Il cibo che unisce e separa

di:

alimentazione ebraica

Il filosofo ebreo Davide Assael ha recentemente curato quattro puntate della trasmissione radiofonica Uomini e profeti dal titolo generale “Non di solo pane. Il cibo che unisce e separa”.  Lo intervistiamo sull’alimentazione di derivazione biblica e della tradizione ebraica, con particolare riferimento ai movimenti vegetariani e vegani contemporanei, nel clima di costanti rigurgiti di antisemitismo in Europa (le domande sono a cura di Giordano Cavallari).

  • Professor Assael, quali sono i riferimenti biblici dell’alimentazione ebraica?

Il posto che l’alimentazione ha nel racconto biblico è davvero rilevante. Possiamo ricordare momenti celebri del racconto, ora appartenenti non solo al patrimonio culturale ebraico e cristiano bensì a quello di tutto l’occidente. Mi limito a tre di questi, fondamentali per tracciare il percorso.

Il primo – notissimo – si incontra presto, nei primi capitoli del libro della Genesi. Adamo ed Eva si nutrono del cosiddetto frutto proibito dell’albero della conoscenza del bene e del male. Nel gan Eden – nel giardino – dunque ci si alimenta di frutti, non di carne. Questo è quanto si ricava dal racconto stesso, oltre che, nell’ebraismo, da tutta la tradizione midrashica di commento. Notiamo comunque che il primo momento è caratterizzato da un divieto – o limite – di carattere alimentare.

Ricaviamo conferme dal secondo momento del percorso: ossia dal passo – ancora contenuto nel libro della Genesi – del cosiddetto diluvio. Dal testo sappiamo che Dio consegna a Noè sette principi – detti appunto, noachici -, ossia quei principi etici universali riferibili all’intera umanità, di ogni tempo. Uno di questi – pure molto noto – è di natura alimentare, poiché vieta di mangiare ‘animali vivi’. Da ciò si deduce che ‘prima’ del cosiddetto diluvio l’alimentazione sia vegetariana. Vietando di cibarsi di animali vivi si ammette implicitamente la possibilità di cibarsi di animali uccisi, quale concessione fatta ad una umanità che dimostra di non saper trattenere le pulsioni aggressive. La concessione è dunque pedagogica e la finalità chiaramente etica.

Incontriamo il terzo momento più avanti nel testo biblico, cioè nel libro del Levitico. Qui – in un passo ben preciso – sono inseriti gli elenchi degli animali proibiti all’alimentazione ebraica con i relativi criteri, almeno quelli in parte esplicitati. Qui di fatto troviamo la definizione di quella che ancora oggi è l’alimentazione ebraica, ossia kósher.

Bibbia e alimentazione ebraica
  • Cosa vuol dire kósher?

Kósher vuol dire semplicemente ‘adatta’. Non è un’esplicitazione riferibile solo alla cucina. Bensì a qualsiasi espressione umana che – per l’ebraismo – possa dirsi appunto ‘adatta’ o non ‘adatta’: kósher o non kósher.

  • Può spiegare i criteri biblici a cui l’alimentazione ebraica fa riferimento?

Per spiegare i criteri di fondo devo far ricorso alla tradizione del commento, poiché la Torah ci dà solo alcuni criteri e soprattutto non ci dà le motivazioni di fondo per giustificare tali criteri.

Dico innanzi tutto che la classificazione animale alimentare dell’ebraismo è di carattere esperienziale ed è quindi sovrapponibile solo in parte alle odierne tassonomie. Perciò trattiamo, ad esempio, di animali che secondo l’esperienza umana corrente sono conosciuti come ‘terrestri’ piuttosto che di animali che secondo l’esperienza corrente sono conosciuti come ‘acquatici’ o ‘marini’. Ebbene, per quanto riguarda gli animali ‘terrestri’ la Torah dice che ci si può alimentare solo di animali che siano ruminanti e che abbiano l’unghia fessa. Se l’animale risponde solo ad uno dei due criteri biblici non può essere considerato kósher.

