La fede, fra frequenza e pratica

di:

non praticanti

Li abbiamo sempre guardati con una certa sufficienza. E abbiamo giudicato la loro fede una fede povera, “benevolmente” l’abbiamo pensata una fede po’ dimessa, alquanto immatura…, forse l’abbiamo ritenuta perfino una fede di comodo, quella fede “fai-da-te” che puoi maneggiare a seconda dell’utilità del momento: comunque una fede non adeguata.

Perché il credente – lo sappiamo bene – non è soltanto uno che affermi di credere in Dio o che si limiti a vivere il Vangelo secondo il proprio giudizio. Il credente, per noi, quelli “di dentro”, è da tempo stato ben identificabile: crede chi sa, sente, vive la scelta dell’eucaristia, perché «senza domenica non possiamo vivere».

E la domenica è anzitutto la messa della domenica, celebrata con la propria comunità, vissuta come culmine dell’incontro con il Signore e luogo di nutrimento e di ripartenza per una testimonianza di fede nel quotidiano.

Mai pensata una cosa simile

Ecco. Li abbiamo sempre un po’ guardati con diffidenza e adesso, improvvisamente, siamo come loro! Siamo anche noi, come tanti, credenti non praticanti. Fedeli non praticanti!

Abbiamo preso coscienza di essere simili. O almeno ci siamo accorti che, al momento attuale, ci comportiamo come loro. E mi stupisce, in questi giorni di fine aprile, quando ormai l’ordine di restare a casa comincia a vacillare nei comportamenti di tanti, che in chiesa a pregare soli si vedano persone mai viste prima, mai conosciute: da dove sbucano questi qui? Chi sono?

Ci ritroviamo così simili a tanti di questi “sconosciuti”: a messa, infatti, non ci andiamo più, proprio come loro che non ci andavano mai! Non ci possiamo andare. Per ordine del Governo, che vieta gli assembramenti per contenere il contagio, per obbedienza ad un decreto legislativo che riteniamo giusto pur nell’eccezionalità dei limiti che ci impone e che accettiamo perché sappiamo di esser cittadini responsabili. Un decreto pienamente condiviso e recepito dai vescovi italiani.

Attraverso una comunicazione dei vescovi diocesani, sappiamo che «è sospeso il precetto festivo (Can. 1248 § 2)». L’invito rivolto ai fedeli è quello di vivere «la preghiera personale e in famiglia, utilizzando i sussidi proposti dagli organismi pastorali e seguendo le celebrazioni trasmesse via streaming, alla radio e alla televisione».

Ecco: sappiamo che, non andando a messa, non commettiamo peccato, perché un decreto vescovile ha «sospeso il precetto festivo». Un precetto che rimarrà sospeso, io credo, pur parlando già oggi di riapertura… è sconsigliabile, infatti, invitare gli anziani a tornare a messa, le persone che hanno significative patologie, gli immunodepressi. Meglio tenere il precetto festivo sospeso a tutela delle categorie fragili, anche se riprendessimo presto a celebrare l’eucaristia, tra mille precauzioni.

Chi ha mai pensato ad una cosa simile? Chi avrebbe potuto prevedere che per settimane e settimane non saremmo più andati a messa? Chi avrebbe ipotizzato che questa pandemia avrebbe ricollocato i confini del popolo di Dio, annullando la distanza tra chi pratica e chi non pratica? Facendo forse, in tal modo, giustizia di giudizi affrettati, di recinti chiusi, di silenziosi meccanismi di esclusione verso chi – diversamente da noi – a messa non ci va.

Perché – ci dovremmo chiedere – non ci va? Perché è stanco di un certo linguaggio o di certi stili di Chiesa? Perché ha fatto esperienze negative? Perché nessuno mai ha aiutato a comprendere realmente la bellezza dell’eucaristia? Perché nella loro ricerca di Dio non è il loro kairos, il loro tempo?

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Foto di S. Gollini

Mah… La domanda quindi non è così banale. Ora che il Coronavirus ci ha resi più simili, più fratelli in una fede comune meno evidente, ma forse più condivisa, che cosa rimane di quella che era la comunità cristiana senza il rito che ne struttura l’esistenza e ne permette il riconoscimento? Chi appartiene quindi al Popolo di Dio? Chi sono i cristiani? Che cosa “pratica” oggi chi è cristiano se la pratica religiosa fondamentale è tolta?

Praticare: che cosa significa?

