Morire per un libro: Margherita Porete

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Margherita PoreteL’Esplanade de la Libération si trova nel cuore di Parigi, a poca distanza dal Louvre e da Notre-Dame. Il nome è nuovo, ma la piazza è antica: per duecento anni, dal 1803 al 2013, si è chiamata Place de l’Hôtel-de-Ville; prima ancora, e per molti secoli a partire dall’epoca medievale, il suo nome è stato Place de Grève. Qui, sulla riva destra della Senna, si apriva una spiaggia sassosa, un greto – grève, appunto, – che offriva facile approdo alle imbarcazioni che si spostavano lungo il fiume per trasportare uomini e mercanzie.

La spiaggia, trasformata in piazza, era divenuta col tempo un luogo di vivaci scambi commerciali e transazioni economiche di vario tipo. Proprio dall’affollarsi di popolani che a centinaia, ogni giorno, si radunavano in Place de Grève in cerca di lavoro, nasce l’espressione faire grève, che nel francese corrente ha assunto il significato di “scioperare”.

Per la sua ampiezza e per il dinamismo sociale che la contraddistingueva, a partire dal Duecento Place de Grève venne scelta dai sovrani di Francia come palcoscenico ideale per gesti eclatanti: il 17 giugno 1244, a conclusione di un lungo processo istruito da Luigi IX il Santo al fine di verificare il contenuto blasfemo e anticristiano dei libri ebraici, migliaia di manoscritti del Talmud provenienti da ogni luogo di Francia furono solennemente bruciati, alla presenza di clero e popolo, proprio in Place de Grève. Dai libri agli autori dei libri, il passo è più che mai breve. Il 1° giugno 1310, durante la settimana di Pentecoste, in Place de Grève venne preparato un altro rogo e, questa volta, insieme al libro incriminato fu bruciato anche il suo autore. Anzi, la sua autrice.

Si chiamava Margherita

Si chiamava Margherita Porete, ma per molti anni non lo abbiamo saputo. Condannata al rogo per eresia, requisite e distrutte tutte (o quasi) le copie del suo Miroir des simples âmes, la voce e l’identità di questa donna coraggiosa sembravano destinate a polverizzarsi e scomparire del tutto nell’urto col silenzio prepotente che sempre vuole tacitare le dissonanze dei fuori dal coro. Eppure, qualcosa di quella voce nel corso dei secoli ha continuato a risuonare: il Miroir, letto dai contemporanei Eckhart e Taulero e apprezzato da Margherita d’Angoulême, regina di Navarra (1492-1549), protettrice di letterati e umanisti, scrittrice e poetessa, a distanza di quattrocento anni dalla morte della sua autrice appare interiorizzato nell’esperienza di vita e di pensiero di Madame Guyon (1648-1717), emblematica figura del cristianesimo di fine ’600, che rivendicò il diritto di esprimere in modo personale la propria spiritualità e fu per questo condannata al carcere e all’oblio.

Nonostante la feroce azione di censura, il Miroir des simples âmes ci è giunto in tredici manoscritti completi, che ne attestano la traduzione in latino, medio francese, inglese e volgare italiano, da un originale piccardo, oggi perduto. La riscoperta ebbe inizio nel 1867, quando l’opera fu ritrovata, nella Biblioteca nazionale di Vienna, in un manoscritto italiano trecentesco.

La prima moderna edizione a stampa in inglese, datata al 1927, attribuiva l’opera ad uno «sconosciuto mistico francese del XIII secolo». Proprio in questa edizione il Miroir fu letto da Simone Weil durante la sua permanenza a Londra. Dopo la scoperta di altri due manoscritti italiani e quattro latini, nel 1940 si ebbe la prima edizione italiana, attribuita sempre a questo «ignoto» e «anonimo» mistico francese.

Come non ripensare a quanto scrive Virginia Woolf, con ironica e dolorante intelligenza, nel suo imprescindibile saggio Una stanza tutta per sé?