L’esempio più noto è il maiale, che ha l’unghia fessa ma non è ruminante e, perciò, non rientra nell’alimentazione kósher. Per quanto riguarda gli animali ‘marini’, i criteri indicati dalla Torah sono ancora due, ossia che abbiano le pinne e che abbiano le squame. Mentre per quanto riguarda i volatili, la Torah non ci dà nessun criterio, bensì ci consegna un lungo elenco di volatili di cui l’ebreo può cibarsi e di altri di cui l’ebreo non può cibarsi.

Dunque, perché? Nel mondo ebraico si discute da sempre alla ricerca di criteri più generali – di fondo – a giustificazione di quelli espressamente citati dalla Torah, ma nessun ulteriore criterio – sia esso di carattere igienico-sanitario, evolutivo o di senso di orientamento degli animali – appare giustificare gli elenchi nella loro interezza. In definitiva, devo pertanto dire che kósher nella cucina ebraica è sostanzialmente ciò che è choq: termine della Torah che in italiano si può tentare di tradurre con ‘mistero’.  Con ciò voglio dire che tutti i principi etici di fondo sono intuiti ma non sono dimostrati. Hanno a che fare appunto col mistero. Hanno a che fare col divino. Al principio di tutto c’è Dio che prepara un percorso etico ben preciso per il suo popolo.

  • Qual è dunque il senso del rispetto ebraico delle regole alimentari dettate dalla Torah?

Dico innanzi tutto che nell’ebraismo il rapporto dell’umano con Dio, il rapporto con la natura e gli esseri viventi animali e, naturalmente, con gli altri esseri umani, sono rapporti che si implicano a vicenda. Per la tradizione biblica l’amore per Dio si dimostra nell’amore degli altri e di tutto il creato. Il senso della alimentazione kósher è sostanzialmente etico, come ho già detto e ripeterò ancora nel corso di questa intervista. Il senso sta nella guida alle buone relazioni umane, al buon rapporto con l’ambiente e con le creature che vi appartengono e, in tal modo, al buon rapporto con Dio stesso.

Aggiungo che – in coerenza – l’alimentazione kósher funge da apparato educativo del desiderio umano, delle sue pulsioni umane che, come ben sappiamo, possono manifestarsi in maniere molto aggressive e distruttive. Emancipare il desiderio, educarlo, attraverso un percorso etico che ha un principio e che ha un approdo nello shalom, cioè nell’armonia di tutti gli esseri viventi: tale è il senso delle regole alimentari così come di tutte le Mitswót. La distinzione tra puro e impuro – peraltro presente in tutte le regole alimentari non solo ebraiche – ha, in definitiva, questo unico senso etico.

Cibo, religione, norme igeniche
  • Alcune di queste regole sembrano dare qualche problema alla contemporaneità: vuole dire della questione della macellazione rituale?  

Certo. La macellazione rituale ebraica – praticamente identica a quella islamica – è effettivamente oggi sotto attacco in Europa. Ritengo che lo sia perché non è compresa o perché non la si vuole comprendere. L’attacco viene sia da formazioni animaliste, sia da movimenti e partiti di stampo nazionalista. Tra questi gruppi – di per sé assai diversi tra loro – si è stabilita una sorta di alleanza ostile all’ebraismo e, certamente, anche all’islam.

La Corte Suprema europea, a fine 2020, ha certificato la possibilità di abolire la macellazione rituale sia islamica che ebraica. Il caso è partito dal Belgio. Di fatto in Belgio si è cercata una formula di legge di compromesso che però non è stata accettata dal mondo rabbinico, perché non poteva esserlo. Consideriamo che l’ambito alimentare è uno dei principali ambiti in cui si gioca la libertà religiosa in Europa. È una questione assai delicata e importante.

  • È la modalità di uccisione dell’animale a far problema? 

Il dibattito effettivamente verte sulla tecnica di uccisione dell’animale. Il mondo animalista vorrebbe lo stordimento del capo animale, prima della macellazione. Mentre la tradizione della Torah vuole l’uso di un coltello affilatissimo, senza seghettature, mirato a colpire in un punto ben preciso la nuca dell’animale, ove affluiscono i vasi sanguigni al cervello. L’operazione deve essere eseguita con un sol colpo e solo da parte di un esperto rabbino. C’è tutta una vastissima letteratura rabbinica in merito. La pratica è detta Shechitáh.

