Sulla frontiera: pastorale con persone omosessuali /2

di:

colombe

Terminavo l’articolo precedente con questa affermazione: «sono storie come queste – Giuseppe, la Cananea e altre – che con la loro fede robusta permettono a Dio di oltrepassare la frontiera!». Questo è un ulteriore motivo per cui – come dicevo all’inizio di quell’articolo – ritengo che la pastorale con persone omosessuali sia una questione di frontiera; e aggiungerei, di fede.

La fede oltrepassa le frontiere

Rimane sempre un mistero, per me, come la fede, la fede robusta, permetta a Dio di attraversare frontiere, superare barriere, limiti naturali apparentemente invalicabili, per non parlare dei confini culturali e religiosi; e come invece la mancanza di fede gli impedisca di manifestare la sua gloria. «E lì non poteva compiere nessun prodigio», ci riporta Marco (6,5) in riferimento alla sua patria, Nazaret; e annota Matteo: «A causa della loro incredulità».

Eppure gli abitanti di Nazaret dicevano di Gesù: «Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria?» (Mt 13,55). Giuseppe e Maria, i giganti della fede che hanno collaborato al prodigioso passaggio di frontiera più incredibile di Dio: l’Incarnazione. Incompresi dai loro stessi concittadini.

Così Gesù elegge Cafarnao, la città di frontiera e di Simon Pietro, a sua nuova patria (Mt 9,1); e lì incontra il Centurione. La fede straordinaria di costui, esaltata dal suo rispetto per le usanze del popolo ebraico; l’amore sincero per il servo, unito alla speranza per la sua salvezza; toccano il cuore di Gesù: «Si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli». Infine dice al Centurione: «Va, avvenga per te come hai creduto» (Mt 8,10,13). Così, a Cafarnao, città doganale, Gesù non impone nessun dazio religioso al Centurione, e – per la sua fede – lo rende partecipe della benedizione riservata ai figli di Abramo.

Come nell’altra frontiera di Tiro e Sidone, con la già nota Cananea. L’amore viscerale e non rassegnato per la figlia; la fiducia testarda e insistente nel Dio di Gesù; la speranza – passione dell’irascibile – danno a quella madre l’audacia necessaria per affrontare l’umiliazione che Gesù le impone: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna – eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri» (Mt 15,26-28). Ed ecco che quanto Gesù riteneva di non avere il potere di fare («Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa dIsraele»), per la fede testarda e l’amore non rassegnato di questa madre, diventa possibile.

Come se Dio avesse bisogno di questa fede e di questo amore – tanto simile al suo – per renderci capaci di ricevere, in modo totalmente inedito, quanto in Lui sperato.

Sotto la tavola

Questo amore, nelle sue infinite espressioni; questa umile fiducia in Dio, inspiegabile, rocciosa, testarda; questa speranza che crede nel Dio dell’impossibile; tutto questo sperimentiamo come operatori di pastorale con le persone omosessuali e loro familiari. Tante storie di chi, sentendo la Chiesa come la propria casa e la propria famiglia, arriva a sopportare con profondo dolore parole dure ed escludenti pur di non andarsene. Ritenuti indegni di partecipare alla mensa dei figli, come cagnolini domestici si accontentano delle briciole.

Come quella ragazza, animatrice giovani in parrocchia, e poi in diocesi fino a livello nazionale: piena di energia e voglia di spendersi per la Chiesa; da quando non è riuscita a rinunciare all’affetto di un’altra ragazza, è stata invitata a farsi da parte, a prendere posto sotto la tavola. O quella coppia di genitori cattolici, impegnati in diocesi nella formazione di altre famiglie; da quando hanno accolto apertamente il compagno del figlio gay, non fanno più parte dell’équipe diocesana. Come quel sacerdote che, commosso per l’amarezza di un giovane alle dure parole dell’ultimo Responsum, ha espresso pubblicamente la sua solidarietà; e per questo è stato ripreso dal suo Ordinario. O come quel ragazzo che, al suo vescovo contento di accoglierlo in seminario dopo un cammino vocazionale, in buona fede e in tutta autenticità ha rivelato il suo orientamento omosessuale; dopo un breve saluto di circostanza non ha più avuto alcuna notizia, non è stato accolto.