Quando leggo di una strega gettata nel fiume, di una donna posseduta dai diavoli, di una levatrice esperta di erbe, o perfino dell’esistenza della madre di qualche uomo notevole, penso che siamo sulle tracce di un romanziere perduto, di un poeta costretto al silenzio. (…) Sarei capace di scommettere che Anonimo, il quale scrisse tante poesie senza firmarle, spesso era una donna.

Nel caso del Miroir, “Anonimo” era davvero una donna. L’autrice venne identificata nel 1944 da Romana Guarnieri, grazie ad una versione latina dal titolo Speculum animarum simplicium in voluntate et in desiderio commorantium, scoperta dalla studiosa in un codice della Biblioteca Vaticana. Margherita venne così, finalmente, sottratta all’oscurità dell’anonimato che l’aveva avvolta per secoli.

Seguiranno, negli anni successivi, varie edizioni critiche dell’opera e versioni moderne in francese, tedesco, italiano. E poi, finalmente, nel 1986, a distanza di quasi sette secoli dall’inizio del processo che aveva condannato Margherita Porete pro convicta et confessa ac pro lapsa in heresim seu pro heretica, il suo libro fu accolto nel Corpus Christianorum. Continuatio Mediaevalis.

Eretica e beghina

Ma chi era Margherita Porete? Beguine clergesse, beghina colta – così la definiscono le cronache contemporanee.

Nata da una famiglia nobile della regione di Hennegau, attuale provincia della Vallonia, in Belgio, attorno al 1250, Margherita, di fronte a quello che per secoli fu per le donne un passaggio obbligato – la scelta, volontaria o meno, tra matrimonio o convento – percorse, invece, una terza via.

L’esperienza di beghine e begardi, diffusasi nella regione delle Fiandre tra il XII e il XIV secolo, proponeva di dare respiro spirituale all’esistenza attraverso una conversione radicale al Vangelo, che coniugasse preghiera e meditazione della Scrittura con l’assistenza ai poveri e ai malati.

Beghine e begardi potevano vivere da soli o in piccole comunità, chiamate beghinaggi; si sostentavano con il proprio lavoro, non pronunciavano voti e coltivavano un atteggiamento di grande libertà interiore di fronte alle gerarchie ecclesiastiche.

In un tempo in cui non era ammissibile che le donne pensassero e scrivessero e pronunciassero parole dal sapore di libertà in materia di fede, religione e teologia, la beghina Margherita Porete osò pensare e scrivere e, affidando allo Specchio delle anime semplici la sua riflessione filosofica, osò scegliere come strumento di comunicazione la lingua materna – il piccardo –, anziché il latino.

Un primo processo diocesano, indetto dal vescovo di Cambrai, Guido da Colmieu, sullo scorcio iniziale del XIV secolo, si concluse con il rogo del manoscritto del Miroir sulla piazza di Valenciennes, in presenza della stessa Margherita, che venne diffidata dal dare pubblica lettura del suo libro o dal farlo leggere da altri. Come ricorda Marco Vannini nella sua introduzione alla recente edizione italiana dell’opera:

In un tempo in cui la stampa non esisteva e c’erano solo i manoscritti, la condanna di un libro ne decretava l’estinzione, o quasi, dal momento che la Chiesa deteneva praticamente il monopolio della cultura e poteva anche esercitare, in accordo col potere politico, la repressione del dissenso.

Ma Margherita non obbedì alle imposizioni, anzi, approntò una nuova edizione della sua opera e la presentò a Giovanni di Chateau-Villain, vescovo di Châlons-sur-Marne, fiduciosa delle approbationes ricevute, nel frattempo, da tre autorevoli uomini di chiesa: il teologo ligiese Goffredo di Fontaines, doctor venerandus; il monaco cistercense Dom Franco, dell’abbazia di Villers, nel Brabante, che aveva dato il suo sostegno al movimento beghinale; e un frater minor magni nominis, vitae et sanctitatis, qui frater Johannes vocabatur che, a partire dagli studi di Romana Guarnieri, viene identificato con il doctor subtilis Giovanni Duns Scoto.

