Luigi Pedrazzi: una questione di “metodo”

di: Fabrizio Mandreoli

Pedrazzi

Davvero molto è stato scritto su Gigi Pedrazzi e molti elementi della sua ricca esperienza di vita sono stati ricostruiti e affettuosamente ricordati. Vale forse la pena soffermarsi su una dimensione, per così dire, trasversale ai vari passaggi della sua esistenza. Dimensione che consiste nel rintracciare una sorta di metodo o, se si vuole, di stile con cui Pedrazzi ha vissuto i molteplici impegni della propria vita. Questo soprattutto per cogliere alcune direzioni che, nel nostro oggi, sembrano poter molto aiutare l’impegno politico, civile e anche quello ecclesiale, che qui ci preme particolarmente.

«Tra amici»

Una prima dimensione che emerge in maniera pressoché costante dalle molte testimonianze su Gigi è l’importanza di una crescita comune e di un impegno costantemente vissuto nel quadro di amicizie molto intense per qualità umana, ricchezza di contenuti e per lealtà di scambio.

Sembra di vedere nella vicenda di vita di Gigi come un’attuazione concreta delle riflessioni di Ivan Illich – che Gigi pur conobbe – sulla convivialità intesa quale luogo di maturazione e di elaborazione di nuove idee e nuove prassi. Leggendo la ricostruzione da parte di Pedrazzi della storia della fondazione de il Mulino e dell’Istituto Cattaneo è difficile evitare il pensiero che stia descrivendo una vicenda in cui la responsabilità di un gruppo di intellettuali si sia sposata con un senso unico dell’amicizia e della sua fecondità anche storica.

La medesima considerazione può essere ripetuta più volte scorrendo la sua storia fino a giungere all’iniziativa «tra amici», radunati come in cerchi concentrici, delle lettere sul Concilio. Forse la (apparente?) stasi di molti ambienti cattolici rispetto ai problemi e alle opportunità del tempo è legata anche alla mancanza di legami di amicizia leali, ricchi di valori e prospettive entro cui affrontare le domande che inquietano e far maturare risposte all’altezza dei tempi.

Voler capire, voler far capire

Una seconda dimensione può essere individuata in una volontà di conoscere con attenzione e precisione la realtà, per poterla, almeno un po’, cambiare. Sembra quasi che nella vicenda di Pedrazzi vi sia una spinta costante e inesauribile nel «voler capire e voler far capire» cosa davvero succede nelle trame profonde della vita politica, sociale e religiosa.

In tal senso è stato in grado di coniugare in maniera davvero singolare una cultura capace di confronto alto per estensione e qualità con un senso dell’uomo e delle sue vicende concreto e profondamente «dal basso». Attenzione duplice che mi pare gli abbia permesso, di fronte all’evolversi dei problemi, di non innamorarsi mai di una soluzione ma di cercare il cambiamento più adatto alla storia.

In tal senso colpisce il suo essere un intellettuale con una vastissima esperienza – si pensi, solo come esempio, al periodo con Benedetto Croce – attento però a vedere le cose che si muovono, le novità che si affacciano, i germogli che crescono, mostrando un atteggiamento davvero raro in certi ambienti e quadri mentali tendenti spesso più ad auto-contemplarsi che a guardare persone, realtà, movimenti. In proposito si può qui ricordare il suo fiuto nel cogliere l’importanza del libro di Luciano Gherardi Le querce di Monte Sole, che ha contribuito ad aprire un canale di attenzione alle vicende di Marzabotto, «un nome che, per ogni europeo di questo secolo, che non sia superficiale, resta come una delle piaghe più brucianti e vale come uno degli interrogativi più forti e inquietanti sulla vera natura del nostro essere uomini, dirci civili e saper essere morali».

Sui confini

Un terzo elemento emerge dalle attestazioni di profonda stima e affetto provenienti dal mondo cattolico e da quello laico. Gigi pare aver abitato, con un profilo personale che faceva sembrare ciò del tutto naturale, una terra di confine. In molti hanno elogiato, nello stesso tempo, il suo contributo davvero laico a diversi problemi sociali e umani – si pensi ai cattolici per il no e all’istituzione del registro per le unioni civili al Comune di Bologna – insieme con una sua profonda dimensione di fede cristiana.

Si è trattato di una liminalità in cui il radicamento entro la propria tradizione non lo ha reso incapace all’incontro e al confronto, ma ha, in un certo senso, moltiplicato quasi all’infinito la sua capacità di dialogo e scambio leale. Viene in mente la distinzione di Paulo Freire tra i settari e i radicali. I primi sono così fragili nelle proprie convinzioni profonde che devono assumere un atteggiamento chiuso, rigido e settario, i secondi sono coloro che, essendo profondamente radicati in un quadro di valori e di riferimenti, si espongono, senza paure, all’incontro e al confronto con quanto è diverso.

Davvero in questo senso Gigi è stato un uomo «radicale». In tal senso colpiscono le parole con cui, descrivendo lo sviluppo de Il Mulino, egli lascia trasparire alcune delle proprie convinzioni più personali: «Il costituzionalismo democratico come garanzia suprema di pace e di sviluppo, a Est come ad Ovest, a Sud come a Nord; l’esperienza della fede religiosa, non come un residuo storico, ma come una sfida continua di rinnovamento: forse sono questi i cardini, razionali o ideologici non tocca qui dirlo, del lavoro con cui il Mulino è stato costruito, al di là degli incontri e delle amicizie che lo hanno reso possibile, delle risorse che sono confluite, per molta fortuna e per qualche merito esercitato, nella sua vicenda singolare, bolognese e non solo».

