Vescovi in Francia: Bastiglia, Vangelo e politica

di: Lorenzo Prezzi

Ritrovare il senso della politica: è il titolo di un corposo testo del Consiglio permanente dei vescovi francesi, pubblicato il 13 ottobre. Perché i pastori tornano sul tema dopo aver preso posizione nel giugno scorso? Perché i media francesi hanno “scoperto” la qualità delle riflessioni proposte? Perché potrebbe interessare anche noi?

La tesi di fondo è quella dell’urgente rinnovamento del patto sociale (il «contratto sociale» di Rousseau), che è a fondamento della politica intesa come l’arte di vivere assieme. Prima dell’amministrazione, prima delle leggi, prima delle regole di rappresentanza, prima del governo vi è l’ethos collettivo che plasma una coscienza civile, disponibile a un progetto di civiltà. «Non possiamo lasciare che il nostro paese veda il rischio di affondare definitivamente il suo fondamento con tutte le conseguenze che una società divisa può conoscere. È un lavoro di rifondazione quello che, insieme, ci attende». Il politico è prima della e delle politiche.

Ritrovare il «noi»

Non è soltanto questione di un crisi di fiducia verso il personale politico, che non sempre è giustificata. La questione seria è attestare un “noi” che va oltre le particolarità e definisce le condizioni della vita sociale. È difficile pensare all’unità nazionale davanti al sistematico privilegio concesso allo scontro rispetto al dialogo. In questo sollecitati negativamente dai media. Già nel testo del giugno scorso i vescovi avevano detto: «Il gioco mediatico che valorizza in forma eccessiva la polemica e la denuncia, focalizza l’attenzione generale sui conflitti fra persone e fra ambizioni particolari, ignorando le convinzioni e le argomentazioni. Mostra i progetti e i candidati come all’interno di un gioco di ruolo nel quale le sfide diventano pretesti. Non favorisce il confronto pacato, ma sviluppando la violenza verbale contribuisce ad alimentare una sorta di isteria della vita pubblica».

Vi sono tendenze culturali e istituzionali che penalizzano il “noi”. Fra queste la giuridicizzazione crescente della società, la pretesa di regolare per legge tutte le forme della vita sociale, senza curarsi del “patto” che le fonda e le lega e che si esprime nella gratuità, nella creatività e nello scambio. L’egemonia dell’economia finanziaria che penalizza le responsabilità sociali delle aziende impedisce il dinamismo delle iniziative di solidarietà. «Il contratto sociale, il contratto repubblicano a fondamento del vivere insieme sul suolo del territorio nazionale non sembra andare da sé». «Ha bisogno di essere rinnovato, ritessuto, riaffermato. Ha necessità di essere ridefinito».

Identità nazionale: armatura o cantiere

I francesi temono un declassamento del loro livello di vita e alimentano il sospetto verso uno stato-provvidenza che non è più in grado di mantenere le sue promesse. Cresce il senso di ingiustizia e il timore della disoccupazione. Se si aggiungono gli elementi preoccupanti a livello mondiale (migrazioni, trasformazioni climatiche, fondamentalismo islamico) si capisce che molti si sentano fuori o si stiano sfilando dall’appartenenza civile. «I valori repubblicani di libertà, uguaglianza e fraternità, citati spesso in forma enfatica, suonano vuoti per molti dei nostri contemporanei». Sono esplose le differenze etniche, culturali e identitarie, favorite dai processi di globalizzazione. Riemerge il comunitarismo, in particolare sul fronte e contro l’islam locale. Riappare la domanda di identità nazionale che assume la forma di un’armatura piuttosto di quella di un cantiere. La consapevolezza del passato non esime dal compito di costruire l’identità del futuro.

