Egitto: la Passione e il viaggio

di: Lorenzo Prezzi
in Egitto un duplice e grave attentato

(Foto AP/Nariman El-Mofty)

La domenica delle Palme, che quest’anno ricorreva per tutte le confessioni cristiane il 9 aprile, ha registrato in Egitto un duplice e grave attentato alla minoranza cristiano-copta. Il primo a Tanta, il secondo ad Alessandria, dove presiedeva il rito il patriarca Tawadros II, rimasto incolume. 47 i morti (finora accertati), più di 100 i feriti.

Oltre a destabilizzare il governo di Abdel Fattah Al Sisi, gli attentati mirano a radicalizzare le istituzioni e il sentire musulmani e a imporre la volontà del califfato, Daesh, in ordine alla pulizia etnica e religiosa dei territori a maggioranza islamica. Tutto avviene a pochi giorni dal viaggio in Egitto di papa Francesco (28-29 aprile).

Una minoranza da distruggere

Il governo ha proclamato tre giorni di lutto, tre mesi di stato di emergenza, l’aumento della vigilanza di polizia e la rimozione dei responsabili dei corpi di sicurezza locali. Autorevole la reazione negativa dell’università cairota Al Azhar, uno dei maggiori riferimenti per l’islam sunnita. Non scontate anche le condanne provenienti dall’Arabia Saudita, dal Qatar, dalla Turchia, dagli Emirati Arabi. Tutti guardano alle basi di Daesh al Sinai, luogo di coltura dell’estremismo. Qui le minoranze cristiane conoscono da tempo violenze e migrazioni obbligate.

All’Angelus, papa Francesco ha così commentato: «Preghiamo per le vittime dell’attentato compiuto purtroppo oggi, questa mattina, al Cairo, in una chiesa copta. Al mio caro fratello, sua santità papa Tawadros II, alla Chiesa copta e a tutta la cara nazione egiziana esprimo il mio profondo cordoglio, prego per i defunti e per i feriti, sono vicino ai familiari e all’intera comunità».

In questi ultimi anni sono decine le violenze personali, di gruppo e delle istituzioni contro la minoranza copta, la più consistente delle minoranze cristiane nel Medio Oriente e nell’Africa del Nord: il 10% dei 92 milioni di abitanti.

Uno dei maggiori esperti delle mutazioni nel cristianesimo contemporaneo, Philip Jenkins, così commenta l’intento di Daesh: «Mirano a creare una rivoluzione; e, attaccando le chiese copte, ad avere molti vantaggi per sé. L’obiettivo degli islamisti è quello di distruggere la comunità copta, proprio com’è avvenuto per i cristiani in Iraq. Ciò significa far andar via o uccidere circa otto milioni di credenti cristiani».

Nel mirino dei fondamentalisti non c’è tanto papa Francesco, anche se il Vaticano è compreso nella mappa dei possibili attentati in Europa. Lo vedono, tuttavia «come un simbolo di propaganda prezioso per le idee “crociate” occidentali. Quando lui arriverà in Egitto, saranno certamente lanciati attacchi contro altre Chiese cristiane, in Egitto come in altre parti del Medio Oriente, e probabilmente, anche in Europa. Sarà un momento molto pericoloso» (Repubblica, 10 aprile).

La spinta all’identitarismo islamico e alla sua radicalizzazione è avvertibile a partire dalla presidenza Sadat degli anni ’70, che segue a quella di Nasser e attraverso il lungo “regno” di Mubarak, del successore “eletto e islamista” Morsi, fino all’attuale, Al Sisi.

Dopo l’umiliazione subita nel 1967 con la guerra dei «sei giorni» fra Israele e i paesi vicini, negli anni ’90 si evidenziano due tendenze pericolose. Da un lato la guerra balcanica e le violenze serbe-ortodosse contro le minoranze islamiche bosniache alimentano una coscienza “di minoranza” di un islam che si sente gravemente minacciato; dall’altro, le aggressioni di cui sono vittime i copti. Esse non provengono più solo dagli estremisti islamici, ma dalla popolazione locale. Oggetti del contendere soprattutto i luoghi di culto e i matrimoni interreligiosi.