Il punto su cui soffermarsi è chiaramente la sofferenza dell’animale. Si è tutti d’accordo che questa debba essere massimamente contenuta. Anche, ovviamente, i rabbini lo sostengono. Secondo la tradizione l’evitamento della sofferenza dell’animale fa parte di quei principi etici talmente ovvi da non dover neppure essere esplicitati. Il trattamento dell’animale, il trasporto e la corretta macellazione sono aspetti implicitamente compresi per evitare quanto più possibile, appunto, la sofferenza.

Ma va pur detto che, di per sé, la Shechitáh non è pensata per diminuire la sofferenza animale, bensì per evitare qualsiasi emorragia cerebrale allo stesso: è quanto, invece, inevitabilmente avviene con la pratica dello stordimento. La Shechitáh ha a che fare col sangue e col divieto di cibarsi del sangue dell’animale macellato. Ha a che fare dunque con le categorie etiche di puro e l‘impuro, in definitiva col choq, col ‘mistero’ di cui ho detto: col mistero della vita. Perciò Dio ha predisposto un percorso etico per il suo popolo.

  • Al sangue – ma anche al latte – è dedicata molta attenzione nelle regole alimentari ebraiche: perché?

È noto il divieto di ingerire il sangue. Sta proprio – lo dicevo poc’anzi – nel principio della Shechitáh, della macellazione. Il sangue non può essere mangiato perché è evidentemente la sostanza biologica la cui presenza rende l’animale vivo. Direi che il divieto del sangue rafforza il senso di rispetto dell’animale: non ci si può nutrire della sua vita.

È noto poi l’ulteriore divieto della cucina kósher di mischiare la carne col latte. Ricordiamo il passo “non cuocerai un capretto nel latte di sua madre”, ripetuto per tre volte nella Torah. Il latte è il nutrimento che emancipa il figlio dalla madre. E l’ebraismo – come ho detto – è molto attento al percorso pedagogico di emancipazione del figlio dalla sua origine materna: è un percorso caratterizzato dall’etica. L’origine, in questo caso, rappresenta uno stato di natura già degradato, in cui la sopraffazione e la violenza hanno preso campo. Mischiare carne e latte significa allora interrompere quel processo etico di emancipazione del desiderio e regredire a una condizione non etica, non morale. Non a caso, questo è il tipico esempio di cucina detta ‘regressiva’, non kósher, ossia non adatta, non giusta, priva della giusta pietà anche per gli animali.

Un cristianesimo sostitutivo
  • Qual è la natura storica della critica cristiana alla alimentazione ebraica?

Il rapporto generale tra cristianesimo ed ebraismo ha evidentemente riflessi anche in ambito alimentare. Come sappiamo, diversi passi dei vangeli, degli atti e delle lettere cristiane manifestano un atteggiamento critico nei confronti delle regole alimentari ebraiche. Se la kósherut è orientata a costruire la fratellanza universale, che cosa deve prevalere, l’osservanza del precetto ovvero la comunanza? Il cristianesimo enfatizza l’idea di comunione, ossia il senso universalistico già contenuto nella alimentazione ebraica, ma da questa non portato alle sue estreme conseguenze.

Il cristianesimo universalizzando il principio della alimentazione kósher la supera. Con ciò il cristianesimo si pone come il vero ebraismo. Questa è la critica generale, costante, del cristianesimo all’ebraismo. Ma tale critica non può evidentemente essere accettata dall’ebraismo. Per l’ebraismo togliere di mezzo le Mitswót e quindi l’alimentazione kósher significherebbe regredire alla condizione degradata e caotica appena successiva all’origine.

  • Riguardo all’era messianica cosa dice la tradizione ebraica: si mangerà ancora e cosa si mangerà?