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Queste persone, e tante altre, sono ancora nella Chiesa, testardamente attaccate al Signore, dal quale si sentono amate. Eppure non sono più considerate modello di vita cristiana; invitate piuttosto a lasciare la tavola dei figli. Potrebbero ancora farne parte – senza rivelarsi – se occupassero semplicemente quello spazio vocazionale a loro riservato: laico, single non per scelta.

Alcuni vivono serenamente questa collocazione nella Chiesa, specialmente quanti riconoscono in sé il carisma della castità/astinenza; altri la vivono con sofferenza e con alti costi psichici e spirituali; tantissimi abbandonano la Chiesa e la fede sbattendo la porta. Molti altri scelgono di entrare in una dialettica ecclesiale che sentono necessaria per salvare la fede, e vivere in prima persona il riscatto dalla servitù della legge, per la libertà dei figli di Dio.

La vita che Dio desidera per noi

Figli della Chiesa, questi cristiani sono cresciuti nella fede, si sono nutriti della Parola di Dio e della preghiera comunitaria e personale. Hanno vissuto e sperimentato relazioni di amore cristiano; hanno sentito il cuore riempirsi di speranza nel Risorto. Hanno frequentato le nostre parrocchie, le nostre associazioni; hanno ricevuto i sacramenti della Chiesa dopo la nostra catechesi; hanno partecipato attivamente ai nostri gruppi, ai nostri consigli pastorali, alle nostre iniziative di volontariato.

Li conosciamo bene; li abbiamo formati noi. Per questo abbiamo compreso quando ci hanno detto, dopo aver scoperto e accettato con travaglio e sofferenza il loro orientamento omosessuale: «Nella prospettiva vocazionale cristiana che la Chiesa ci riserva, in coscienza, non riconosciamo più il Dio accogliente di Gesù, la gioia del Vangelo. Noi ci sentiamo capaci di amore, di dono di sé, di relazioni cristiane… ma non ci viene riconosciuto; anzi, il modo d’amare che la vita ci ha concesso, viene detto “inclinazione oggettivamente disordinata”».

I genitori: «A noi che, non senza difficoltà, per amore abbiamo accolto la vita affettiva di nostra figlia lesbica, viene detto che – per la verità – il nostro non è vero amore di genitori cristiani». E ancora: «Nella prospettiva vocazionale che la Chiesa ci riserva si spegne la nostra speranza; viene scossa la nostra fede nel Vangelo; l’amore si trasforma lentamente in sterile risentimento. In coscienza, scegliamo la vita! Anche se dentro di noi qualcosa morirà (l’appartenenza e la stima della famiglia e della comunità; il desiderio d’essere perfetti e la paura dei sensi di colpa; lo sguardo soddisfatto nei nostri sacerdoti; l’avere un posto a tavola); ma se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.

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La vita che cerchiamo è la vita di Dio in noi, la vita eterna che ci riempie di speranza e ci fa sperimentare l’amore di Dio senza fine e senza condizioni. Il peccato ci toglie questa vita; in coscienza, sentiamo come peccato il dover rinunciare alla grazia che Dio ci ha donato creandoci così come siamo.

D’altra parte non pretendiamo che il nostro modo di sentire e di comprendere questa vita debba essere universale (cf. AL 304), e che tutti la debbano pensare come noi. Ma in coscienza questo lo possiamo dire: la voce di Dio che risuona nella nostra intimità e che abbiamo imparato a riconoscere nel nucleo più segreto del nostro cuore – quel sacrario dove noi siamo soli con Lui – ci assicura che questa è la vita che Dio desidera per noi. Ci assumiamo le conseguenze ecclesiali di questa nostra convinzione di coscienza». Questo ci dicono i nostri ragazzi e ragazze omosessuali, e i loro genitori.

