Un vaccino contro l’ateismo

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Dall’ateismo alla scoperta delle tracce di Dio nell’universo e nell’animo umano: questa la vicenda vissuta dal medico genetista Francis S. Collins.

Confesso di avere una stima speciale per lui. Non ho difficoltà a riconoscerlo, anche se ci sono coloro che lo disprezzano altezzosamente. Non è un calciatore rinomato. E nemmeno un politico né una star luminosa. È un medico e un genetista; direttore, tra il 1990 e il 2000, dell’Istituto statunitense di ricerca del genoma umano (American National Institute for Human Genome), scopritore della sua sequenza e, attualmente, direttore degli Istituti Nazionali della Salute degli Stati Uniti (National Institutes of Health).

Mi riferisco a Francis S. Collins (1950), una persona della quale, anche se non capita spesso di vederla e di sentirla, in questi ultimi giorni ho avuto notizie per lo meno in tre occasioni.

genetica fede

Francis S. Collins

La prima, nella rivista Science per sostenere, assieme ad altri colleghi che, essendo improbabile che un solo vaccino contro il coronavirus sia efficace per proteggere con successo la popolazione mondiale, è necessario coordinare gli studi clinici e mettere in atto una collaborazione senza precedenti tra i governi, le istituzioni accademiche, l’industria e le associazioni filantropiche in tutto il mondo.

Soltanto la collaborazione tra i settori pubblico e privato – è stato ricordato – può accelerare efficacemente lo sviluppo di un vaccino.

La seconda, quando ha dichiarato all’Agenzia France-Presse di Washington che, se gli Stati Uniti fossero i primi a sviluppare un vaccino efficace, dovrebbero condividerlo con il mondo intero – contrariamente a quanto sostenuto dal presidente Trump – poiché si tratta di un «bene pubblico globale».

Evidentemente – ha proseguito – le società coinvolte nella ricerca avrebbero il diritto di recuperare gli investimenti effettuati, ma non sarebbe accettabile che lo commercializzassero alla ricerca di colossali vantaggi a costo della vita dei più poveri.

A queste due comparse in pubblico è seguita la notizia che la Templeton Foundation gli aveva assegnato il premio che porta lo stesso nome, dotato di 1,2 milioni di euro, una somma superiore al premio Nobel.

La Fondazione inglese informava di assegnargli il premio per aver mostrato che «la fede religiosa può motivare e ispirare la ricerca scientifica rigorosa».

Questo riconoscimento mi ha consentito di ricordare che, all’età di 27 anni, quando praticava la medicina, incontrò una donna che lo interrogò sulle sue convinzioni religiose, dopo avergli detto che per lei la fede cristiana era una fonte di grande consolazione.

Grazie alla sua testimonianza, fu in grado di costatare, con sorpresa, come la grave malattia di cui soffriva non erodeva affatto il suo rapporto con Dio, al contrario, costituiva una fonte di grande sollievo. La domanda – riconobbe autocriticamente – lo disturbò perché fino ad allora non aveva studiato col dovuto rigore la possibilità che Dio fosse un essere reale; semplicemente perché il suo ateismo derivava da un misto di «cecità deliberata» e di «arroganza». E questo era inammissibile in una persona, come lui, che si vantava di prendere decisioni basate sui dati o sulle prove.

Spinto dal bisogno di liberarsi dal disagio che gli procurava il fatto di essere ateo per comodità e incapace di portare le prove a sostegno, contattò i responsabili di una Chiesa metodista che gli fornirono una copia di Mere Christianity di C.S. Lewis. Lo lesse avidamente, e si rese conto che gli argomenti contrari alla plausibilità della fede sui quali si era basato erano quelli caratteristici di un bambino. Doveva cominciare da zero. E così fece.

Anche nell’ipotesi – disse a se stesso – che Dio fosse un essere radicalmente estraneo ed esterno a noi, avrebbero dovuto esserci delle tracce, dei segni, dei mormorii o trasparenze della sua presenza allo stesso modo in cui ci sono di un architetto negli edifici che ha progettato e di cui ha diretto la costruzione.

Con l’aiuto di C.S. Lewis cominciò a notare come il suo ateismo si incrinasse, così come si crepa il ghiaccio all’inizio della primavera, e cominciò a rendersi conto di Dio a partire dalle sue tracce nel cosmo, nella vita e soprattutto nella legge morale. Sebbene sia certo – ammise – che la “legge morale” è universale, è anche vero che esiste una moralità sorprendente nelle persone che si dedicano «agli altri assolutamente senza alcun interesse personale». Sono comportamenti altruistici che, oltre a suscitare «il rispetto e lo stupore», inducono a interrogarci sul loro fondamento.

E più ancora, quando non è più sostenibile affermare che le leggi della natura, la legge morale e l’altruismo sono un prodotto culturale o un sottoprodotto dell’evoluzione. La risposta razionalmente meno adatta si trovava in ciò che affermiamo quando diciamo “Dio”. Tale percezione, chiave del «significato dell’universo», si mostrava «molto più razionale che il fatto di non credere».

Fa parte di un altro momento spiegare come e perché la scoperta della sequenza del genoma umano non ha sciolto questa spiegazione iniziale, ma l’ha rafforzata nella sua maggiore consistenza razionale rispetto a quella atea.

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