La leadership nella Chiesa /4

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Una delle virtù che oggi sembrano più richieste e ambite nelle comunità cristiane è la capacità di gestire in modo efficiente molti incarichi diversi, anche su fronti disparati, in modo da supplire al progressivo calo del numero dei ministri ordinati e degli operatori pastorali.

A fronte dei crescenti bisogni ecclesiali, il sogno di vescovi e parroci sembra essere quello di poter continuare a contare per molti anni su persone particolarmente generose alle quali si può sempre chiedere qualcosa in più, nella consapevolezza che, pur in modo affaticato o angosciato, riusciranno in qualche modo a portare avanti il compito loro affidato.

Quando i compiti sono troppi

Entro certi limiti, questo stile organizzativo che tende a spremere un po’ le persone è giustificato e necessario. Oggi molte attività lavorative richiedono la capacità di portare avanti svariati incarichi in contesti di grande complessità perché si possano conseguire obiettivi significativi e restare competitivi. Il lavoro, insomma, è normalmente molto impegnativo. Tutto questo non può che riguardare anche il mondo ecclesiale, dal momento che anch’esso fa parte della società.

Questo stile diventa però inaccettabile non solo laddove l’impegno richiesto finisca per stremare le persone, ma anche quando non consente di conseguire risultati di qualità. Purtroppo, nel contesto ecclesiale la verifica di questo aspetto è molto difficoltosa, soprattutto in riferimento al servizio dei ministri ordinati.

Probabilmente non disponiamo di criteri che ci consentano di valutare la qualità di un servizio pastorale. Laddove si resta nell’ortodossia dottrinale, non vi sono comportamenti immorali né proteste veementi da parte della gente, si dà per scontato che un incarico venga svolto adeguatamente, anche se in realtà non è così.

Queste difficoltà non caratterizzano soltanto il contesto ecclesiale attuale, come emerge dal seguente passaggio della Regola pastorale di Gregorio Magno: «Spesso le cure assunte col governo delle anime disperdono il cuore in diverse direzioni così che ci si ritrova incapaci di affrontare problemi singoli perché la mente confusa è divisa in molte occupazioni. Perciò un sapiente avvertito ammonisce: Figlio non applicarti a molte attività (Sir 11,10).

E ciò per dire che la mente divisa in diverse operazioni non può raccogliersi pienamente nella considerazione esigente di ciascuna; e mentre è trascinata al di fuori da una cura prepotente, si svuota di quella unità dello spirito prodotta dall’intimo timore: diviene sollecita nella disposizione di cose esteriori, e ignara solamente di sé, sa pensare a molte cose ma non conosce sé stessa. Infatti, quando si immerge più del necessario in occupazioni esterne, è come se, distratta lungo un viaggio, si dimenticasse della meta cui era diretta e così, noncurante di attendere all’esame di sé stessa, non considera neppure quali danni riceve da ciò e ignora l’entità del suo peccato» (n. 4).

Evidentemente fare il vescovo di Roma alla fine del VI secolo, in un periodo segnato dalle invasioni barbariche, non era semplice. Nonostante questo, Gregorio non si accontentava che i pastori svolgessero in qualche modo il loro compito, ma gli interessava la qualità del loro lavoro pastorale. Sostiene infatti che, quando si devono svolgere troppi incarichi, non si è in grado di affrontarli realmente, cioè si diventa «incapaci di affrontare problemi singoli». Ci si limita a indicare soluzioni generiche che non rispondono affatto alla complessità delle questioni in campo.

Il coraggio del silenzio

È forse da questo atteggiamento frettoloso e superficiale, quello che porta a spalmarsi contemporaneamente su innumerevoli fronti, che ancora oggi nascono documenti, libri, discorsi, commissioni, gruppi di studio e progetti pastorali capaci solo di offrire indicazioni sommarie, che molti lettori o uditori con un minimo di competenza avrebbero potuto immaginare da soli, senza riuscire ad entrare a fondo in questioni specifiche.

Quel che è peggio, però, è che, secondo Gregorio, il vivere gravati da un eccesivo carico di lavoro porta a perdere sé stessi. In effetti, in queste circostanze si può essere presi da un senso più o meno consapevole di ebbrezza, frutto del senso di controllo e di potere sulla realtà e sulle persone che è dato dall’iperattività, che progressivamente tende a diventare sempre più desiderato.

Quando non se ne può più fare a meno, si ha bisogno di riempire la propria vita di innumerevoli occupazioni, anche se svolte in modo confuso e caotico, perché senza di esse ci si ritroverebbe vuoti e delusi, davanti alla propria piccolezza e fragilità di semplici esseri umani. Si finisce per vivere non per il Signore ma per le cose da fare, magari lamentandosi del loro eccesso, ma in realtà cercandone sempre di più.

Il segnale più evidente che ci si sta orientando in questa direzione è probabilmente l’incapacità di fare silenzio, sia sul piano interiore – cioè, di mettersi in ascolto della voce di Dio – che su quello esteriore.

Purtroppo si deve rilevare come nei momenti di ritiro spirituale in cui è previsto il silenzio, non sempre questo venga preso sul serio. Sembra che l’esigenza di portare avanti sempre e comunque le proprie attività, di seguire le proprie preoccupazioni, o semplicemente di salutare gli amici possa prevalere su tutto, in nome di una sorta di diritto e dovere delle persone molto impegnate come i pastori a non lasciarsi limitare nello svolgimento dei propri compiti.

In realtà, la fatica a fare silenzio è data dal fatto che esso ci mette violentemente davanti a noi stessi, a quello che siamo realmente. Se ci si è abituati per lungo tempo ad allontanare lo sguardo dalla propria condizione creaturale, cioè dalla debolezza e dalla fragilità che ci caratterizza, si farà molta fatica a non cercare di fuggire da questa condizione di autenticità.

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Un commento

  1. Claudio Bottazzi 31 gennaio 2021

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