I processi di “comunitarizzazione” della società allontano progressivamente le comunità religiose, con un impercettibile e progressivo distinguersi delle comunità l’una dall’altra, «dove ognuno si ripiega su se stesso, guarda le proprie reti televisive, frequenta le proprie occasioni sociali, senza più volersi mischiare con l’altro, fonte di inquietudine e di minaccia» (Aa.Vv., Il libro nero della condizione dei cristiani nel mondo, Milano 2014, p. 170). «La recrudescenza delle violenze è soltanto l’indice più spettacolare della segregazione comunitaria e delle diffidenza, perfino dell’odio, che oggi caratterizza le relazioni tra copti e musulmani. Negli ultimi quattro decenni, il chiudersi degli spazi privati a chi pratica l’altra religione segnala l’enorme degrado dei rapporti tra i due gruppi. A qualsiasi classe sociale appartengano, salvo poche eccezioni, cristiani e musulmani in Egitto non si fanno più vicendevolmente visita» (p. 185).

Una comunità vivace

Una spinta che la comunità copta subisce più che promuovere, estranea ad ogni tradizione di crociata e consapevole di una crescente esposizione e fragilità. C’è stato contestualmente un risveglio della Chiesa, grazie alla figura e all’opera del papa Shenuda III che ha retto la sua Chiesa dal 1971 al 2012. Nel suo lungo servizio ha sviluppato in particolare la vita monastica che è diventata il perno della formazione del popolo copto.

Attorno alla vita ecclesiale si è progressivamente concentrata anche la vita civile dei cristiani facendo forza su un precedente livello di studi di buon profilo. Senza toccare il deposito dogmatico e liturgico, si sono rinnovate le strutture, consolidando l’identità confessionale e facendo diventare la voce del patriarca il riferimento unico della comunità.

Quando i nuovi poteri hanno precluso ai copti lo spazio del funzionariato statuale, si è molto estesa l’area degli impegni professionali e delle iniziative commerciali e industriali. La rivoluzione del 2011 (una delle «primavere arabe») ha coinvolto i giovani, anche cristiani, ma non più di tanto la gerarchia, timorosa di un peggioramento, che poi si è verificato.

Il processo di islamizzazione e di identitarismo ha dato una nuova collocazione anche alla numerosa diaspora copta. Per difendere la comunità in Egitto ha elaborato una lettura storica che enfatizza la presenza originale dei copti e censura i secoli successivi. Sarebbero loro i veri egiziani, mentre i musulmani appartengono ai successivi invasori. Posizioni che non facilitano il compito alla Chiesa locale.

Tutti segnali che confermano, comunque, la vivacità della comunità. Le caratteristiche della sua teologia si possono così riassumere: «biblica, in quanto riferita principalmente alla Scrittura, come base, centro e fine di ogni questione; tradizionale e patristica, poiché il riferimento alla tradizione orale e agli scritti dei grandi dottori, citati in serie, costituisce la migliore spiegazione della dottrina della fede; liturgica, dato che il culto e le celebrazioni, unendo parole e riti, esprimono la fede unanimemente creduta; spirituale e morale, in quanto la speculazione è finalizzata alla pratica nella vita» (P.G. Gianazza, Teologia orientale, EDB, Bologna 2017, p. 75-76).

Non cedere al populismo

L’Egitto entra nella costatazione dell’impressionante crescita delle persecuzioni (cf. Settimananews, “Le persecuzioni e gli attori”). Dentro l’alveo del fondamentalismo islamico che alimenta, per contrapposti interessi, le istituzioni e le società civili. In particolare, il Daesh persegue un iper-estremismo religioso, una cultura di morte con intento genocidario. Gli attacchi suicidi si affiancano a forme cruente di esecuzione e di umiliazione. Il suo obiettivo fondamentale è arrivare alla completa eliminazione delle comunità cristiane (e delle altre minoritarie) attraverso processi di esodo di massa. Un’ipotesi assai lontana dalla realtà, soprattutto per una comunità così numerosa come quella copta.

La conferma del prossimo viaggio di papa Francesco costituisce un incoraggiamento per i cristiani d’Egitto e consolida gli orientamenti dialogici della Chiesa cattolica: no allo “scontro di civiltà”, aiuto per tutti i cristiani e per tutte le fedi sottoposte a persecuzione, nessuna condivisione per un “martirio” distruttivo e omicida.

La stessa denuncia della persecuzione può diventare ideologica e alimentare l’indistinta paura dell’Occidente verso l’islam, confermando in questo modo le correnti più violente dell’islam. Per questo è importante non cedere alle pulsioni populiste, sostenere i momenti di incontro e le istanze islamiche riformiste e non rifugiarsi in una laicismo intransigente.

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