Da tempo siamo abituati a pensare l’adesione alla comunità cristiana come un insieme costituito di cerchi concentrici. Sono state le inchieste socio-religiose a farci pensare così. Fin dall’imponente inchiesta tenutasi in Francia per iniziativa di G. Le Bras e F. Boulard (1946-1970), abbiamo iniziato a pensare che ci siano tanti diversi livelli di adesione alla Chiesa: il livello più esterno è costituito dai “separati” quelli che – pur battezzati – hanno rotto il legame con essa; poi poco più vicini, i “conformisti stagionali” che vanno in chiesa soltanto per i riti di passaggio (nascita, iniziazione cristiana, matrimonio, morte…); poi i “praticanti irregolari” che incontriamo a Natale e Pasqua o qualche altra grande festa; i “praticanti regolari”, che ogni domenica partecipano alla messa; infine i “devoti”, coloro cioè che frequentano ancora più assiduamente e partecipano ad associazioni di impegno ecclesiale.

Questa immagine del popolo di Dio ci è straordinariamente familiare! La messa che è divenuta attraverso le indagini socio-religiose la principale “unità di conteggio” in tal modo è stata anche considerata l’unico segno esteriore di adesione alla fede cristiana e alla vita della Chiesa. La preghiera personale, la pratica della carità, la dimensione etica della vita, pur essendo anch’essi rilevati dalle indagini, non sono, nell’ordinaria vita pastorale delle comunità, un segno importante di appartenenza al popolo di Dio.

Adesso, però, improvvisamente, sono tutto ciò che è rimasto!

Fino all’8 marzo (almeno in Italia) credere era “andare a messa”. L’eucaristia aveva eclissato, per così dire, tutti gli altri elementi di una vita religiosa cristiana. Si poteva essere considerati soltanto “non praticanti” o “devoti”, senza dare rilievo a tutte le sfumature intermedie dell’appartenenza alla comunità cristiana e di adesione al messaggio evangelico. Sfumature che non sono esattamente tali, perché ciascuno di noi vive a proprio modo la sua adesione al Vangelo e la sua sequela. Nessuno lo vive in pienezza, ma soltanto nella propria “edizione”, tanto riduttiva certo, ma anche tanto originale!

Oggi, in questa situazione in cui ci è negata la possibilità di andare a messa, siamo liberati da un tragico errore: quello di considerare la pratica dell’eucaristia come se fosse tutta la religione! Abbiamo capito, oggi, che non è così e che la pratica o l’astensione da essa creano soltanto una semplice presunzione di credenza o non credenza (G. Le Bras).

Una presunzione che ora, provvidenzialmente, si è sbriciolata!

La “grazia al tempo del Coronavirus” – se di grazia si può parlare in questo tempo di prova e di dolorosa esperienza di fragilità e di morte – consiste nello scoprire che gli indizi per cogliere di praticare la vita cristiana o di non praticarla vanno cercati altrove, con altri parametri, su altre abitudini che non sono soltanto la messa della domenica. E così, in questo modo possiamo ricomprendere ciò che insegna sant’Agostino ne La città di Dio (I, 35), che molti di quelli che Dio ha, non li ha la Chiesa, e molti di quelli che la Chiesa ha non li ha Dio. Oggi, mentre chi siano “quelli che la Chiesa ha” non è più tanto chiaro, diventa ancora più intrigante pensare chi siano quelli che davvero Dio ha.

In altre parole: la “sparizione” della “pratica” intesa come partecipazione alla messa, dissolve i confini visibili, quelli che definivano con chiarezza l’essere dentro e l’essere fuori. Improvvisamente, e forse provvidenzialmente, siamo ricondotti alla consapevolezza che tutti i battezzati appartengono al Popolo di Dio, tutti lo costituiscono, tutti sono chiamati a vivere l’alleanza di vita e di amore offerta da Lui in Gesù. Con una diversa pratica. Che non è più la messa. Almeno, non solo la messa.

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Prima del Coronavirus a riscattare la dignità dei “credenti non praticanti”, ristabilendoli nella loro vocazione non subalterna rispetto ai “devoti” ha contribuito un piccolo libretto di Valérie Le Chevalier, sposata e madre di famiglia, docente di teologia al Centre Sèvres di Parigi.

Questo intelligente libretto si intitola esattamente Credenti non praticanti (Magnano, BI, Qiqaion, 2019) e si propone di liberare questi fedeli cattolici dal “silenzio” dovuto alle loro «frequenti assenze ecclesiali» (p. 16). La loro «maniera poco canonica di esprimere la loro fede» ha creato tra noi e loro un muro di diffidenza, «condizionato dagli sguardi reciproci»…; un muro che ha sempre fatto nascere domande: «siamo ancora la stessa Chiesa? condividiamo la stessa fede?» (p. 17).