La norma e la «dialettica»

Dobbiamo riconoscere che l’esortazione apostolica Amoris Laetitia ci ha aiutato a comprendere che questa prospettiva «dialettica» nell’accogliere le norme generali della Chiesa è profondamente ecclesiale e radicata nella Tradizione.

Il cap. 8 (nn. 291-312) ci fornisce i criteri necessari per accompagnare, discernere e integrare le situazioni di fragilità, cosiddette «irregolari». Nel n. 297 il papa invita a non intendere questi criteri come riservati ai soli divorziati che vivono una nuova unione, ma a tutti, in qualunque situazione si trovino. Il card. Kasper esplicitamente vi include anche le unioni tra persone omosessuali (W. Kasper, Il Messaggio di Amoris Laetitia, p. 56).

Implicitamente lo fa anche l’ultimo Responsum che, tuttavia, negando la benedizione a tutte le relazioni o partenariati, anche stabili, che implicano una prassi sessuale fuori dal matrimonio (unioni omosessuali comprese, appunto), sembra cancellare la possibilità di un opportuno discernimento caso per caso previsto dal n. 305 (e nota 351) di Amoris Laetitia. Possibilità evocata, invece, anche dal card. Shönborn in una recente intervista.

Grazie a questa dialettica ecclesiale constatiamo che, sotto la tavola dei figli legittimi, esiste un enorme fermento di vita cristiana; un tesoro di fede molto tenace, anzi testarda. Come operatori pastorali ci troviamo spesso davanti a persone con una sorprendente esperienza spirituale, abituate ad angusti sentieri di montagna e a passi di frontiera. Riconosciamo un senso profondo della dignità umana e cristiana, un amore ecclesiale provato e sofferto. Ma soprattutto una creatività e una intelligenza pastorale che lasciano a bocca aperta.

Una pastorale «con»

Davvero il confronto con l’atmosfera compassata della tavola dei figli «legittimi», con le posate d’argento, non tiene per niente. Solo l’irruenza viscerale della donna Cananea regge il paragone.

Centinaia di persone organizzate in più di trentacinque gruppi locali animati da giovani e adulti cristiani LGBT sparsi in tutta Italia; tre associazioni nazionali di credenti LGBT; una rete nazionale di genitori cristiani che si dichiarano genitori fortunati per avere figli con questo orientamento; un «Progetto giovani cristiani LGBT», anch’esso nazionale, che a suo tempo ha inviato il suo contributo al Sinodo dei giovani e che ora organizza ritiri e momenti di preghiera online che raccolgono un centinaio di persone. Da più di un anno la preghiera quotidiana delle lodi e della compieta online, come sostegno per il tempo della Pandemia. Itinerari per coppie omoaffettive, per crescere nell’amore e nella dedizione all’altro, nella fedeltà. Un servizio di ascolto spirituale e umano per giovani LGBT animato da loro stessi.

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Infine, ultima arrivata, una rete informale di un centinaio di operatori pastorali che, stupiti d’essere semplici spettatori di tanta grazia, uniscono la disponibilità all’accompagnamento con la necessità di un’adeguata formazione. Ciò che più meraviglia di questa abbondante creatività pastorale – prima di tutto laicale – è che finora si è nutrita solo di «briciole» ecclesiali: praticamente quasi nessun riconoscimento formale; una accoglienza condizionata e sospettosa nella vita pastorale e liturgica delle comunità cristiane; l’accusa che i gruppi di cristiani LGBT siano dei ghetti, ma senza offrire in alternativa una integrazione dignitosa nei gruppi parrocchiali.

Così appare evidente che non ha più senso parlare di pastorale «per» persone omosessuali: i veri soggetti di questa pastorale sono loro. E allora, pastorale «con» persone omosessuali; nell’attesa che la loro ricchezza possa confluire nella pastorale ordinaria di tutta la comunità. Chissà, forse la loro fede, la loro speranza e il loro amore, un giorno permetteranno a Dio di fare il miracolo.

