Scrittura e Storia

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report bologna

Presentiamo il report della ricerca Sul rapporto con la Scrittura e la storia degli uomini svolta, tramite un questionario semi-strutturato, tra il clero e alcuni gruppi di laici di una diocesi italiana con una storia specifica. Il report è articolato in alcune note introduttive; in una rilettura delle risposte – ampiamente citate – fornite al questionario; e in una serie di brevi considerazioni finali.
Il report è pensato per una presentazione orale in ambito ecclesiale e credo vada letto con la delicatezza dovuta all’esposizione da parte degli intervistati (di cui si mantiene l’anonimato) di alcuni tratti e convinzioni della propria vita personale. Il lavoro, pur nella sua esiguità, potrebbe costituire un qualche suggerimento di metodo e un interessante spaccato “dal di dentro” di un tessuto ecclesiale e umano che forse andrebbe ascoltato con maggiore attenzione.

Si tratta di domande con quale funzione? Per “dare la parola” ossia per attivare una riflessione personale e collettiva; per raccogliere elementi significativi del vissuto e del pensato; domande aperte per permettere un possibile – e certo parziale – racconto di sé e della propria esperienza di credenti

Domande rivolte a chi? Presbiteri, laici/laiche del consiglio pastorale, di una parrocchia che ha fatto facoltativamente l’esercizio del questionario e diaconi.

Domande con quali risposte? Numerose (115 questionari circa, ma alcuni sono plurali/collettivi, quindi si tratta circa di un 20% delle possibili risposte) e varie (scritte e orali) con un emergente desiderio – almeno da parte di alcuni – di dirsi.

Metodo

Risposte lette come? Seguendo l’impostazione di fondo del questionario (domanda di apertura, pratiche del rapporto con la Scrittura, pratiche della conoscenza della storia/vita degli uomini, criteri di lettura teologico-spirituali di tale storia),[1] con alcune riletture complessive – secondo una metodologia già sperimentata[2] – che intendono evidenziare gli snodi, i vissuti profondi – quando emergono nelle tracce presenti nelle risposte – e le potenzialità spirituali ed ecclesiali.

Una nota ulteriore. Si è scelto di non porre questioni specifiche sulla situazione legata al virus per due motivi: per l’ampia riflessione già in corso; per la tesi – certo, da discutere – che l’epoca del virus sia stata, pur nella sua specificità, un tempo di accelerazione e intensificazione di fenomeni già in atto da tempo nella vita ecclesiale.

Rilettura complessiva delle risposte

La prima domanda aveva la funzione – indeterminata – di aprire la riflessione sul nesso esistente tra rapporto con la Scrittura, rapporto con se stessi (casa), rapporto con il ‘mondo’ nei suoi vari significati.

Emerge, in diversi casi, una soggettualità della Scrittura nella sua attualità, nella sua capacità di “lavorare in noi”, nei suoi molti ruoli di luogo di riposo, di stimolo, di consolazione, di attrazione, di interrogazione, di orientamento, di rimprovero, di “avversario con cui mettersi d’accordo lungo la strada”, nella sua corrispondenza profonda con la vita dell’uomo/donna e i tragitti della grande storia.

Si evidenzia la necessità di un rapporto dinamico con essa che coinvolge il credente e la comunità in un rapporto vivo, non magico, spesso difficile a livello della comprensione e al livello dell’attuazione esistenziale: “La Parola di Dio – si dice – è il punto fermo, il riferimento stabile, ed è vero; ma la Parola di Dio non è un manuale, che risponde a tutte le domande; la Parola di Dio è un cammino da compiere, è pane da spezzare ogni giorno, è il viaggio della lenta conversione, richiede un discernimento continuo, non basta citarla per risolvere la frammentazione della vita. So che devo ancora imparare ad ascoltarla”.

