Non di solo pane

di: Antonio Torresin

L’inizio della quaresima è stato caratterizzato dalla “quarantena” per il Coronavirus che ha reso questo tempo molto singolare, anche per le nostre comunità, soprattutto per la sospensione della celebrazione dell’eucaristia.

Un’amica della parrocchia mi ha scritto alcune note che mi offrono lo spunto per condividere con voi qualche pensiero. Ne riporto le parti salienti:

«Considerato che non si può fare niente tranne pensare, pensiamo. Ma intanto ci sta succedendo qualcosa dentro. Mi sento un po’ orfana e sento già la mancanza della nostra comunità, anche se da tempo credevo di averne preso le distanze in cuor mio. In questi giorni ho più che mai un impellente desiderio di una visita in chiesa. E vedo che non sono l’unica. È come se non volessimo lasciare nostro Signore da solo e come dei clandestini ci infiliamo in orari insoliti per un breve saluto. Sarebbe bello che ci fosse anche un sacerdote a presidiare, ma forse non è così necessario. Ci sono persone disparate e un bel viavai. Credo che il Signore sia contento e noi un po’ rincuorati da questo isolamento imposto.  Cerchiamo di tenere la fiamma accesa.

Ma tu come stai vivendo come uomo e come pastore questo momento? Ti senti vicino alla tua comunità? Cosa significa per te non celebrare? Mi sembra già passato un secolo eppure domenica scorsa eravamo ancora tutti lì presenti e ci sembrava scontato. (…) Penso che non ritrovarsi la domenica possa segnare un momento di crisi per una comunità e che, alla lunga, si rischi lo sfaldamento. Potrebbe essere un segno dei tempi, ma allora dobbiamo contrastarlo, trovare altri modi o lasciare andare la Chiesa al suo destino?».

Orfani e clandestini, sentire la mancanza

Ci sono cose che impariamo a comprendere proprio quando le perdiamo. Questo vale per l’eucaristia e anche per il sentirsi parte di una comunità. Viviamo un tempo particolare. Il senso di appartenenza ad una comunità, alla Chiesa, non è più un dato scontato, una variante dell’appartenenza culturale ad un mondo omogeneo nel quale viviamo immersi senza neppure accorgercene.

Così sentiamo che ci manca una comunità, ma a volte, anche quando frequentiamo una chiesa, ci sentiamo un po’ “clandestini”, stranieri nella nostra stessa casa. Credo che questo sentimento sia comune a tanti uomini e donne, che vivono la loro appartenenza stando sul confine, sulla soglia. Eppure, se anche quel confine, quella porta, è chiusa, qualcosa manca ancor più acutamente, e ne avvertiamo la nostalgia, ne ritroviamo il desiderio. Mi piace pensare che questo sia anche un sentimento reciproco da parte del Signore: anche lui sente la nostra mancanza, anche lui ha nostalgia di chi cammina sperduto e vorrebbe ritrovare la via di casa.

sospensione celebrazioni domenicali

Il Signore ci aspetta, ci attende come il Padre della parabola che sulla porta di casa tiene lo sguardo fisso all’orizzonte in attesa del figlio che ritorni. Anche questa attesa, questa mancanza, questo desiderio è una forma della nostra relazione con Dio.

Visitare Dio

Ma non solo. In questi giorni a tanti è capitato di cercare – proprio perché è venuto meno il momento comunitario – un momento personale di “visita” al Signore. È come se questo ci offrisse l’opportunità di ritrovare il cuore, il centro della nostra appartenenza. È anzitutto l’appartenere al Signore che fonda il senso di essere comunità. Se siamo con Lui siamo anche in comunione tra noi, e viceversa, non possiamo essere in comunione con Lui se non sentiamo anche il bisogno di relazioni vere e fraterne tra di noi.

Certamente in questi giorni mi è mancato l’incontro con tanta gente, con la mia comunità, con il popolo di Dio con cui condivido e celebro la fede. Nei momenti – un poco più distesi per l’assenza di incontri celebrativi – di preghiera in chiesa, magari aspettando i rari visitatori, ho potuto pregare per la gente della mia comunità, ho sentito che senza di loro la mia vita di prete è niente, che il Signore io lo amo amando le persone che nella comunità mi affida.