Forse oggi, non potendo andare a messa, scopriamo che noi, quelli che “erano dentro” possiamo rispondere finalmente di sì. Mentre prima preferivamo (ma lo facevamo a bassa voce) rispondere di no… Sì, forse abbiamo la stessa fede, se rispettiamo insieme gli uni e gli altri una differente pratica, se viviamo una condizione decisiva. Che non si misura più a partire dallo spartiacque tra “vado a messa” o “non vado a messa”.

Con tutto ciò non intendo togliere il valore davvero unico e irrinunciabile dell’eucaristia domenicale e la speranza che presto la comunità possa di nuovo ritrovarsi insieme a vivere il gesto che la rigenera. Intendo, però, approfittare del momento presente per porre una domanda centrale e forse per troppo tempo un po’ elusa: ma che cosa “pratica”, quindi, chi si dice cristiano? 

C’è un vissuto, un’esperienza, uno stile di vita che identifichi chi appartiene o meno al Popolo di Dio? Sparita la possibilità di accedere al gesto giustamente ritenuto decisivo per i cristiani, rimangono altri gesti, altre assiduità, altre “abitudini” di vita che accertino l’adesione al Vangelo e l’appartenenza alla comunità dei credenti?

Questa domanda ci fa pensare che forse anche chi non pratica più (la messa) potrebbe forse praticare una vita cristiana che lo accredita come membro vivo del Popolo di Dio, lontano – per così dire – dai nostri occhi. Ci potrebbe far capire che forse non si tratta per questi credenti di essere considerati solo come “pecorelle smarrite” da riportare all’ovile. E anche – simmetricamente – ci potrebbe indurre a pensare che tante pecorelle, che sono “dentro” e praticano regolarmente il rito della domenica, sostanzialmente non pratichino affatto quelle scelte e quei gesti che identificano la sequela di Gesù e del Vangelo.

“Niente sarà più come prima”

Praticare il cristianesimo non è, quindi, anzitutto riconoscersi in un rito, amarlo, frequentarlo, parteciparvi.

Praticare il cristianesimo è soprattutto vivere una relazione e farlo con tutte le differenti sfumature, i diversi gesti, i sentimenti unici, i rituali di incontro a volte anche originalissimi che sono propri di ogni relazione. È vero: stare in questa relazione ha, avrebbe, come momento centrale l’esperienza eucaristica: ma il fatto che essa non sia vissuta o sia negata significa cancellare la verità di questa relazione? Abbiamo noi la “misura” di essa o dobbiamo riconoscere che non possiamo permetterci di entrare nella stanza segreta dove essa viene vissuta?

Praticare il cristianesimo significa poi, a seguito di questa fedeltà, custodire ed esprimere un’etica conseguente. Perché ogni relazione è onorata da un codice di comportamento, da una serie di regole scritte o non scritte, da uno stile di vita che osserva, nella libertà e per amore, un modo di essere, di stare, di vivere. E anche qui ci dobbiamo chiedere se dobbiamo supporre che solo la Chiesa istituzionale debba su tutto indicare, prescrivere, ordinare, legiferare…

Senza negare la necessità e il servizio del discernimento per indicare ciò che è secondo il vangelo da ciò che non lo è, la Chiesa si deve ancora una volta astenere dal sostituirsi alla coscienza di ciascuno, può solo assistere di lontano al mistero della decisione che matura all’interno di essa e non può né origliare, né dirigere il dialogo misterioso di ogni creatura con Dio e con l’esistenza e le sue sfide.

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Praticare la vita cristiana è quindi non solo condividere una regolarità visibile (partecipare alla messa), ma anche e più profondamente vivere delle consuetudini “invisibili”, o, comunque, meno verificabili e più feriali, nascoste nelle pieghe dell’esistenza.

Questo forse ci spiazza. Ci ricolloca diversamente come cristiani nella società e nella vita stessa della Chiesa! E in questo spiazzamento assumono una diversa profondità le parole che ci siamo detti in queste settimane. E se fosse vero che finita l’emergenza “niente sarà più come prima”? Ce lo siamo detti, forse sinceramente, colpiti dal cambiamento di clima, di ritmo, di abitudini, di stile di vita, di possibilità di movimento. Colpiti, certo. Toccati in profondità. Ma forse il giudizio che abbiamo espresso è stato troppo superficiale, troppo affrettato.