In tale quadro si inseriscono diverse riflessioni sul rapporto con il mondo che possono essere di complessiva accettazione cordiale[3], di senso di estraneità, di tensione, di assenza nelle nostre eucarestie di un rapporto riconoscibile tra parola e vita, di combattimento, di discernimento, di critica, di presenza nel mondo di maschere e tensioni sistemiche paurose (potere economico e distruzione ambientale). Almeno tre tratti vanno qui evidenziati:

La stratificazione del mondo: “[…] esistono “più mondi”, a mo’ di strati di lasagna (passami l’esempio culinario!). Un mondo naturale/fisico caratterizzato da questa fragilità e precarietà. Un mondo “relazionale”, in difficoltà per la necessità di rapporti sempre meno “empatici” e sempre più virtuali […]. Un mondo “ecclesiale”, dove percepiamo una sorta di mancanza d’aria, nelle proposte e nei cammini, nell’individuare i problemi nodali. In questo mondo/lasagna mi trova a “casa” …volentieri! Più per la lasagna che per il mondo”.

La fatica interpretativa e di collocazione esistenziale in relazione a un “cambio epocale della storia” con la manifestazione esplicitata di una certa disarmonia, di una tensione alla retrotopia (Z. Bauman), alla tentazione del “pensionismo”, alla nostalgia di un “contesto cristiano” che non c’è più, con una questione specifica legata alla vita dei presbiteri (che riemerge diverse volte): “Nel mondo provo a sentirmi a casa, pur avvertendo un distacco legato alla particolare vita del prete, spesso inglobata dal piccolo mondo della parrocchia e degli impegni pastorali “interni”. L’urgenza di una conversione missionaria mi spinge a sforzarmi di entrare in dialogo di più con il mondo”.

“Intuisco che ci possono, o che ci dovrebbero essere, altri modi più costruttivi di armonizzare il rapporto con il mondo e il rapporto con la Scrittura, ma attualmente la mia situazione interiore è questa […]”.

L’importanza di una prospettiva di vita e di osservazione dislocata altrove – in missione secondo termini teologici/ecclesiali – che a ben vedere disloca anche il rapporto con la Scrittura[4]: “Continuamente sono provocato dalla vita delle persone con cui condivido un pezzo di cammino qui in Africa, specialmente la realtà giovanile, così diversa da quella che ho vissuto io e che vivono i giovani di oggi in Italia. Vite senza prospettive, senza scelta, senza grandi orizzonti dal punto di vista umano; gente considerata di serie B dal nostro occidente, poco più che un numero; eppure vivendoci insieme scopro che il loro mondo interiore è incredibilmente ricco e grande, solo che non hanno gli stessi strumenti per esternarlo e farlo fruttare. Poi c’è la questione della Storia con la S maiuscola, che è nelle mani dell’occidente ricco e potente, che ha le redini dell’economia, della cultura globalizzata e del progresso unidirezionale; tutto questo sta travolgendo la vita, gli spazi, la cultura e i cuori di questi popoli e di questa gente, in una neocolonizzazione che mi preoccupa molto. Mi chiedo spesso come potrebbe avvenire un processo di autentico progresso materiale e spirituale non dico autonomo ma almeno originale e non allineato ai paradigmi dogmatici della società capitalista occidentale. A tutti i livelli: economico, politico, morale, umano, religioso, ecclesiale. A queste riflessioni mi interpellano le storie della gente con cui vivo ogni giorno”.

In merito alla seconda e alla terza domanda che avevano come focus le pratiche di lettura e quelle di ascolto personale e collettivo – modalità, gli atteggiamenti, lo stile, i contesti, i tempi, gli spazi, i metodi – intese come luoghi del quotidiano in cui la relazione con la parola della Scrittura si esprime e si nutre.

Emergono alcuni tratti di fondo con alcune differenze tra ministri e laici legate ad una diversa organizzazione del tempo e – forse – ad una diversa coloritura spirituale. Si tratta di una lettura fatta molto spesso la mattina – la mattina presto – in un contesto di preghiera e in alcuni casi di studio ed approfondimento. La maggioranza dei casi è personale ma a volte è familiare o comunitaria.

Per i presbiteri – a volte per i diaconi – vi è molto spazio di preparazione dell’omelia, talora i ministri manifestano che è il solo spazio di lettura effettiva e approfondita della parola accanto alla liturgia delle ore. La dimensione personale è, quindi, molto importante, ma si ricordano alcune pratiche comunitarie (incontri in parrocchia, nelle case (pochi), tra preti, in gruppi o associazione specifiche) e l’ampio ruolo giocato dalla liturgia domenicale.

