E venne l’Italia dei 4 governi

di: Domenico Rosati

Quanti governi ha l’Italia? Superato il capo dei “cento giorni” dalla sua costituzione, l’esecutivo nominalmente intestato al prof. Conte presenta variazioni di numero da due a quattro.

I primi due governi, come da descrizione di Matteo Feltri su Il Fatto quotidiano del 15 settembre, sono facilmente identificabili. Il primo è «pacato, europeista, rispettoso delle regole europee» e ne fanno parte lo stesso Presidente del consiglio e i ministri degli Esteri (Moavero Milanesi) e dell’economia (Tria).

Il secondo è «confuso, aggressivo, attento ai tg e ai sondaggi, più che ai risultati». Ne fanno parte i due grandi contraenti dell’impresa (contratto) su cui il governo si regge, che fanno capo rispettivamente al M5Stelle di Luigi Di Maio e alla Lega di Matteo Salvini.

Sintesi di sopravvivenza

Se si considera però che tra M5S e Lega esiste un contrasto permanente sui principali temi dell’azione politica, viene logico considerare questa frazione di governo non come un’entità univoca ma come un doppio fattore di tensione.

Ne consegue che il “quarto governo” altro non sarebbe che la “sintesi di sopravvivenza” dei soggetti indicati, la risultante cioè dei molteplici attriti e scontri che caratterizzano la coabitazione contrattuale in cui sono (si sono) costretti. Dando vita – è il caso di notarlo – ad una situazione che davvero non ha precedenti nella storia della repubblica italiana.

Episodi di convergenza tra forze politiche diverse non sono mancati nella trascorsa esperienza repubblicana. E che si trattasse di soggetti radicalmente diversi era sottolineato dalle stesse formule descrittive adoperate, come quella esemplare delle “convergenze parallele”.

Che fu inventata da Moro o da Fanfani o da Andreotti per descrivere una situazione in cui soggetti politici diversi (nel caso la Dc e il PSI) non mutavano di una virgola la propria identità nel momento stesso in cui si ritrovavano su un insieme di misure operative assunte come comune programma di governo.

Una formula preservativa

In realtà, quella formula era stata coniata per… salvare l’anima, e l’ideologia, di quelle due grandi tradizioni della politica italiana, in modo da rassicurare quanti, all’interno di ognuna, rivendicavano ortodossia e rigore; e ciò mentre nella sostanza si consumava un compromesso che avrebbe inevitabilmente alterato i loro connotati fondamentali su punti qualificanti delle rispettive piattaforme.

Tanto che, finché le coalizioni reggevano, uno sforzo comune era compiuto da tutti per mostrare coerenza con le scelte pattuite sulle materie oggetto dell’intesa. Che anzi – l’intesa – si cercava di rafforzare durante lo svolgimento dell’azione governativa attraverso la redazione parlamentare di un programma di sviluppo economico e sociale in cui realizzare una sintesi tra le differenti visioni.

In verità, il “partito del centrosinistra” di cui parlavano i critici non riuscì a decollare e il grande volume del “programma quinquennale”, approvato addirittura con procedura parlamentare, capitolo per capitolo, e poi con voto finale, non venne mai attuato se non per brandelli. Ma restò come il rudere di un’alleanza che tentava di stabilizzarsi mentre si abituava a lavorare insieme.

Niente di tutto questo si percepisce nella situazione attuale. Le due forze firmatarie del contratto fanno capo ai due rispettivi leaders nella gestione dei rispettivi ministeri. I due vicepresidenti assumono così la figura di sovraintendenti ad una gamma di competenze più vaste di quelle loro assegnate dalla legge; ed esercitano tale ruolo politico con grande intraprendenza ed energia.

