UE, libertà religiosa e interessi divergenti

di: François Foret

libertà religiosa

La rivista digitale Euractiv ha pubblicato l’11 maggio l’articolo di François Foret, Freedom of religion in EU diplomacy: Defending a cause or promoting divergent interests? Ne proponiamo una nostra traduzione dall’inglese.

libertà religiosa

Negli anni recenti, la UE ha intrapreso diverse iniziative per promuovere la libertà religiosa nel mondo, benché la causa abbia perso un poco del suo lustro nel contesto delle relazioni internazionali e abbia posto in questione l’idea dei diritti fondamentali come insieme indivisibile, scrive il prof. François Foret.

La UE promuove la libertà religiosa?

Si manifesta una ricerca di equilibrio tra diversi fattori: un’espressione simbolica di unità attorno ai principi fondamentali contrapposta ad una difesa calcolata di interessi talora divergenti della UE nel suo insieme, dei diversi Stati e delle diverse istituzioni comunitarie; la preferenza per il livello giuridico per contenere la dimensione conflittuale della religione piuttosto che un pragmatismo incline a piegare i principi per renderli compatibili con le condizioni di fatto.

L’emergere di una strategia europea per la promozione della libertà religiosa non è il risultato diretto di trattati, dal momento che la UE non ha competenza in materia, in particolare nella definizione di cosa (e di chi) sia religione.

Il prisma dei diritti umani – missione fondamentale e giustificazione ultima della UE – offre così l’unico repertorio per l’azione. La sua dimensione consensuale si attaglia ai migliori diplomatici che devono affrontare l’arduo compito di far parlare i 28 Stati membri con un’unica voce.

Questo spiega perché l’European Esternal Action Service (EEAS), lanciato nel 2011, abbia trovato che la libertà religiosa offre una causa simbolica con la quale è possibile affermare se stessa a un costo modesto quale soggetto politico nell’interlocuzione con Stati terzi e altre istituzioni UE.

Tuttavia, le cose si fanno sensibilmente più complicate non appena si passi dall’affermazione di principi alla traduzione in pratica. La nostra ricerca ha analizzato il caso delle Linee guida per la promozione e la protezione della libertà di religione e di credo, un documento che intendeva illustrare l’approccio adottato dal soggetti e partner della diplomazia europea in questo ambito.

Pubblicato nel 2013, il documento ha guidato un’indagine mondiale delle delegazioni EEAS nel 2015-2016, il cui impatto dovrebbe essere ufficialmente valutato nel corso del 2017.

I risultati principali dell’indagine confermano anzitutto l’importanza secondaria della religione nell’attività diplomatica. Nonostante la sua rilevanza quale problema da affrontare e la sua visibilità, continua a incontrare indifferenza, diffidenza se non ostilità tra il personale degli affari esteri, il cui ethos richiede di comporre le questioni emergenti con l’orientamento al compromesso fra gli interessi di tutte le parti in causa.

Anche ridimensionando la nozione di libertà di religione – una codificazione giuridica per se stessa potenzialmente controversa – la religione rimane una variabile eccessivamente fuori controllo per trovare agilmente posto nelle cartelle di lavoro dei diplomatici.

Tre pericoli

La UE è esposta ai difetti inerenti a qualsiasi politica che promuove la libertà religiosa. Tre pericoli restano in agguato: regionalizzazione, confessionalizzazione e religionalizzazione.

Regionalizzazione: ridurre la religione a libertà di religione finisce con il rendere la religione visibile solo dove la libertà di religione è minacciata, mascherandola così come una variabile operante all’interno delle democrazie consolidate e aumentando il rischio di opporre un mondo occidentale secolare e pacificato a un mondo in via di sviluppo dominato da passioni religiose e violazioni dei diritti fondamentali.

Confessionalizzazione: l’intento di misurare la libertà religiosa enfatizza le pratiche individuali, basate su una concezione della religione fortemente influenzata dal modello giudeo-cristiano che non necessariamente tiene conte della realtà di altre tradizioni spirituali, con la loro distinzione meno marcata tra sacro e profano e tra individuale e collettivo.

Le ineguaglianze tra religioni possono venire accentuate a vantaggio di quante fra esse hanno una gerarchia e dei leader che ne fanno udire la voce. In alcuni casi, la disparità è esplicita, ad esempio laddove alcuni soggetti politici europei difendono l’idea che la UE debba dare priorità alla protezione delle minoranze cristiane, minacciate in nazioni terze, in forza del loro patrimonio di civiltà.

Religionalizzazione: l’“ombrello” della libertà religiosa aperto dalla UE e da altre organizzazioni internazionali può indurre alcuni gruppi o individui a riformulare le proprie rivendicazioni originariamente secolari in termini religiosi, allo scopo di beneficiare dell’occasione d’oro così offerta loro. Particolarità sociali, economiche, culturali o territoriali possono così venire giocate avvolte da una dimensione spirituale che rende ben più complicato sciogliere le differenze.

Un “Inviato speciale”

Un ultimo aspetto della politica europea in materia di libertà religiosa che ha suscitato polemiche è stato la richiesta, nel 2016, da parte del presidente della Commissione europea, Jean-Claude Junker, di un mandato speciale per la promozione della libertà di religione o di credo.

Questa singolarizzazione della nozione ha amplificato la frammentazione della visione europea dei diritti fondamentali come un insieme indivisibile. La personalità del più anziano sul campo (lo slovacco Jan Figel, un ex commissario conosciuto come cattolico fervente) e l’annuncio dell’incarico alla presenza del papa in Vaticano ha conferito all’evento una connotazione “culturalista”.

Infine, il fatto che questo “Inviato speciale” riferisca non ad EEAS ma al commissario della cooperazione internazionale e lo sviluppo in carica ha amplificato la percezione dei problemi religiosi come specifici delle zone più povere del mondo e poco aiuta a chiarire il quadro di intervento della diplomazia UE.

Durante il primo mandato annuale di Jan Figel, il tema ha guadagnato una certa visibilità e ha ricavato il suo spazio senza particolari conflitti nella galassia istituzionale della Comunità, ma il suo impatto reale rimane incerto. La conferma dell’Inviato speciale per un ulteriore anno, annunciata nell’aprile 2017, non ha risolto le ambiguità del suo ruolo né superato le resistenze nei suoi confronti.

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