In diversi questionari si descrive la lettura della Scrittura nel suo essere organizzata in elementi semplici: non raramente si ha una invocazione preliminare dello Spirito, la ricerca di un tempo/spazio di silenzio, spesso si predilige un rapporto con il testo che laddove è praticato risulta molto fecondo, si “cerca di non aggredire il testo, ma lasciarlo parlare”, con una attenzione alle parole che “colpiscono” o che disturbano, la sottolineatura delle parole chiave, la connessione tra AT e NT, il prendere appunti sui pensieri e i sentimenti suscitati, la ricerca di rimandi biblici interni, la lettura delle note, qualcuno usa dei commenti altri affermano di ricercare un rapporto con il testo sine glossa, alcuni usano le lingue bibliche o talora altre lingue, nei questionari si cita spesso il verbo sostare, memorizzare, interiorizzare.

Si rileva l’importanza crescente – a servizio esplicito dell’interiorizzazione – dei gruppi WhatsApp con testi e commenti, di Facebook e altre risorse online.

Si nominano vari metodi da cui si potrebbe, forse, ricostruire una storia recente della Chiesa di Bologna almeno negli ultimi 70 anni. Vi è la lectio divina in varie forme (più o meno strutturate), l’importanza certo della lettura liturgica quotidiana e domenicale, il metodo della lectio popolare di Alfa-omega, l’influente pratica della lectio continua “di Monteveglio” con l’importanza di un calendario di lettura quotidiana, i sussidi dell’Azione Cattolica, l’importanza – spesso sottolineata – di una lettura continua o semi continua per entrare in un discorso articolato e più completo.

Per il metodo/l’atmosfera della lectio ricorrono i nomi di Dossetti, Lercaro, Martini, Silvano Fausti e Franco Mosconi e gli ambienti dei Camaldolesi, di Sammartini e Boschi, qualche questionario fa riferimento al Rinnovamento nello Spirito, e alcuni descrivono lo stile del Prado (inteso come conoscere Gesù e appelli per la propria vita) e della revisione di vita con una interconnessione specifica tra lectio biblica e lectio della vita.

Connesso a questo si presenta un metodo misto: in taluni casi si legge la scrittura per capire la vita, in altri casi si legge la vita (più precisamente un fatto successo) e si torna alla scrittura.

Due visioni – contenute in testi di laici – mi sono parse particolarmente sintetiche e prospettiche nella loro semplicità: “negli ultimi anni utilizzo un metodo acquisito in occasione delle letture svolte in parrocchia: dopo una prima lettura del brano, mi soffermo sui passaggi o sulle parole che mi hanno colpito. Successivamente rileggo il testo e osservo qualche minuto di silenzio per far sedimentare quello che mi sembra di aver recepito. Da ultimo provo a capire se o come la lettura possa intercettare aspetti della mia vita personale, se e come possa ‘parlarmi’”. “Mi chiedo: cosa dice Dio di sé? Cosa dice Dio di me, a me? Cosa si è fatto più chiaro in me? Qual è il passo che Dio mi chiama a compiere?”.

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La comune storia umana

La quarta domanda che sposta il focus dalla Scrittura al rapporto con la storia umana – intesa in senso non solo biografico – ha evidenziato talora una certa astenia – per questioni di tempo, di preoccupazioni, di ritmi di vita, di disattenzione – dalla ricerca di notizie approfondite, anche se spesso si ha una attenzione – descritta come sufficiente – ai dinamismi generali storici attraverso alcuni giornali tra cui Avvenire e altre fonti (web e cartacee). Spesso si parla della fiducia nel dialogo con persone che conoscono davvero i singoli temi.

Emerge, in maniera auto-esplicitata, una non approfondita conoscenza della storia contemporanea e il sentimento più generale risulta quello di una “fatica di orientamento” e della “mancanza di riferimenti chiari”.

Ritornano in proposito le parole “discernimento”, “segni dei tempi”, “magistero della Chiesa”, molto raramente si trova la parola “profezia”. Una chiave di lettura importante è risultata la seguente (scritta a mano): “[…] cerco di cogliere alcune linee di crescita del regno: tutto ciò che fa crescere la democrazia, tutto ciò che va nell’ottica dello sviluppo sostenibile, tutto ciò che va nella direzione della pace, tutto ciò che va nell’ottica della comunione: si tratta di sostenere tutto questo e non incoraggiare ciò che ne allontana”.

