Mons. H. Wilmer: le linee guida di “Justitia et Pax” tedesca

di: Claudia Zeisel (a cura)

Il vescovo di Hildesheim, Heiner Wilmer, è stato eletto sabato scorso, 12 ottobre, nuovo presidente della Commissione tedesca Justitia et Pax. In questa intervista, raccolta da Claudia Zeisel, espone i temi chiave del lavoro futuro, in particolare quelli riguardanti la giustizia e la custodia del creato. E spiega anche la ragione per cui, nei paesi del Sud del mondo, le religioni godono di maggior fiducia rispetto alla politica.

– Mons. Wilmer, lei è stato eletto presidente di Justitia et Pax e succede a mons. Stephan Ackermann che ha guidato la Commissione negli ultimi dodici anni. Entra quindi a far parte di una ragguardevole lista di persone. Ricordo solo il vescovo Franz Kamphaus, il vescovo ausiliare Leo Schwarz, l’arcivescovo Reinhard Marx e il vescovo Stephan Ackermann. Quale contributo pensa di poter dare personalmente al lavoro della Commissione? 

Wilmer presidente JePAnzitutto devo dire che nutro un grande rispetto e una grande simpatia verso i miei predecessori, che ammiro e che già in passato mi hanno ispirato. Sono consapevole di seguire grandi orme. Inoltre, si aggiunge il fatto che già un paio di volte ho partecipato alla Commissione Justitia et Pax e ho molta ammirazione per la grande competenza presente nella Commissione. Una competenza che deriva dall’esperienza maturata in molte aree del mondo. Vorrei portare anche la mia esperienza: io, fino allo scorso anno, sono stato superiore generale della congregazione dei Dehoniani con i suoi 2.200 membri che operano in 43 Paesi di quattro continenti. Sono stato in molti di questi Paesi e vorrei offrire la mia esperienza della Chiesa presente nel mondo. È anche mia convinzione che, proprio in vista del futuro, è importante che rimaniamo uniti e che procediamo insieme e non è accettabile che un gruppo prevalga su un altro.

– Quali sono gli avvenimenti concreti e gli incontri nella Chiesa presente nel mondo che l’hanno maggiormente impressionato?

L’incontro con la gente in Congo mi ha scioccato e scosso profondamente. Ho constatato di persona, dal vivo, che il colonialismo non è solo una realtà del passato ma che è di grande attualità, quanto mai perfida e subdola. La gente viene trattata dallo Stato in maniera cinica. Se milioni di persone muoiono, al governo non importa nulla e la causa principale è il sistema corrotto che sta al potere. La corruzione viene sostenuta anche dal nostro comportamento e dallo stile di vita del mondo occidentale.

– La discussione riguardante l’eredità coloniale sta lentamente crescendo. Il governo federale tedesco ha stabilito, nell’accordo di coalizione, di voler rivedere criticamente questa eredità. Quale contributo può offrire la Commissione?

La commissione tedesca Justitia et Pax potrebbe soprattutto approfondire il problema delle conseguenze che queste esperienze hanno sui nostri rapporti attuali. In quale misura la storia dell’eredità coloniale è presente e in quale misura continua. Un secondo passo è come poter creare uno spazio per parlare di questi argomenti e riunire attorno ad un tavolo i vari partner. Credo che il collegamento con la Chiesa universale costituisca un capitale di fiducia che facilita il modo di affrontare anche questioni complesse e dolorose. Anche la Germania ha avuto delle colonie ed è stata coinvolta nella schiavitù. Il Paese continua a vivere fino ad oggi grazie a un valore aggiunto costituito anche dalla schiavitù di molte persone e soprattutto delle donne. Finora non abbiamo un museo e nessun luogo che renda visibile questa storia e mostri al pubblico ciò che è successo.

– Papa Francesco con la Laudato si’ ha impresso un considerevole impulso alla custodia del creato ma anche al problema della giustizia riguardante le condizioni del cambiamento climatico. Cosa significa ciò per il lavoro della Commissione?