Questo è un grande tema. Come potrà il lupo dimorare accanto all’agnello? L’atto alimentare comporta sempre la morte e la distruzione di una creatura, sia essa pure un vegetale anziché un animale. In termini logici di rispetto questo significherebbe non mangiare più. Ma ciò risulta in chiara contraddizione con i tratti della gioia propri dell’era messianica, rappresentata dall’immagine del banchetto di grasse vivande.

Io ritengo che non esista una risposta certa e definitiva a questa domanda. Per cercare di rispondere, ora posso dire che l’era messianica coincide nell’ebraismo col momento della storia in cui il desiderio umano viene costantemente soddisfatto. Sarà il ritorno e insieme il raggiungimento della condizione originaria del gan Eden: sarà il ritorno al giardino dopo aver compiuto quel percorso etico, umano, di cui ho detto. Aggiungo quindi che nell’era messianica saremo ancora nutriti, ma senza sforzo umano.

  • E il digiuno? Che posto ha nell’ebraismo?

Il digiuno ha un posto importante. Il calendario ebraico prevede diversi digiuni. Il più noto e solenne è il digiuno di Kippúr. Yóm kippúrim – il giorno del digiuno – è il giorno delle espiazioni, il giorno in cui l’ebreo fa i conti con sé stesso. Non si mangia e non si beve per 25 ore. Ci si astiene da ogni lavoro come nel giorno di Shabbat. È un momento che chiede una grande trasformazione, sempre nel verso di educare sé stessi e il proprio desiderio, preparando in tal modo l’avvento del Messia. Il Messia arriverà – per noi ebrei – quando la nostra umanità adeguatamente educata ed eticamente emancipata si mostrerà all’altezza di accoglierlo.

Alimentazione oggi
  • Cosa può dire – da un punto di vista ebraico – dei movimenti vegetariani e vegani contemporanei?

Il mondo rabbinico non muove alcuna obiezione nei confronti di tali pratiche alimentari. Come ho detto, dallo stesso testo biblico si evince che l’alimentazione umana di animali è da intendersi quale ‘concessione’: nulla vieta dunque all’ebreo una pratica vegetariana o persino vegana. Per la Torah, l’alimentazione più naturale – se così si può dire – è senz’altro vegetale.

È pur vero che nella tradizione rabbinica non è mai stata molto diffusa la pratica vegetariana. Nella estrema pluralità delle figure di questo mondo, alcune di queste si sono dichiarate espressamente vegetariane ed hanno sostituito, nelle benedizioni, cibi animali con cibi vegetali, trovando le opportune giustificazioni giuridiche. Ma si tratta di casi piuttosto isolati. Questo perché – a mio giudizio – la tradizione ebraica non è mai radicale, né in un senso, né nell’altro. Come ho detto la tradizione è già equilibrata di suo: la pedagogia del desiderio non forza mai la mano e il buon compromesso è costitutivo della sua identità.

Noto che le diete vegetariane e vegane sono molto diffuse oggi in Israele, molto più che in Italia, ad esempio. Mi piace pensare che ciò sia coerente col principio universalistico contenuto nella Torah. E mi piace pensare che la crescente diffusione di dette pratiche in occidente derivi proprio da quel principio che sta alla radice della cultura occidentale. Ciò risulta peraltro coerente con gli intenti sempre più avvertiti oggi di salvaguardia dell’ambiente e di contenimento dei cambiamenti climatici.

  • A conclusione di questa intervista, professor Assael, ha una sua personale posizione da esprimere in merito?

Guardo con una certa ammirazione chi segue pratiche alimentari vegetariane. Mi capita di mangiare con persone che fanno questa scelta e tendo a rispettarla seduto allo loro stessa tavola.

Mi sta a cuore, tuttavia, evidenziare come possano darsi – e di fatto si diano – manifestazioni fondamentaliste proprio attraverso le pratiche alimentari. Purtroppo – ne ho fatto cenno a proposito della macellazione rituale – l’alimentazione è uno dei canali, affatto secondario, di ritorno dell’antisemitismo in Europa. Non voglio che si torni al paradosso – già conosciuto col nazismo – che si arrivi ad amare più gli animali degli esseri umani. Penso si debba essere estremamente accorti.

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