La risposta alla quinta domanda riguardante le occasioni e le pratiche di incontro con le persone e la possibilità di un “dialogo non banale” ha mostrato alcuni elementi interessanti e talora differenzianti preti e laici. Si parla molto spesso del quotidiano: dell’orto, del parco, dell’autobus, della scuola, a volte degli amici del bar, del lavoro, del supermercato, dei genitori del catechismo, dei momenti della pastorale con i battesimi e i matrimoni, delle cucine popolari, dei poveri che chiedono e dei centri di ascolto, degli spazi umani della morte, della malattia e dell’anzianità con la rilevazione di un necessario e preliminare atteggiamento di spazio interiore: ”se non ho fretta e ascolto fa la differenza”.

In tale quado va (ri)segnalata una fatica specifica dei presbiteri – con alcune inquietudini a livello di identità/ruolo manifestate anche dai diaconi – ossia il fatto che “oggi sono molto meno le persone che si confidano con noi sacerdoti”; e ad alcuni tratti di fondo: “siamo stati educati ad amare il mondo allontanandosi da esso, è come se mi sentissi sempre un po’ fuori…”.

“Nel mondo faccio fatica a sentirmi a casa: fino a qualche anno fa, mi sentivo a casa nel mio ministero: piccola comunità ‘ruoli’ chiari (triste, ma è così). Oggi nel ministero sento che c’è qualcosa di potenzialmente bello e grande, ma non riesco a collocarmi con pace…non trovo il posto […] cioè non capisco come ci devo stare dentro a questo mondo”.

Le risposte alla sesta domanda sui criteri, sul come – leggere le storie personali, si sono mostrate particolarmente ricche di impulsi. Una prima serie di risposte è in relazione a un senso di spaesamento legato al non sapere in quale modo leggere questioni percepite come nuove, al non avere quindi una guida orientativa in questa difficile operazione, di nuovo alla tentazione dell’”utopia del passato”: “[…] sento di avere pochi strumenti” – in relazione a quello che viene descritto come uno “spappolamento emotivo-relazionale”.

La parola che più torna in quest’ambito è “difficile” in quanto le storie di vita che incontriamo sono una “sfida”, sono complesse e singolari, ma sono anche “luoghi indicativi di come va il mondo”.

Questo porta ad una seconda serie di risposte in cui si evidenzia piuttosto la caratteristica di partecipare ad un, vero e proprio, evento umano e spirituale – considerando “alcuni racconti di vita come vangelo” – che riconosciamo attraverso un vocabolario specifico e/o alcune espressioni: “stile di Gesù”, “non giudizio”, “grande tatto”, “prossimità”, “vedere con gli occhi e toccare con mano”, ”ridurre al minimo il giudizio”, ”bisogno di raccontarsi”, ”molte solitudini”, “ascoltare”, “affidare le storie, le vicende, le persone, a Dio nella preghiera”, “ospedale da campo”[5], “affinare lo sguardo”, “cercare Dio in ogni cosa”, “accurata lentezza”, “l’incontro con i grandi temi vita/morte, salute/malattia”.

Evento a cui si partecipa attraverso alcuni atteggiamenti che disposti in sequenza tratteggiano, di fatto, una sorta di metodo ed approccio:

a) la presa in carico di una non rara ricerca di significato ossia di chiavi di ri-lettura di quanto avviene a livello collettivo e personale: “[…] un elemento molto frequente che sento nelle storie che ascolto è una ricerca di un senso a ciò che stiamo vivendo”;

b) la necessità di un tratto delicato che non esaspera: “[…] credo con grande delicatezza, amore e senza nessun tipo di giudizio. Le vicende delle persone, la loro vita sono oggetti delicati e quindi nello stesso modo vanno letti e trattati”; “[…] non esasperare chi è in difficoltà”;