Ho poi potuto anche vivere con più calma incontri personali, tempi di ascolto. Ma certo la domenica senza il popolo di Dio è come una tavola apparecchiata senza che si possa sedersi a gustare il “ben di Dio” che ci è donato. Una mancanza che riaccende il desiderio.

Non di solo pane, ma sicuramente di Parola

Un secondo ordine di riflessioni riguarda propriamente la messa, nella duplice mensa, della Parola e del pane. Abbiamo vissuto una settimana e una domenica senza celebrazioni. Da una parte, questo forse ci aiuta a comprendere meglio il senso del digiuno eucaristico, che nella liturgia ambrosiana viene praticato in quaresima ogni venerdì. Si digiuna per avere fame, per desiderare ancor più il cibo che ci è donato.

E poi il digiuno è strettamente connesso con la Parola. “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Così è anche nell’esperienza originaria di ogni cucciolo d’uomo. Il bambino impara a gustare le parole perché lascia vuota la bocca dal cibo. Se mangia non può parlare! L’assenza di cibo apre il tempo della Parola. Rimane – anzi diventa ancora più intensa – la relazione tra cibo e parola. Il cibo nutre perché è segno di “qualcuno” che mi nutre, mi vuole bene. Infatti, chi nutre il piccolo, mentre gli offre il cibo, naturalmente gli parla, con affetto e tenerezza. Il cibo nutre perché ci parla. La parola ci parla perché ci nutre, perché quelle parole ci danno vita, nutrono il nostro bisogno di amore e di affetto.

Ora non celebrare la mensa del pane condiviso mi sembra un’opportunità per nutrirci della Parola. In questi giorni non ho celebrato (perché trovo che non abbia senso celebrare senza popolo), ma ho dato più spazio all’ascolto della Parola. Così, abbiamo offerto uno strumento per vivere la domenica nelle case, che era semplicemente “mettere in tavola la Parola” per nutrirsi di essa.

Non so quanti lo abbiano fatto, ma credo che sia stata una grande occasione: che le nostre tavole di casa diventino come l’altare sul quale si celebra, e la Parola il cibo che ci nutre a tavola. La comunione non è una devozione individuale che io intrattengo con il “mio” Dio.

Celebrare in casa la Parola

La comunione è diventare il corpo di Cristo che è la Chiesa, è lasciare che la Parola diventi carne, e la parola è sempre “relazione”, è indissociabile dai fratelli e dalle sorelle con cui e dai quali la ascolto e ai quali la rivolgo.

Celebrare una liturgia della Parola in casa, nel caso di impossibilità di celebrare l’eucaristia in chiesa, dovrebbe essere la prassi ordinaria che nutre la nostra vita di credenti, nelle più diverse circostanze. Un’amica mi confidava che più volte, nelle vacanze estive, non avendo la possibilità di una chiesa raggiungibile, le era capitato di celebrare la domenica con la sua e altre famiglie, in una celebrazione della Parola. Io credo che questo abbia un valore maggiore addirittura di ascoltare la messa del papa alla televisione!

Questa è certo una buona pratica soprattutto per chi si trova solo in casa la domenica. Ma di per sé replica uno stile nel quale la Messa è quella che “celebra” il prete (che sia papa o meno), mentre il popolo di Dio “assiste”. E tante volte in chiesa avviene che uno ci stia come davanti alla televisione (e anche peggio perché alla televisione almeno si sente bene!). Una delle novità più importanti che il concilio Vaticano II ha cercato di rinnovare è proprio che non si “assiste” alla messa, la si “celebra”.

E tutti, in virtù del sacerdozio battesimale che abilita ogni cristiano a celebrare, sono soggetti attivi del culto che si celebra. Per questo credo che una celebrazione domestica della Parola valga di più che una Messa ascoltata alla televisione!

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Un commento

  1. BELLONI GIOVANNI 29 febbraio 2020

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