La «nuova Galilea» dove il Risorto ci precede

Un’ultima considerazione, circa la questione di frontiera che questa pastorale rappresenta. Una interessante indicazione ci viene dallo studio di antropologia biblica condotto dalla Pontificia Commissione Biblica nel documento Che cos’è l’uomo (2018).

Nel commentare i testi biblici abitualmente citati per l’omosessualità (pp. 161-170), la Commissione Biblica afferma: «Va subito rilevato che la Bibbia non parla dell’inclinazione erotica verso una persona dello stesso sesso, ma solo degli atti omosessuali. E di questi tratta in pochi testi, diversi fra loro per genere letterario e importanza».

Dobbiamo quindi ammettere – come già accennato nel precedente articolo – che la Bibbia non parla e non conosce l’omosessualità per come oggi la intendiamo anche grazie alle scienze umane: cioè un orientamento affettivo di fondo nella persona, che ne tocca l’identità: i suoi pensieri, i suoi sentimenti, e le sue relazioni. Gli autori biblici e le loro culture conoscevano un solo «orientamento (etero)sessuale» direttamente ordinato al compimento di atti sessuali in vista della procreazione, oltre che all’affetto coniugale; per loro esistevano solo persone «eterosessuali».

Per questo motivo gli atti omosessuali venivano considerati come gravi depravazioni: contro la natura stessa della persona e dell’amore (etero)sessuale, e non ordinati al fine procreativo. Così, la Pontificia Commissione Biblica, nell’interpretare quei testi consiglia di evitare «di ripetere alla lettera ciò che porta con sé anche tratti culturali di quel tempo. Il contributo fornito dalle scienze umane, assieme alla riflessione di teologi e moralisti, sarà indispensabile per unadeguata esposizione della problematica, solo abbozzata in questo Documento».

Qualche pagina prima, la Commissione avvertiva: «Sappiamo che diverse affermazioni bibliche, in ambito cosmologico, biologico e sociologico, sono state via via ritenute sorpassate con il progressivo affermarsi delle scienze naturali e umane; analogamente – si deduce da parte di alcuni – una nuova e più adeguata comprensione della persona umana impone una radicale riserva sull’esclusiva valorizzazione dell’unione eterosessuale, a favore di unanaloga accoglienza della omosessualità e delle unioni omosessuali quale legittima e degna espressione dell’essere umano».

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Ovviamente la Commissione non fa sue queste ultime deduzioni di «alcuni», ma si permette semplicemente di riportarle. Ecco, questa a quanto pare è una vera frontiera che il Magistero si trova davanti. Non minore della questione che agli inizi della Chiesa ha minacciato la sua unità e la sua fedeltà al Vangelo di Gesù: l’integrazione dei popoli pagani nella Chiesa di Cristo senza dover pagare il dazio al giudaismo.

La Cananea, il Centurione, e non ultimo il pagano Cornelio, Pietro, Paolo e gli apostoli riuniti a Gerusalemme (cf. Atti degli Apostoli capp. 10 e 15) sono lì a ricordarci quella frontiera che con fatica – ma soprattutto con la grazia dello Spirito Santo – è stata attraversata. Sarà anche questa: la condizione delle persone con orientamento omosessuale nella comunità cristiana, una frontiera che il Signore vorrà far attraversare alla sua Chiesa senza più dazi doganali? Sarà questa la nuova «Galilea delle genti» – insieme a tante altre – dove il Risorto ci precede?

  • P. Pino Piva, gesuita, vive presso il Centro di spiritualità ignaziana «Villa San Giuseppe» di Bologna e si occupa di Esercizi spirituali, accompagnamento, e formazione. In questo ambito, anche di spiritualità dalle frontiere.
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4 Commenti

  1. Corrado e Michela Contini 20 aprile 2021
    • Giovanni Di Simone 21 aprile 2021
  2. Giovanni Di Simone 18 aprile 2021
  3. Marcello Matté 16 aprile 2021

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