Riforma

Proprio l’esistenza di un quadro di riferimento ricco, ma non immobile pare essere stata l’anima di quel senso della riforma – ed è un quarto elemento – che lo ha animato a livello delle scelte politiche, sociali ed in maniera particolarissima a livello ecclesiale. Si tratta di una singolare intelligenza dei movimenti e delle azioni possibili quindi davvero «nuove».

A livello ecclesiale, ad esempio, colpisce il suo senso acuto della storia e la sua – ricorrente e agita – convinzione che la storia non sia finita. L’impresa delle lettere sul Concilio pare proprio esser nata dalla volontà di ri-cordare una vicenda di riforma epocale – il Concilio Vaticano II – in un momento in cui sembrava di essere entrati in una apparente stasi ecclesiale e spirituale per mostrare vie possibili e percorribili di riforma, ripensamento, ritrovamento del centro dell’evangelo.

In tal senso rimane memorabile la lettera conclusiva del settembre 2013 in cui decide di congedare lo strumento delle lettere proprio perché mostra di vedere in Bergoglio, vescovo di Roma, un nuovo irrompere della storia del Concilio e delle sue acquisizioni – intese sempre in senso dinamico e sorgivo – nel presente della Chiesa e del mondo. A ben vedere la riforma diviene qui la capacità di vivere, in maniera possibile, l’esistenza della Chiesa e del cristiano dentro la storia.

Libertà nell’impegno

Un ulteriore elemento può essere rinvenuto all’interno di una sua lunga frequentazione con Giuseppe Dossetti, il suo pensiero, la sua proposta spirituale. Il monaco di origini reggiane più volte ha insistito sul tema del potere politico, economico e culturale mostrandone i molti pericoli ed insidie per coloro che lo esercitano. Più volte si è soffermato – per i cristiani che volevano impegnarsi nel lavoro politico – sull’indispensabilità di un rapporto profondo con la parola di Dio, la Scrittura e di una coltivazione di abiti e di prassi virtuose, sulla necessaria umiltà e povertà del cristiano, tutti elementi senza i quali «l’ispirazione cristiana è solo un fiato di vento» (V. Passerini).

In un suo eloquente esempio Dossetti afferma che «giustamente si deve inculcare al cristiano che non solo può, ma deve impegnarsi nella storia (secondo la misura dei doni ricevuti e le opportunità pratiche): ma insieme gli si deve inculcare che questo egli deve sempre fare col massimo distacco possibile pena la perdita di tutta la sua credibilità come esploratore e testimone dell’invisibile. Deve sempre essere pronto a lasciare il suo ruolo – tanto più quanto più possa essere umanamente appetibile – come un viaggiatore deve lasciare la camera d’albergo in cui ha pernottato una notte, disposto persino a lasciarvi la valigetta con cui vi era entrato».

Ripensando alla rete di conoscenze di Gigi, ai suoi compiti, alla sua influenza, colpisce proprio il suo senso lieto di distacco e libertà dal potere che non ha però mai significato la rinuncia ad una volontà, determinata e creativa, di avviare processi di bene, di intelligenza e di vera maturazione civile ed ecclesiale.

La pace, le vittime, i popoli

Proprio questa tenacia costruttiva può essere individuata come un’ultima caratteristica di questa nostra breve «lista». Si tratta di un’ostinazione legata ad alcune prospettive decisive quali la pace, il senso delle vittime della storia, una visione larga, non astratta ed equanime dei problemi dei popoli e dei loro paesi.

Un esempio molto significativo si incontra in un momento drammatico e decisivo della storia recente. Alla vigilia e durante le fasi iniziali della prima guerra in Iraq il quotidiano dei vescovi italiani Avvenire deve trovare qualcuno che possa sostenere – in un cattolicesimo italiano in buona parte non chiaro ed esplicito sul tema – le ragioni della ferma opposizione del papa alla guerra in Kuwait ed Iraq. Chiedono – per la prima e l’ultima volta a livello nazionale – a Pedrazzi di firmare una serie di editoriali (quelli del 10, 13, 18, 25, 31 gennaio e del 12, 23, 27 febbraio del 1991) in cui egli richiamando la complessità della situazione, le possibili catastrofiche conseguenze della guerra – come di fatto è stato, fino ad oggi -, i problemi di una politica internazionale basata sulla logica della forza, la complessiva sconfitta del diritto internazionale e la futura destabilizzazione dell’intera area mediorientale, invitava – con precise analisi politiche e diplomatiche – ad assumere la prospettiva del pontefice, quella del realismo della pace, intesa come unico e davvero valido principio di realtà.

La vicenda di Gigi è certo più ricca e multiforme, ma pare che alcuni di questi tratti di «metodo» potrebbero davvero essere riappropriati da chi prova oggi ad occuparsi in maniera responsabile della cosa pubblica e da chi si interessa ad un’esistenza – personale ed ecclesiale – più evangelica.

 

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