Il filo della vita /1: l’età maggiore

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filo vita

Don Vinicio Albanesi ha intitolato una serie di interventi con le parole “il filo della vita”. Sono abbondanti riflessioni “pastorali” sulla religiosità della nostra popolazione. Più rare le considerazioni che leggono i fenomeni sociali. Chi è a stretto contatto con una porzione di “popolo” (la parrocchia) conosce bene chi incontra e chi partecipa o non partecipa alla vita religiosa. Tenere presente le condizioni “reali” di una comunità aiuta a comunicare il messaggio evangelico che ogni fedele cristiano – tanto più il presbitero – è tenuto a diffondere. Magari recuperando il linguaggio evangelico espresso in “parabole”.

In tempo di pandemia, di paure, di malattia e di morte, è utile percorrere il filo della vita a partire dalle situazioni più drammatiche. Una riflessione che scaturisce dall’esperienza e dalla capacità di affrontare le vicende avverse con coraggio e fiducia.

Il mondo è cambiato: come sempre nella storia. In natura, ma anche nella considerazione della vita. Il tema del “filo della vita” riguarda tutti, senza sconti.

L’inizio di questa riflessione è rovesciata. La partenza è la vecchiaia (in Sicilia, per rispetto, la chiamano “maggiore età”), per poi proseguire con l’età adulta, i giovani, gli adolescenti, i piccoli. Un ricordo e un omaggio a quanti sono scomparsi a causa della pandemia.

Considerazioni non esenti da emozioni e da riflessioni dettate dalla vita stessa, con attenzione ai fenomeni sociali, culturali, economici e religiosi che influiscono e determinano le vicende umane.

La salute

Le statistiche ufficiali fissano – non sempre per la verità – la soglia dei 65 anni come inizio della vecchiaia: forse per l’età pensionabile, forse dettate dall’andamento dell’età media di qualche decennio fa. Infatti le soglie di salute, di attività e di autonomia sono state spostate recentemente a 75 anni.

Le attenzioni per un sereno prosieguo della vita dipendono sostanzialmente da tre fattori: la salute, le risorse economiche, le relazioni.

Invecchiare non è un fenomeno uguale per tutti. Il benessere dipende prima di tutto dalla salute fisica, che significa autonomia, mobilità, attività. La medicina moderna ha allungato la vita enormemente: la speranza di vita alla nascita in Italia attualmente è fissata a 81 anni per gli uomini e a 85 per le donne, seconda nazione dopo la Spagna.

Due pericoli incombono sulla salute: l’integrità degli organi e la capacità intellettiva. I geriatri insistono molto per un invecchiamento attivo (abitudini alimentari, movimento, vita all’aperto, relazioni), ma, dopo anni di vita, non è possibile recuperare i modi vissuti e soprattutto l’incidenza di due pericoli, cause maggiori di morte, quali le malattie del sistema cardiocircolatorio e il cancro.

Se la salute viene a mancare, inizia, quasi sempre, un lungo calvario che, se allunga la sopravvivenza di qualche tempo, può diventare una vera e propria persecuzione. Oramai più del 60% dei ricoveri ospedalieri sono dovuti a persone di maggiore età. L’organizzazione sanitaria si è attrezzata, oltre che con ricoveri, con cure intermedie, lungodegenze, RSA. La domanda atroce è se e come preservare la vita, a fronte di difficili condizioni di morbilità.

L’attenzione alla persona malata – affiancata dalle scienze mediche – orienta per la sopravvivenza a tutti i costi, rasentando l’accanimento terapeutico. Né possono esserci leggi generali che determinano vincoli e paletti. Si tratta di condizioni da affrontare con saggezza, amorevolezza, ma anche razionalità. Allungare di qualche settimana la vita a prezzi troppo alti di sofferenza non è utile, né giusto. Una serie di sentimenti, responsabilità, rischi impediscono a volte di assumere la migliore decisione.

Tragedie si verificano, invece, quando viene meno l’autonomia intellettiva: le forme degenerative del sistema centrale (alzheimer, atassie, parkinson) lasciano quasi sempre intatte le funzioni fisiche in persone che non hanno più capacità di autonomia decisionale.

I drammi delle RSA risiedono nell’incapacità di gestire i processi di deterioramento del sistema nervoso. Le famiglie accudiscono il proprio caro fino a che diventa materialmente impossibile assisterlo nell’arco delle 24 ore. Ricorrere a strutture appositamente preposte diventa indispensabile. Il sistema odierno è improntato a schema ospedaliero, suddiviso in reparti.

