Sanità e campagna elettorale

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Nella campagna elettorale in corso i temi del diritto alla salute e delle risposte da dare alle grandi difficoltà in cui si dibatte il Servizio sanitario nazionale (SSN) non stanno risultando affatto centrali: la Salute compare piuttosto – e marginalmente – fra le questioni da ridefinire con l’Europa e a proposito dei rapporti Stato-Regioni-Comuni.

Il rapporto tra Stato e Regioni – dopo la riforma del Titolo V° della Costituzione del 2001 per effetto della quale la Sanità è divenuta materia concorrente – è strategico in quanto investe gli assetti del SSN. Il confronto tra le formazioni politiche è focalizzato su quanto il regionalismo possa o debba essere differenziato, ossia su quanta e quale autonomia vada attribuita alle singole Regioni, in fatto di Sanità, ma non solo.

Cosa dicono i partiti

I partiti della coalizione di centro-destra  – Forza Italia, Fratelli d’Italia, Lega per Salvini premier e Noi moderati) – sostanzialmente propongono di portare a completamento il percorso per l’autonomia iniziato con la Riforma del 2001, mentre Partito democratico, Italia democratica e progressista ritengono che ulteriori poteri possano essere riconosciuti alle Regioni solo dopo la definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni riguardanti i diritti sanitari e sociali, da garantire – in maniera omogenea – su tutto il territorio nazionale.

Il Movimento 5 Stelle è per una radicale rivisitazione del Titolo V°, mentre per un’autonomia – da subito – si dichiara Italexit. Alleanza Verdi-Sinistra italiana e Unione Popolare si schierano decisamente contro il progetto di autonomia, in particolare perché allargherebbe il divario tra le Regioni ricche e povere. penalizzando in particolare il Sud.

Quanto all’integrazione tra sanità pubblica e privata e quindi alla libera professione medica, Azione – Italia Viva propongono di migliorare il funzionamento della Sanità regolamentando le convenzioni col privato. Unione popolare con De Magistris propone, altrimenti, l’eliminazione tout-court delle prestazioni in intramoenia, ossia delle prestazioni in regime di libera professione privata dentro le mura pubbliche.

La società civile, da tempo – con le sue molte associazioni, centri di ricerca, sindacati generali e degli operatori della salute – ha continuato a sfornare studi e ad elaborare proposte utili a far uscire il SSN dalle emergenze in cui si dibatte, in primo luogo con una riforma – ritenuta urgentissima – delle cure primarie, senza peraltro incontrare un adeguato ascolto.

Tra le molte emergenze

La politica nazionale è evidentemente soverchiata – ora – dalle sfide della tragica guerra in corso ai confini dell’Europa Occidentale e dall’allarme per i costi dell’energia. Eppure, non siamo ancora del tutto usciti dalla pandemia da Covid-19 che ha fatto, nella sola Italia, decine di migliaia di morti, isolato i pazienti nelle loro case, impedito le relazioni sociali e interpersonali, stressato operatori sanitari e cittadini tutti.

La pandemia ha testato in modo impietoso la capacità di tenuta del Servizio Sanitario Nazionale.  Alla fine, si è aggiunta una pesante estate: siccitosa e rovente. La salute è ancora a dura prova.

Per la loro parte le Università – in specie Scuole di specializzazione post-laurea e il sistema della formazione delle professioni sanitarie non mediche – hanno mostrato il grande limite di non aver saputo garantire un numero sufficiente di medici specialisti e, soprattutto, di infermieri: tutto questo quale frutto dell’abbandono del metodo della programmazione e di un operoso raccordo fra Formazione e SSN.

Sanità: una realtà complessa

Nel susseguirsi dei tanti eventi violenti e luttuosi che ci hanno lasciati storditi, la politica sta aggiungendo gravi elementi di preoccupazione, improvvisando una campagna elettorale estiva – centrata sull’oggi e neppure sul domani – inedita per i ritmi della democrazia italiana.

Ora tutte le liste dei candidati al voto del 25 settembre, genericamente, dichiarano di voler incrementare le risorse per piani straordinari di assunzione e, magari, per nuovi contratti collettivi di lavoro.

Ma non basta così poco: occorre una maggiore applicazione, una maggiore conoscenza e intelligenza delle cose.

Cito, ad esempio, la questione della mancata definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni sociali (LEPS): oggi, a sostegno di chi soffre di una disabilità con perdita dell’autonomia, per la vita quotidiana è disponibile l’indennità di accompagnamento, ma i servizi locali alla persona sono pressoché inesistenti e per questo la gran parte delle persone non-autosufficienti finisce nel circuito delle Residenze (RSA) o nell’isolamento domiciliare, solo aiutate dalle cosiddette badanti, per lo più straniere.

Da 15 anni si attende una legge per la non-autosufficienza, una condizione che riguarda milioni di persone (quasi tre milioni fra gli ultrasettantacinquenni e il 25% degli ultrasessantacinquenni). Ricordo che la popolazione anziana, insieme a minori e adolescenti, è quella che ha pagato il prezzo più alto della pandemia per numero dei morti e costi dell’isolamento sociale.

La non-autosufficienza ha molte cause e pretende risposte integrate fra interventi sanitari, sociosanitari, assistenziali, in un assetto dei servizi locali a forte radicamento domiciliare. La Commissione Paglia al riguardo ha sottolineato come il (re)inserimento sociale e l’efficacia della riabilitazione dipendano dalla costruzione di una medicina di prossimità, dalla qualità della presa in carico, dalla personalizzazione delle risposte.

Una politica senza pensiero

Qui è decisiva la qualità della formazione delle équipes multiprofessionali chiamate a operare nei domicili e nei territori. È vero che c’è il PNRR a prevedere le Case di Comunità tra le case della gente, ma queste non possono essere ridotte ad una grande operazione immobiliare.

Marco Geddes – già vice-Presidente del Consiglio Superiore di Sanità -, in un suo recente desolato commento, afferma che in assenza di un adeguato progetto per il futuro della sanità pubblica, nei diversi programmi elettorali si registra soprattutto l’assenza di pensiero.

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