L’enciclica sull’ambiente sarà un filo rosso per il nostro lavoro. Si tratta di un impulso incredibilmente vigoroso, molto letto e apprezzato negli ultimi quattro anni anche al di fuori della Chiesa. Inoltre, questa enciclica fa da supporto anche al Sinodo per l’Amazzonia, in corso attualmente a Roma. Noi della Commissione tedesca Justitia et Pax diciamo: “la nostra terra, la nostra casa bruciano”. È giunto il tempo di riunire attorno a un tavolo i diversi partner della società. La soluzione a questo problema è molto complessa e tutti sono invitati a dare il proprio contributo. L’obiettivo deve essere di rendere possibile a tutti una vita di pace che ci mantenga vivi.

– Esiste già un ampio movimento nella società civile preoccupato per i cambiamenti climatici a cui partecipano numerose reti e organizzazioni della Chiesa. Come sarà coinvolta in concreto Justitia et Pax

Noi ci comprendiamo come un gruppo che cerca di unire insieme queste diverse iniziative e di abbattere le palizzate che separano i gruppi ecclesiali. Dobbiamo vedere come poterci mettere attorno a un tavolo, per connetterci e unirci più strettamente.

Wilmer presidente JeP

– Quali sono i nuovi punti chiave che lei indica per il futuro?

Un nuovo tema a cui vogliamo dedicarci con maggiore intensità per il futuro è la criminalità organizzata. In Germania è un argomento ancora ampiamente oscurato. Paesi come l’Italia e l’Albania sono molto più avanti. Vogliamo vedere dove in Germania ci sono macchinazioni occulte a cui nessuno pesta i piedi. A noi interessa descrivere e far vedere ciò che è. Così come fa lo scrittore anti-mafia italiano Roberto Saviano che io stimo molto.

Altri temi sono il disarmo nucleare a cui ci siamo già dedicati in passato. E un tema più recente: il nostro rapporto con la Cina – da un lato, la politica europea verso la Cina, ma anche quella interna dell’Asia. Per noi è già chiaro che la Cina, oltre alle classiche superpotenze quali la Russia e gli USA, sarà una potenza con cui dovremo fare i conti in futuro e verso cui si sposterà il baricentro del mondo. Fino ai temi riguardanti i diritti umani, il clima, il rapporto città-campagna e l’uso delle risorse.

Infine, vogliamo attirare l’attenzione sul diritto umano a un conveniente trattamento dei morti. Si tratta di chiarire cos’è successo alle persone che sono perite, come gli scomparsi in Argentina, le cui madri continuano ancor oggi a dimostrare a Buenos Aires, o nei Balcani, dove sono stati sepolti i morti.

– Quali argomenti sono stati importanti per la Commissione in passato, ma che si sono imposti troppo poco nel dialogo politico e sociale?

Deve essere maggiormente mostrata la dipendenza tra religione e sviluppo. È chiaro ora alle Nazioni Unite che, quando gli esperti stranieri lasciano una determinata zona di crisi, le comunità religiose di regola rimangono ancora con la gente, con i poveri e gli emarginati. Un buon esempio sono i monaci di Tibhirine in Algeria, che furono sequestrati nel marzo 1996 e decapitati. Erano rimasti con la gente e hanno garantito un equilibrio duraturo tra le culture e le diverse religioni. Qui si vede quanto siano importanti le comunità religiose che, nonostante tutte le critiche, godono tuttavia di fiducia.

– Come mai?

La religione e il cristianesimo hanno sempre un grande credito di fiducia quando si tratta di azioni il più possibile disinteressate. Molte organizzazioni che partecipano alla cooperazione allo sviluppo sono spesso ingiustamente accusate di interessi politici ed economici. La comunità religiosa può anch’essa avere degli interessi, ma in misura molto minore. Questo è quanto la gente avverte e ciò costituisce un capitale prezioso per riunire gruppi diversi attorno a un tavolo, per creare fiducia e giungere ad una pace non a buon mercato, ma ad una pace giusta. Qui vedo il compito centrale della Commissione tedesca Justitia et Pax: essa ha una funzione profetica e noi anche oggi ci schieriamo dalla parte dei poveri, degli esclusi e degli emarginati. (Weltkirche/KNA)

 

 

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