c) una necessaria maturazione e lavoro su di sé: “Non è una cosa facile. I primi tempi che ero prete mi preoccupavo molto dei problemi che mi venivano esposti e cercavo di trovare una soluzione. Ma mi rendevo conto che era praticamente impossibile trovare una soluzione, e se anche riuscivo a trovarla era sempre una soluzione adatta a me; cioè, come avrei fatto io al posto loro, ma loro difficilmente avrebbero potuto agire in quel modo. Mi sono reso conto, col tempo che, anche solo ascoltare pazientemente, porta un certo sollievo. Assicurare preghiere a tanti, non a tutti, porta molto conforto, è necessario, però, farle davvero. Solo se c’è un grande legame affettivo si può riuscire anche a leggere le vicende personali aiutando le persone a cogliere quello che il Signore vuole loro comunicare”.
“A volte il problema più grande penso che sia riuscire a comunicare in modo che chi parla riesca a fare capire in profondità a chi ascolta e viceversa. Questo complica tremendamente e richiede un grande lavoro su di sé, un allenamento alle virtù […]”;

d) con una “identificazione” rispettosa della differenza e del mistero delle persone: “Il criterio che ho imparato in questi anni è quello della misericordia, nella consapevolezza che l’altro rimane sempre un mistero, e che io non conosco proprio nulla di lui se non la superficie delle cose. Mi viene più facile giustificare e relativizzare gli sbagli e gli atteggiamenti negativi, pensando che in fondo in quella situazione storica ed esistenziale io potrei fare peggio”;

e) con uno sguardo contemplativo, profondo, non spiritualista [senza saltare o minimizzare le condizioni concrete e umane] e non affrettato, attento ai fenomeni: “[…] sentendoci come gli altri bisognosi di vivere la vita e di camminare nella vita insieme, interessati all’altro e alla sua storia come cosa che riguarda anche noi  stessi e …tutti ; cercando di capire”, anche col contributo dell’altro, i ‘processi’ in atto, in senso generale e nelle situazioni più particolari, con attenzione ai “valori” da cogliere e i ‘disvalori’ da cui prendere le distanze e con la ricerca di sintonizzarsi con altri cercatori di bene, anche non praticanti la Chiesa.  Più profondamente, con l’aiuto della preghiera, spero di poter contemplare l’azione dello Spirito Santo in persone e fatti e di scegliere il modo corretto di poter far conoscere Gesù a chi ancora non lo conosce”.
“Mi sembra che la domanda possa essere intesa in due modi: uno di metodo (come si fa a leggere le storie delle persone?) e uno di contenuto (cosa leggiamo nelle storie delle persone?). Tuttavia, le domande precedenti mi suggeriscono di intenderla nel senso di metodo. Pertanto credo che per leggere oggi le storie e le vicende delle persone in un modo rispettoso e reale sia necessario prima di tutto apprendere una capacità di ascolto vero; allenarsi ad accettare e a stare nella complessità e molteplicità della realtà contemporanea e dei vissuti delle persone; imparare a controllare quella tendenza ad atteggiamenti giudicanti che tanto ancora ci condiziona; coltivare quell’apertura della mente e del cuore che la psicologia chiama curiosità e che papa Francesco chiama sguardo contemplativo”;

f) con un atteggiamento di discernimento aperto e di accompagnamento: “[…] discernimento però provvisorio, bisognoso di integrarsi con quello di altri”. “La consuetudine con la Scrittura ci porta a cercare di comprendere le persone più che giudicarle; quindi accompagnarle”;

g) una questione umana, spirituale e pastorale oggi cruciale: “Un approccio spirituale che non tiene conto della storia personale del soggetto è destinato a fallire. Le persone oggi desiderano raccontarsi perché non comprendono i punti nevralgici del proprio vissuto e non conoscendoli non riescono ad integrarli nella loro [vita e] spiritualità. Per questo motivo molti percorsi rischiano di girare a vuoto e soprattutto non vengono compresi all’interno di uno sguardo di fede che vada oltre gli episodi in una ricomprensione che dia loro un significato nuovo e fecondo”.

Rilettura sintetica di alcuni elementi

In questo attraversamento riflessivo pare emerga una lacuna che segnala, a sua volta, un certo orizzonte spirituale: sembra mancare – o almeno si trova presente in pochissimi questionari – la spiritualità dell’inculturazione, quel movimento di dialogo e quindi di traduzione spirituale ed esistenziale del messaggio evangelico dentro una cultura altra.