Le approbationes non riuscirono a salvaguardare né il libro né l’autrice. Giovanni di Chateau-Villain denunciò Margherita al nuovo vescovo di Cambrai, Filippo di Marigny, il quale, dopo l’apertura di un nuovo processo, la inviò all’Inquisitore Generale dell’Alta Lorena. Questi, a sua volta, la denunciò all’Inquisitore Generale del Regno di Francia, il domenicano Guillaume Humbert da Parigi, cappellano del papa, confessore del re Filippo IV il Bello e figura di spicco nel tristemente famoso processo contro i Templari (1307-1312).

Alla metà dell’anno 1308 Margherita era, dunque, a Parigi. L’Inquisitore cercò in ogni modo di ottenere la sua abiura, ma lei non diede segni di cedimento; per dare un fondamento di credibilità all’accusa di eresia fu necessario istituire una commissione composta da ventuno teologi dell’Università di Parigi.

Il giorno 11 aprile 1309, nella chiesa parigina di Saint-Mathurin, venne letta la sentenza che imponeva la distruzione del libro tamquam hereticus et erroneus et heresum et errorum contentivus.

A Margherita venne concesso, come da prassi, un anno di tempo per pentirsi e ritrattare. Ma nulla riuscì a scalfire la sua fermezza.

Il 31 maggio 1310, domenica di Pentecoste, il tribunale ecclesiastico emise la sentenza definitiva e Margherita, giudicata relapsa, fu affidata al braccio secolare. Il giorno successivo, 1° giugno, il fuoco che si alzava in Place de Grève bruciava Margherita insieme al suo Miroir, davanti alle massime autorità civili e religiose parigine.

Erano, quelli, gli anni in cui il Regno di Francia stava facendo le sue prime, sostanziose prove da monarchia assoluta e la centralizzazione del potere chiedeva l’eliminazione di ogni voce critica o di dissenso.

Dopo il lungo conflitto con papa Bonifacio VIII, Filippo il Bello aveva convinto il nuovo papa, il francese Clemente V, a trasferire la sede pontificia ad Avignone e a convocare un Concilio in terra di Francia.

Tra il 1311 e il 1312 si tenne, a Vienne, il XV Concilio Ecumenico, che non solo sancì la soppressione dell’Ordine dei Templari ma, con il decreto Cum de quibusdam mulieribus beguinabus, condannò anche il movimento delle beghine, accusate di introdurre opinioni contrarie alla religione cattolica in merito ad articoli di fede e a sacramenti.

Margherita era morta due anni prima. La vedo, mentre sale sul rogo, forte e serena, chiusa in un silenzio colmo non di disprezzo ma di dignità. Chissà, forse stava ripetendo tra sé e sé le parole del suo libro.

Voi che in questo libro leggerete
Se bene capirlo volete
Pensate a quanto direte
Poiché è duro da capire;
Umiltà dovete avere
Che di Scienza è tesoriera
E dell’altre Virtù madre.

Teologi o altri chierici
Certo non capirete,
Per quanto abbiate chiari ingegni,
Se non procederete in umiltà,
E se Amore e Fede assieme
Non vi faranno superare Ragione,
Loro, signori della magione.

Ragione stessa ci testimonia
Al capitolo tredicesimo
Di questo libro, e senza vergogna,
Che Amore e Fede la fan vivere
E che di loro non si libera,
Poiché su lei han signoria,
E deve ad essi umiliarsi.

Dunque umiliate le vostre scienze
Che su Ragione sono fondate,
E riponete ogni fiducia
In quante son da Amore date
E da Fede illuminate,
E capirete così questo libro
Che fa vivere l’Anima d’Amore.

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7 Commenti

  1. Pietro 11 maggio 2023
    • Tobia 15 maggio 2023
    • Anima errante 15 maggio 2023
      • Tobia 16 maggio 2023
        • Adelmo Li Cauzi 16 maggio 2023
  2. Tobia 9 maggio 2023
    • anima errante 10 maggio 2023

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