I vescovi belgi di nuovo sull’eutanasia

di: Maria Teresa Pontara Pederiva

In Belgio ad inizio mese di maggio aveva riacceso il dibattito sull’eutanasia per i pazienti psichiatrici la pubblicazione di nuove linee guida emanate dalle Opere della congregazione dei Fratelli della Carità di Gand secondo le quali non era più praticabile (se pur con molti distinguo), all’interno delle loro strutture di assistenza, un’opposizione totale alle richieste di eutanasia.
Un’affermazione che aveva creato sconcerto in Vaticano e a reagire negativamente era stato proprio il superiore generale a Roma, René Stockman – infermiere professionale psichiatrico con laurea in management medico a Louvain e vasta esperienza direttiva – in disaccordo con questa nuova politica portata avanti dalla rete delle strutture della sua congregazione (un istituto religioso al servizio delle persone più bisognose nel settore dell’istruzione e della sanità che si rifà alla spiritualità di san Vincenzo de’ Paoli fondato nel 1807 dal canonico Peter Joseph Triest nell’antica città belga e oggi presente in 30 paesi).

Dopo alcune settimane di riflessione i vescovi della Conferenza belga, guidati dall’arcivescovo di Malines-Bruxelles, cardinale Jozef De Kesel, hanno deciso di uscire il 22 maggio scorso con una dichiarazione pubblica di sole due pagine per riaffermare, con pacatezza, ma altrettanta chiarezza, la posizione della Chiesa cattolica sul tema (per la cronaca due giorni dopo, precisamente il 24 maggio, usciva invece una Lettera pastorale congiunta sull’applicazione dell’esortazione apostolica Amoris lætitia).

«Non abbandonare la persona che soffre»

Prima di affrontare l’argomento, i vescovi intendono ribadire il loro «profondo apprezzamento per la competenza e la cura di tante persone che garantiscono la presa in carico dei pazienti con gravi disturbi psichiatrici e a lungo termine», ma aggiungono subito: «Ci rendiamo conto di quanto possa essere difficile e delicata la cura nei confronti delle persone che si trovano in tali situazioni disperate».
Pertanto, continua la nota, è intenzione dei vescovi ribadire ciò che hanno già detto nei confronti dell’eutanasia: «non possiamo in alcun modo condividere la sua pratica rivolta ai pazienti psichiatrici che non sono in fase terminale».  Sono certi di condividere questo punto di vista con altri cittadini al di là dei tradizionali confini ideologici: «Questo non significa che noi intendiamo abbandonare a se stessa la persona sofferente. Ci rendiamo conto che la sofferenza psichica può essere enorme e che la persona si possa trovare totalmente disperata e priva di prospettive. Ma è proprio in questa situazione che dobbiamo farci prossimi e non abbandonarla». Il che, per i vescovi, vuol dire proporre anche adeguate cure palliative.

Ma questo non significa che i cristiani e i loro pastori non si pongano interrogativi sull’eutanasia, tutt’altro. Mentre è forte il dibattito nella società civile, occorre chiedersi: «Cos’è che ci rende umani? Cosa contribuisce a costruire una società umana? A che serve veramente il progresso?».
«Esiste un limite e un divieto che sono stati oggetto di applicazione per tanto tempo, fin dalle origini dell’umana convivenza. Se noi li intacchiamo, giungiamo diritti alla base stessa della nostra civiltà. Questo è il motivo per cui chiediamo a tutti la massima moderazione e invitiamo tutti quanti a continuare il dialogo su questi temi», concludono i vescovi del Belgio.
Per la cronaca, in Belgio dal 13 febbraio 2014 è stata estesa per legge la possibilità di chiedere l’eutanasia in caso di malattia terminale anche ai minori previo il parere di uno psicologo e il consenso scritto dei genitori. «Un atto di umanità» aveva commentato Philippe Mahoux, uno dei firmatari.

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