità più solidale, per un servizio condividente.

Amen resta comunque una parola della lingua italiana, pronunciabile senza nessun coinvolgimento esistenziale. Per dirla in gergo giovanile: dici Amen e poi te ne freghi, cioè preghi e poi non fai nulla.

È possibile questo? «La messa ormai è finita, figli, andate in pace. Cala il vento, nessun dissenso, di nuovo tutto tace», così critica i cattolici Francesco Gabbani con la sua canzone, intitolata Amen, con la quale ha vinto il Festival di Sanremo nel 2016. È una critica forte e, speriamo, “ingrata”. Cosa critica? Il fatto obiettivo che, dopo la partecipazione all’eucaristia domenicale, non accada nulla nella vita dei cattolici e nei loro territori umani e civili. Li nomina così: «astemi in coma etilico per l’infelicità». Chi è in coma non ha coscienza ed è pure immobile. Proprio questa condizione inoperosa nella carità offende il cattolicesimo cristiano, perché non rende ragione del fatto che invece l’Amen cristiano è quello cantato da Noemi, piuttosto che quello criticato da Gabbani.

Eppure come dargli torto, se sono ormai troppo diffuse le “incoerenze” del cattolicesimo convenzionale. Un cattolicesimo come convenzione rende possibile ogni assurda schizofrenia religiosa. Le forme di questa schizofrenia possono essere tante, ma tutte sono riconducibili a un unico denominatore comune: la fede senza opere, la fede senza carità, la fede morta. È come dire: il mondo è in guerra, il terrorismo internazionale, la crisi economica, la mancanza di lavoro e si potrebbe continuare.

E il cattolico che fa? Dice Amen, cioè prega, non si muove, non dissente, non s’indigna e spera nel miracolo di un Dio che, come Deus ex machina, risolva i problemi del mondo. E come la liturgia della Chiesa, nella critica di Gabbani, anche l’ipermercato è luogo di alienazione «l’offerta ormai è finita, figli andati in pace, cala il vento nessun dissenso, di nuovo tutto tace». Critica che coglie nel segno, benché sicuramente “ingenerosa” per i cattolici. Il cattolicesimo convenzionale, infatti, non è tutto il cattolicesimo. Esiste ed è anche diffuso – benché umile e discreto, perché non cerca apparenze e pubblicità –, un cattolicesimo cristiano che passa attraverso i cuori di tante persone, entra nelle comunità cristiane che vivono le liturgie eucaristiche e “infiamma” le strade del mondo con gesti eucaristici di vero amore, di autentica agape.

per dire “ci credo”Antonio Staglianò, Credo negli esseri umani. Cantando la buona novella pop, Collana «Zona franca», Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ) 2016, pp. 116.
«Se un prete criticasse i giovani di oggi per certa vuotaggine serpeggiante, e spesso anche troppo evidente, nessuno lo ascolterebbe e, anzi, gli si darebbe addosso criticandolo. Invece, se il “vuoto a perdere” lo denuncia la cantante Noemi, o se Mengoni denuncia la “non autenticità” con cui ci si dichiara l’amore tra persone, allora le cose potrebbero andare diversamente. Anche questo accade, ed è un fatto. Io l’ho sperimentato in diversi anni di predicazione. La citazione verbale di questi testi, conosciuti dai ragazzi, li rimette subito in “connessione”. Il problema fondamentale credo possa essere il seguente: questi testi hanno dignità letteraria o no? Possono essere messi alla stessa stregua della letteratura dei grandi? Le tragedie greche, oggi considerate unanimemente opere straordinarie di letteratura, erano alla fin fine “telenovelas pop” dell’epoca. E allora? nella musica pop non si può trovare sapienza umana? E quando predichiamo il Vangelo, non ci interessiamo all’umano dell’uomo? In verità, i testi delle “canzonette”, nella misura in cui intercettano dimensioni dell’umano dell’uomo, appartengono di diritto al Vangelo e alla sua predicazione».

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