Altrimenti uno spreco /2: tutti non praticanti

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pastorale

La sospensione delle messe e delle varie attività parrocchiali durante il primo lockdown ci ha offerto un panorama ecclesiale inedito. Improvvisamente tutti siamo diventati credenti non praticanti: coltivando la fede non nel tempio ma nelle nostre case. Il disagio arrecato custodisce però una briciola di profezia che richiede ascolto, accompagnamento e fiducia.

Fuori schema

Infatti il modello del cattolico regolare – presente alla messa domenicale, attivo negli incontri parrocchiali, assiduo ai sacramenti ecc. – ha inevitabilmente messo in secondo piano colui che non può o vuole rientrare in questo status: definito in modo spregiativo non praticante.

Il momento storico del lockdown ha fatto emergere la possibilità di diventare ecclesiali fuori dal circuito ristretto della parrocchia: quali sfide consegna questa novità al futuro della Chiesa? Si può diventare cristiani attraverso altre forme di pratiche ecclesiali senza essere etichettati di serie B?

È l’idea stessa di pratica ecclesiale a richiedere un radicale ripensamento in ordine alla sequela di Gesù e ai tempi odierni non più scanditi dal campanile della parrocchia. Cosa vuol dire infatti praticare la sequela di Gesù Cristo?

La praxis concerne il modo di agire: racchiude pensiero, discernimento, scelte, preghiera, realismo umano ed empatia. In maniera sintetica condividiamo due aspetti in merito al fenomeno in atto: in primo luogo siamo chiamati a riconoscere che i repentini cambiamenti socio-culturali non consentono più agli uomini e alle donne di coniugare in maniera piena lavoro, famiglia e pratica parrocchiale.

Gli attuali stili di vita – a volte fin troppo estenuanti – non ci spingono forse ad una sana dieta dell’attivismo parrocchiale? Non ci pro-vocano a ricercare con creatività altre e nuove pratiche ecclesiali, senza imporre le stesse in auge (alcune) dal concilio di Trento?

Tutti coloro i quali hanno ricevuto il battesimo sono chiamati, essenzialmente, christifideles (fedeli) e non praticanti/non praticanti (suddivisione pastorale sorta con la sacramentalizzazione della vita laicale)[1].

Il passo del pellegrino

Qualcuno propone il passaggio dalla figura del praticante a quella del pellegrino, maggiormente adeguata alla fluidità dei tempi che viviamo e alle diversità delle situazioni esistenziali[2]. Conservo il ricordo di un pomeriggio insieme ad alcuni giovani universitari – non abituati alla pratica ecclesiale tradizionale – intenso per la condivisione umana e spirituale.

Ci siamo accompagnati per diversi chilometri con lo scopo di scalare un piccolo monte mentre in brevi pause leggevamo alcune poesie di p. David Maria Turoldo e brani di Vangelo. Possiamo osare investendo energie e tempo in attività “poco parrocchiali” ma che coinvolgano maggiormente l’esperienza umana e affettiva delle persone?

«La nuova evangelizzazione chiama tutti […] Vanno inclusi anche i fedeli che conservano una fede cattolica intensa e sincera, esprimendola in diversi modi, benché non partecipino frequentemente al culto. Questa pastorale si orienta alla crescita dei credenti, in modo che rispondano sempre meglio e con tutta la loro vita all’amore di Dio»[3].

Pratiche e territorio

In seconda istanza la sfida in questione ci consente di integrare un concetto più ampio di pratica: non possiamo concentrare il nostro sguardo esclusivamente sulla pratica, per così dire, religiosa o sacramentale, ma iniziare a valorizzare con sguardo profondo anche la pratica esistenziale/esperienziale.

Questo approccio concerne anche il rinnovamento dell’iniziazione cristiana come vedremo nel prossimo articolo. Accompagnare le persone – a qualsiasi condizione o età appartengano – a scoprire il mistero di Dio che abita la loro storia umana feriale e nascosta.

In effetti all’interno della complessità relazione possiamo scorgere il germe dello Spirito già all’opera: la preghiera personale, la carità fraterna, l’aiuto disinteressato, gli impegni nella vita politica, la solidarietà alle sfide sociali, il lavoro onesto non sono forse interpellanze notevoli che regolano la pratica cristiana? Questo tempo reclama l’umiltà necessaria per riconoscere che «l’ecclesialità presuppone la socialità umana»[4].

Si tratta di una conversione pastorale volta al superamento del celebre distacco tra il culto celebrato e la vita vissuta dal momento che autentica ortodossia richiede sincera ortoprassi.

Non si comprende il fenomeno tipico delle Chiese del Mezzogiorno d’Italia, dove accanto ad intensa pratica ecclesiale assistiamo al proliferare delle più importanti macchine criminali dell’umanità legate alle varie mafie. La pandemia, quale segno dei tempi che viviamo, a quali scelte ecclesiali ci spinge in questa direzione?

Nello sforzo comunitario con lo sguardo estroverso verso il mondo di cui siamo parte integrante proponiamo, senza timore, tracce concrete di pratiche ecclesiali alternative permettendo che possano svilupparsi senza limitazione?

In tal senso sono da valorizzare tutti i legami che la comunità cristiana intrattiene con le associazioni e le realtà socio-educative del territorio improntate ad un clima di fattiva collaborazione; gli appuntamenti in cui riscoprire la bellezza delle relazioni attraverso la condivisione, gruppi di Mutuo Aiuto o itinerari psicologici di gruppo; incontri e attività concrete in cui far assaporare la preziosità della prassi cristiana attraverso pellegrinaggi, visite a luoghi/realtà di riscatto sociale e culturale, educazione alla pace e alla mondialità, realtà giovanili legate da interessi musicali o teatrali.

La pandemia ancora in corso ci chiede di non sottovalutare gli incroci della vita dove l’umana esperienza si dispiega talora al di là delle nostre aspettative: nelle ferite delle coppie divorziate, nelle storie delle persone con altri orientamenti sessuali e in coloro che ancora non si riconoscono in nessuna confessione particolare.


[1] Cf. V. De Chevalier, Credenti non praticanti, Qiqaion, Magnano 2019.
[2] D. Hervieu-Léger, Le pèlerin et le converti. La religion en mouvement, Flammarion, Paris 1999.
[3] Papa Francesco, Evangelii gaudium, n. 14.
[4] K. Rahner, «L’odierna strutturazione del popolo nella Chiesa», Nuovi Saggi IV, Paoline, Roma 1973, 711.

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