La logica del “comando”

Si chiama “comando”; e come comando viene inteso l’esercizio del potere. Senza badare se una decisione presa in un punto del sistema ostacola o paralizza una coerenza altrimenti assegnata. Se, ad esempio, il divieto di attracco in un porto italiano, imposto ad una nave italiana carica di profughi e contraddetto dal permesso accordato da un altro ministro; o se la decisione di dare con un decreto soluzione rapida alle operazioni di ricostruzione necessarie a Genova è paralizzata dalla formula «approvato salvo intese» che, nel linguaggio degli addetti, altro non significa se non «in attesa delle intese necessarie per l’approvazione».

Escogitazioni e trucchi ben conosciuti nella prassi di tutte le repubbliche precedenti. Nel senso che la terza repubblica, tante volte proclamata, è ancora ben lontana da una conformazione plausibile. Mentre è ben visibile il soffocamento politico del Presidente del Consiglio del quale si è giunti ironicamente a sostenere che il suo ruolo è quello di… rappresentare il (un) vicepresidente in caso di impedimento.

Riflessi europei

Tutto questo non sembra aver avuto riflessi significativi a livello nazionale, dove i meccanismi dell’informazione sembrano essersi adattati al corso delle cose.

Al contrario, ha provocato riflessi interessanti a scala internazionale dove Mario Draghi ha introdotto la distinzione tra governo(i) delle parole e governo dei fatti, per tali intendendo le misure da adottarsi, secondo le regole, con i provvedimenti economici dell’autunno.

Dove si può leggere una legittimazione riservata alle posizioni formali espresse dai soggetti abilitati (Conte, Moavero e Tria) con la conseguente conclusione che il vociare degli altri non è preso in considerazione nel contesto europeo che decide.

In proposito è da rilevare il carattere decisamente nervoso di alcune delle reazioni dei protagonisti italiani, sia con riguardo a Draghi sia con riguardo ad alcuni Commissari di Bruxelles: sfogatevi pure adesso perché tanto, tra qualche mese, il voto dei popoli europei vi spazzerà via.

Con una variante incerta (Di Maio) su quel che accadrà davvero dopo il voto europeo del maggio 2019 e una variante sicura (Salvini) sul fatto che le nuova Europa avrà la guida dell’ungherese Orban, il leader censurato per il suo disprezzo per lo stato di diritto ma tenuto in piedi da un sistema di convenienze politiche.

Si scolla il contratto…

Quanto potrà durare la situazione descritta in queste note? Quali fattori potranno sbloccarla? Tutti concordano sul fatto che la necessità di restringere il capitolo della spesa nella legge prossima finanziaria introdurrà nel contesto l’elemento delusione, fin qui sconosciuto. E non è improbabile che dall’interno del “contratto” si cominci a chieder conto ai responsabili dello scarto tra il promesso e il mantenibile.

Ma non è certo né che un movimento di dissenso possa scuotere la maggioranza (il collante del potere può risultare più tenace) né il suo eventuale manifestarsi possa risultare efficace.

Sotto tale profilo sarà importante verificare il comportamento dell’unica forza di opposizione che presumibilmente sarà in campo per l’autunno, il PD. L’altra agenzia di potenziale opposizione, cioè Forza Italia, sembra atteggiata infatti in una postura accomodante secondo un costume che tiene conto, prioritariamente, degli interessi della famiglia nel campo delle telecomunicazioni.

Ma il PD è ancora sommerso dai suoi problemi interni in attesa di affrontare i quali non riesce a configurare per se stesso un ruolo plausibile di opposizione, che non si risolva nel “no” generalizzato, che è presunto, ma riesca ad articolare un attacco ragionato alle contraddizioni dell’avversario. I numeri, al riguardo, non sono un ostacolo.

Diceva Craxi che «col 10% si fanno miracoli». Ora nessuno chiede miracoli al Pd, che pure ha il 18% dei consensi.

Basta solo ricordare che in politica non è peccato mortale il lavorare con intensità per far esplodere, se non i contrasti latenti, almeno quelli espliciti nel bipartito di governo o tra gli spezzoni di schieramento di cui in queste note abbiamo decritto la pretesa di essere governo.

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Un commento

  1. Nino 19 settembre 2018

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