Questa spiritualità si può intravvedere quando le vicende incontrate pongono in questione – e spesso dilatano – la nostra comprensione della Scrittura e della vita, suscitando interrogativi, ripensamenti e nuovi atteggiamenti. È abbastanza raro – ma non assente – il riferimento al molteplice ruolo che i segni del tempo/gli incontri con le persone possono avere: a) nel ridire in maniera comprensibile il vangelo nel nostro contesto; b) nell’invitare a un ripensamento delle mappe mentali e degli orizzonti interiori; c) nel costituire appelli ad una conversione personale e comunitaria. Potrebbe essere questa una direzione in cui lavorare nei prossimi tempi.

I questionari mostrano, nello stesso tempo, una diffusa ricchezza di pratiche di lettura biblica e della storia degli uomini, ossia una grande consapevolezza che la storia umana e le intermittenze del cuore per essere capite richiedono un surplus di umana attenzione e di apertura all’azione dello Spirito.

In alcuni casi si ha l’impressione di trovarsi davanti a nuclei – più o meno nascosti – di sapienza scaturiti da lunghi percorsi di maturazione umana e cristiana. La domanda – duplice – potrebbe essere quali sono gli atteggiamenti che hanno permesso tali maturazioni con lo sviluppo di spazi di ascolto e comprensione interiore e quali i blocchi – umani, spirituali e istituzionali – che ne impediscono lo sviluppo, il riconoscimento, la valorizzazione e una più ampia fioritura.

In tal senso la conclusione de Le città invisibili di Italo Calvino – pur segnata da un’atmosfera negativa – potrebbe contenere una preziosa e positiva indicazione di metodo spirituale: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Si tratta di un atteggiamento umano e spirituale, personale ed ecclesiale in cui con rischio – ossia esposizione all’inquietudine della storia e delle biografie -, attenzione e apprendimento continuo si cerca e si riconosce chi e che cosa è portatore del seme – e di processi di crescita – del regno di Dio dandogli spazio e possibilità di crescere.


[1] 1. Quanto ti senti a casa nel mondo e quanto nella Scrittura? 2. Puoi descrivere come e quando leggi la Scrittura? 3. Usi un metodo o un approccio particolare per la lettura della Bibbia? 4. In quale modo ti orienti nelle molte informazioni che descrivono la storia di oggi? 5. Quali le situazioni in cui ti succede di ascoltare le persone e le loro storie? 6. Come leggere oggi le storie e le vicende delle persone?

[2] F. Mandreoli – G. Cella (ed.), Viaggio intorno al mondo. Un’esperienza di ricerca tra fedi, appartenenze e identità in trasformazione, Zikkaron, Marzabotto 2019 e M. Giovannoni – F. Mandreoli, Sinodalità di una comunità parrocchiale e nuove ministerialità: rilettura biblica e lettura dell’esperienza di alcune comunità, in Orientamenti pastorali 7-8/2020, 64-75.

[3] “[…] sono contento di essere al mondo e di vivere in questo tempo, con gli uomini e le donne di questa epoca, nei luoghi in cui concretamente mi trovo”.

[4] “A Mapanda si legge la Scrittura comunitariamente: seguiamo la lectio continua secondo il calendario di Monteveglio. Nella messa una delle due letture liturgiche è sostituita dalla lettura corrente che facciamo in questa forma continuata, e l’omelia è partecipata. Questo comporta anche un tempo personale previo di meditazione di quel testo. Anche le persone che non possono essere a messa tutti i giorni (per esempio quelle che abitano in altri villaggi) sono invitate a leggere e meditare ogni giorno quella parola seguendo il calendario che viene distribuito. Mi pare sia una realtà molto bella e ricca di frutti, anche personalmente”.

[5] “[…] l’espressione ospedale da campo mi sembra che riassuma in modo intelligente tante problematiche di oggi..sono convinta che oggi interroghi molto di più chi ricerca sempre e comunque punti di incontro piuttosto della contrapposizione sterile, così apparentemente vincente in questi tempi”.

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