“Niente come prima”. Ma in realtà stiamo pensando a “tutto”, a tutto quello che dobbiamo far ripartire. Finalmente da “niente” (meglio dire dal “poco”) a tutto! “Come prima”, perché questo stiamo cercando: come prima o comunque simile a prima. Farlo ripartire diversamente da prima significherebbe chiedersi che cosa ci ha insegnato questa dura lezione, significherebbe saper restituire che cosa abbiamo imparato.

A me non sembra che siamo consapevoli di aver imparato qualcosa.

O meglio: forse abbiamo imparato ad uscire con la mascherina, a lavorare un poco di più da casa, ad utilizzare competenze offerte dagli strumenti informatici, a fare il pane in casa da soli, a leggere l’omelia o ad ascoltare la messa in streaming.

Ma è troppo poco.

Noi come Chiesa, che cosa abbiamo imparato? Perché “niente sia più come prima”? Quale la conversione a cui il tempo del Coronavirus ci ha invitatati? Lo sappiamo a quale conversione siamo stati invitati?

Prima di ripartire, prima di tornare a celebrare l’eucaristia, prima di tornare a fare catechismo dobbiamo rispondere a domande sulle quali siamo ancora impreparati. Rischiamo, infatti, di vivere una pesante regressione teologica e pastorale. 

Quale comunità?

Celebrazioni a numero limitato di persone (chi deciderà chi può partecipare e chi no?), che escludano i soggetti fragili e/o a rischio (cioè chi è più povero e bisognoso di vivere quel gesto), dove gli stessi ruoli ministeriali siano in parte impediti o asciugati al minimo necessario (come canterà un coro? Chi parteciperà ai vari gesti della celebrazione?) non rischiano di diventare “messe da ascoltare”, dove l’importante è che il ministro principale faccia il rito in modo formalmente corretto e con la maggior rigidità e puntualità possibile? L’assemblea ridotta a pubblico, l’espressione della fede ridotta a fruizione privata, la ministerialità riassunta tutta nelle mani dei ministri ordinati sono tre derive facilmente ipotizzabili.

Catechesi rivolta ad orari precisi e in spazi ben definiti, o risolta on-line, come si fa la didattica a distanza: anch’essa escluderà i soggetti deboli (le famiglie povere, i bambini con patologie di apprendimento, con problemi di comportamento, con scompensi affettivi), anch’essa si ridurrà a catechesi nozionistica di trasmissione di contenuti da apprendere, per memorizzare e applicare poi alla vita; forse diventerà di nuovo un catechismo solo per i piccoli, falciando quei percorsi di iniziazione dove il centro è “iniziare” a vivere gesti e parole del cristianesimo tutti insieme, genitori e figli, perché chi è chiamato ad imparare possa partecipare con chi ha l’occasione di re-imparare. Anche qui esclusione, nozionismo, bambinizzazione della trasmissione della fede sono derive facili.

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Sono domande che pongo, consapevole che, per rispondere, prima ci dobbiamo prendere una sosta, una pausa di riflessione per comprendere che cosa abbiamo appreso da questa dura esperienza.

Prima di ripartire, cadendo in questi errori, dobbiamo ripensare. Convertirci. Ritrovare altre priorità, altre assiduità, altri modi di partecipare e di comunicare la fede.

Prima di ripartire, occorre che ci chiediamo che cosa abbiamo imparato. Che cosa dobbiamo lasciare di quello che si faceva prima e che cosa possiamo inventare di nuovo.

Prima di ripartire ci dobbiamo chiedere da che cosa ripartire. Veramente la prima cosa da fare è dire in ogni caso, in ogni condizione, ad ogni costo la messa? Me lo chiedo pensando a queste “pratiche nascoste”, a queste assiduità cristiane vissute da chi a messa non va da tempo e da tempo fa come abbiamo fatto noi, cristiani praticanti, in questo tempo del Coronavirus.

Se, prima di ripartire, ascoltassimo proprio loro, i credenti che abbiamo sempre chiamato “non praticanti”? Avrebbero forse proprio loro qualcosa da suggerirci? Forse proprio da loro avremmo qualcosa da imparare. Prima di ripartire. Consapevoli, finalmente, che niente può essere più come prima.

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7 Commenti

  1. Federico 14 maggio 2021
    • Marcello Neri 16 maggio 2021
      • Federico 17 maggio 2021
  2. Giovanni Ruggeri 5 maggio 2020
  3. Andrea Caelli 1 maggio 2020
  4. Luca Fiandri 28 aprile 2020
  5. Giampaolo Centofanti blog 28 aprile 2020

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