Essa non nasce dalla pura somma degli interessi giustapposti. Ha a che vedere con il senso del vivere assieme, con l’articolazione di ciò che compete al singolo e ciò che compete al “noi”. Non si sta assieme solo per via amministrativa, senza una visione e senza alimentare le virtù civili. È il caso dell’unificazione europea. «C’è il rischio di dimenticare che la costruzione europea non solo ha permesso la pace in regioni a lungo devastate da guerre reiterate, ma soprattutto ha costituito un’apertura, un arricchimento reciproco per la libera circolazione delle persone, dei beni e delle idee». «Una nazione non può rispondere da sola alle sfide e un progetto europeo ripensato può e deve permettere il rispetto e l’espressione delle identità nazionali e regionali». Esso è necessario. Senza un’Europa forte non ci sarà avvenire. E, più radicalmente, senza valori etici forti i poveri verranno emarginati e sarà il fallimento.

La perversione della parola nella menzogna, nella corruzione, nelle promesse non mantenute ha pesanti ricadute sul terreno sociale. Senza la fiducia nella parola le visioni antropologiche diverse non troveranno composizione, oltre ai necessari compromessi dell’immediato. L’esperienza del conflitto sul tema della legge del «matrimonio per tutti» è lì a dimostrarlo. Il cristiano sa di essere talora chiamato a una testimonianza ferma, senza mai, tuttavia, trasformarla in rigidità e blocco. Il contesto per alimentare positivamente la società del futuro è quello della laicità. Non di una laicità ideologica che vede nelle religioni un nemico potenziale, ma di una laicità aperta che permetta a tutti, credenti e no, di vivere ed esprimersi insieme. «Vi è tristezza nel nostro paese», con il rischio di un pessimismo deleterio. Mentre ciascuno, al suo livello «è responsabile della vita e dell’avvenire della nostra società. Questo richiederà coraggio e audacia. Qualità che non sono mai mancate nel nostro paese».

Lo stupore dei «laici»

Sorprendentemente positiva la reazione dei media e dell’opinione pubblica. Cito l’editoriale di Le Monde del 14 ottobre: «Dei vescovi che difendono il “contratto sociale” riferendosi a Jean-Jacques Rousseau e che esibiscono i valori repubblicani di “libertà eguaglianza e fraternità”, a oltre un secolo dal Ralliement (rinnovato rapporto fra stato e Chiesa avviato nei primi decenni del ’900, ndr) è un messaggio tanto forte quanto inedito alla vigilia di un’elezione presidenziale» (il primo turno è previsto per il 23 aprile 2017). «Il testo non è una tiepida omelia. Arriva ad assumersi il rischio di ferire una parte di cattolici che l’accuseranno di cancellare troppo in fretta l’identità cattolica della Francia».

L’entusiasmo del momento sembra ignorare la continuità di un magistero che si sviluppa in forma coerente dagli anni ’70. Per una pratica cristiana della politica titolava un testo del 1972, a pochi mesi da un precedente che affermava la non incompatibilità fra Vangelo e socialismo (1° maggio 1972). Il tema di fondo era l’accoglienza del pluralismo politico. Nel 1991, Politica: compito di tutti, reagiva all’incipiente distanza fra dato politico ed esperienza sociale, per riaffermare la dimensione democratica. Nel 1999, Riabilitare la politica, prendeva le difese dell’agire politico e ricordava le nuove sfide dell’Europa e della globalizzazione. I documenti all’inizio e alla fine del confronto sulla legge del «matrimonio per tutti» (2012-2013) erano tessuti di Vangelo e valori repubblicani.

Forse è stato necessario il “martirio” di padre Jacques Hamel (25 luglio 2016) e la composta e coraggiosa reazione della Chiesa cattolica per suggerire nuovi pensieri alle istituzioni e ai media. O forse la percezione di una possibile deriva xenofoba e di destra ha allertato quanti vivevano di politiche e non del politico.

Noterella italiana

A poche settimane da un referendum costituzionale (4 dicembre) in Italia la posizione espressa dal card. Angelo Bagnasco all’ultimo consiglio permanente della CEI (26-28 settembre 2016) ha il pregio di non schierare la Chiesa in ordine alla risposta referendaria, ma il limite di non fare percepire la sfida che esso contiene: quella di riconoscere agli elettori la funzione di costituenti. La scelta fra conservare e innovare, fra democrazia rappresentativa e democrazia governante, fra compimento di un processo riformista e ritorno indietro non è sul piano fondativo di cui parlano i vescovi francesi, ma gli è prossimo.

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