La tragedia del virus che miete vittime in proporzioni inaccettabili nelle RSA dipende non soltanto da responsabilità gestionali, ma dal sistema inadeguato. Ammassare cento/duecento persone in reparti anonimi e promiscui, aggrava la fragilità di chi vi abita: cibo, orari, assistenza, habitat non possono essere simili a reparti ospedalieri. In ospedale si dimora per poco tempo, in fase di malattia acuta: vivere anni in ambienti simili a reparti ospedalieri significa risiedervi in attesa della morte. Anche le capacità residue di recupero si perdono definitivamente.

Nonostante i drammi delle morti, la lezione non è stata ancora appresa. È necessario rivedere il welfare dedicato agli anziani. Occorre affermare il diritto a vivere e a morire nella propria casa. Da qui il rafforzamento dell’assistenza domiciliare non lasciata alla fortuna di trovare persone estranee (badanti) che accudiscono i nostri cari.

È sicuramente da rivedere tutto il welfare, con sostegni in servizi e in risorse, capaci di offrire un sereno accudimento di chi ha bisogno di assistenza.

Le risorse economiche

Le condizioni economiche influiscono sul benessere e sull’autonomia delle persone di maggiore età. Nel gennaio scorso l’Istat ha certificato 16 milioni di pensionati. Oltre la metà non raggiunge i mille euro mensili. La sopravvivenza dignitosa può resistere se ambedue i coniugi sono viventi e autonomi. Se uno dei due muore oppure subisce grave disabilità, il rischio della povertà è in agguato.

Diversa la condizione di chi, avendo sufficiente salute fisica, gestisce un’attività, ha una sua professionalità, vive un ambiente che offre ancora interesse: si pensi al mondo artigiano, commerciale, professionale e rurale.

Con una salute fisica che garantisce autonomia, con interessi di impiego del tempo, con adeguate risorse economiche, l’età maggiore diventa un’età da vivere intensamente con saggezza e soddisfazione.

Nella cultura moderna la maggiore età ha considerazioni molto diverse. Se si è ricchi, se si è professionisti e imprenditori, nessuno appellerà al titolo di vecchio in modo dispregiativo. L’età, in questi casi, è motivo di vanto, sostenuta dal successo e dalla ricchezza. Il fenomeno è identificato nella gerontocrazia: persone molto avanti negli anni che continuano ad avere potere e a disporre di decisioni significative.

Vale per le alte sfere di funzioni pubbliche e private, ma vale anche per la classe media (si pensi agli insegnanti, ai professionisti quali i medici, avvocati, magistrati, imprenditori…).

Si deduce che i termini di rispetto si misurano nelle discriminanti di sano e ammalato, di ricco e povero. Vale anche nella dimensione familiare: fino a quando il nonno e la nonna sono funzionali a servizi (attenzione ai bambini, una buona remunerazione) il rispetto è garantito. Diventano un peso quando coloro che sono avanti negli anni richiedono cure e assistenza.

In termini personali, il tempo che avanza può essere gestito come pace o come incubo. Il pensiero della morte è preceduto dall’esperienza di constatare che l’orizzonte che rimane da vivere si accorcia. Si calcola automaticamente quanto resta alla propria vita. Il tempo non è più considerato come occasione, ma come impedimento.

Ascoltando le parole dei salmi

Due salmi raccontano le due ipotesi.

Il salmo 16 recita la pace

«Perciò il mio cuore si rallegra,
l’anima mia esulta;
anche la mia carne dimorerà al sicuro;
poiché tu non abbandonerai l’anima mia in potere della morte,
né permetterai che il tuo santo subisca la decomposizione.
Tu m’insegni la via della vita;
ci sono gioie a sazietà in tua presenza;
alla tua destra vi sono delizie in eterno».

Il salmo 88 è lugubre

«Perché, Signore, mi respingi,
perché mi nascondi il tuo volto?
Sono infelice e morente dall’infanzia,
sono sfinito, oppresso dai tuoi terrori.
Sopra di me è passata la tua ira,
i tuoi spaventi mi hanno annientato,
mi circondano come acqua tutto il giorno,
tutti insieme mi avvolgono.
Hai allontanato da me amici e conoscenti,
mi sono compagne solo le tenebre».

Le parole della Sapienza (5,15-16)

«I giusti, al contrario, vivono per sempre,
la loro ricompensa è presso il Signore
e l’Altissimo ha cura di loro.
Per questo riceveranno una magnifica corona regale,
un bel diadema dalla mano del Signore,
perché li proteggerà con la destra,
con il braccio farà loro da scudo».

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