Se l’algoritmo prende il potere

di: Domenico Rosati

Far funzionare la politica come funziona una lavatrice: metti dentro i panni, il sapone, se vuoi l’ammorbidente, poi spingi un bottone e quella fa tutto da sola. L’episodio del sindaco di Parma, incolpato per non aver informato lo “staff” del suo partito di essere oggetto di un’indagine giudiziaria, ha riportato in primo piano il tema della disciplina interna dei gruppi politici e dei modi e degli strumenti per garantirla. È stato allora che all’ormai unico “garante” del movimento, Beppe Grillo, è sfuggita una battuta-rivelazione: stiamo lavorando – ha detto più o meno – attorno ad un algoritmo che permette di espellere automaticamente chi non rispetta i principi del movimento. E così l’algoritmo è entrato di prepotenza nel cuore della polemica politica e con esso una batteria di questioni collegate che è giusto non trascurare.

Algoritmo: il concetto che esprime è di quelli a fisarmonica. Può riguardare, la definizione delle istruzioni che regolano il funzionamento di una macchina, come appunto un elettrodomestico, oppure la sequenza dei “comandi” da impartire ad un essere umano mediante appositi dispositivi per conseguire determinati risultati.

Le incognite del “binario”

Il più noto di questi strumenti si chiama computer e ha la straordinaria capacità di darti l’impressione di essere onnipotente mentre in realtà stai eseguendo le procedute codificate nel sistema operativo. Il quale, bisogna saperlo, “ragiona” in base a un criterio semplificato, detto “binario” perché per ogni quesito prevede solo due risposte: si o no, mi-piace o non-mi-piace; like-dislike. Anche i problemi più complessi vengono cosi ridotti ad un limitato numero di questioni semplici, da prendere in esame senza poter includere variazioni alla catena del programma stabilito.

A dire il vero l’uso degli algoritmi può anche servire a complicare i problemi. Basti pensare alla temibile moltiplicazione ostruzionistica degli emendamenti realizzata dal senatore Calderoli nel dibattito sulle riforme costituzionali, peraltro sventata con l’intervento di un provvidenziale algoritmo antagonista. Ma questo è folklore.

È corretto invece apprezzare l’utilità di servizi innovativi e migliorativi delle condizioni di vita e di lavoro. E ciò anche se non mancano segnali di allarme per qualche dilatazione di prospettiva, come nel caso di quella rete di vendite online che pare sia in grado di intercettare il tuo desiderio di possedere un determinato oggetto prima ancora che tu lo manifesti. O di quell’altra agenzia di servizi che afferma di possedere «un algoritmo che spiega il mercato» e così si colloca al centro del potere.

La “lavatrice” di Grillo

Ma torniamo alla lavatrice che pare l’accostamento più pertinente se si tratta di “lavare i panni” nella famiglia di un gruppo politico. Quello che declama una programmatica propensione per la purezza e trasparenza dei comportamenti e si esercita con impegno nel censurare e allontanare i trasgressori del codice comune. Qui non fa problema l’intenzione, che può essere lodata, ma la scelta dello strumento matematico applicato a comportamenti umani, quelli politici, che per loro natura sembrano poco adatti a una valutazione “binaria” quale è quella che propone l’informatica. Perché il passaggio dal controllo delle macchine al controllo delle persone non può essere indolore.

Viene fatto di pensare ai faticosi itinerari seguiti in passato per affrontare (e sanzionare) gli scostamenti di un singolo o di un gruppo dalla linea generale del partito. L’esempio più significativo resta quello della travagliata “radiazione” dal PCI del gruppo del Manifesto, anni Settanta. Ma anche in settori meno propensi ai rigori della disciplina non mancavano adeguate misure di prevenzione e di (vellutata) repressione.

Ai neoeletti veniva infatti richiesto l’impegno a dimettersi dal Parlamento in caso di uscita dal gruppo di appartenenza, una soluzione invero assai poco frequentata. Ma c’era anche uno strumento – il fascicolo personale – che consentiva di valutare concretamente l’operato del parlamentare ai fini della sua riconferma o meno nelle liste elettorali. Qui però funzionava una flessibilità di giudizio che sconfinava nella discrezionalità. A volte accadeva infatti che il “fascicolo” illustrasse un’attività da 10 e lode, mentre la ragion politica non offriva sempre un’adeguata ricollocazione elettorale. Non ti toglievano la candidatura, ti mandavano... in partibus infidelium.

Ma a quei tempi, però, gli algoritmi in circolazione non inducevano alla tentazione di automatizzare la politica attraverso una formula matematica che, alla fine, faccia anche a meno della telefonata di consolazione. “Sei fuori” e basta; come nell’Isola dei famosi o altre performance televisive.

Politica e umanità

Il caso riguarda Grillo ed i suoi; ed è auspicabile che una riflessione non sommaria li induca a rivalutare il criterio paritario – uno vale uno – e quello partecipativo – le consultazioni online per quanto discutibili – come i connotati su cui il “grillismo” è nato e si è affermato. Il contrario cioè – nelle enunciazioni – di una caserma con soldatini tanto obbedienti quanto politicamente sterili.

Ma riguarda anche l’insieme delle agenzie politiche e il loro modo di porsi. Pare che in termini culturali il sistema binario abbia assunto il comando delle operazioni. La regola dell’aut-aut ha soppiantato quella dell’et-et. Ogni questione è condensata in un dilemma: tertium non datur. In questo scenario il futuro dell’algoritmo risolutore sembra assicurato; e con ambizioni di sistema che non lasciano tranquilli. Non si umanizza la vita se si imbarbarisce la politica. Meglio saperlo.

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