CEI-CRUI: senso e limiti di un manifesto

di: Andrea Toniolo
manifesto università

Mons. Stefano Russo (CEI) – Prof. Gaetano Manfredi (CRUI)

Il 15 maggio 2019 il presidente della Conferenza dei rettori delle università italiane (CRUI) e il segretario generale della Conferenza episcopale italiana (CEI) hanno sottoscritto un Manifesto per l’università. Ne hanno dato notizia, tramite comunicati stampa, le relative istituzioni, e soprattutto i siti cattolici, anche se non molti. Non mi pare abbia avuto particolare risonanza.

Il manifesto, molto denso, stilato a forma di tesi elencate, è certamente il frutto di un percorso condiviso tra le due realtà in causa.

Che valore ha un atto del genere? Come è da leggersi e quali sono le ricadute per il mondo universitario sia laico che cattolico, come pure per la società italiana?

Capisaldi umanistici

Innanzitutto, una breve parola sui contenuti, facilmente individuabili. Il manifesto è diviso in due parti.

Nella prima vengono esplicitati in nove punti gli intenti, i valori e gli ambiti che giustificano una comunanza di impegno e di collaborazione nella formazione universitaria: il diritto all’educazione e alla cultura, il ruolo di una comunità di studenti e docenti, l’umanesimo solidale, la promozione della cultura del dialogo e della libertà, il principio di autonomia e sussidiarietà, l’integrazione delle competenze, le collaborazioni internazionali, il tema dello sviluppo integrale, la sfida della cultura digitale. Si tratta dei capisaldi principali che hanno come terreno comune l’umanesimo, la visione dell’uomo nel contesto attuale e nelle sue radici cristiane.

Il primo elemento del manifesto ha un valore emblematico, rispetto agli attuali conflitti sociali o alle discriminazioni: «Tutti gli esseri umani di qualunque etnia, condizione ed età, in forza della loro dignità di persona hanno il diritto inalienabile a un’educazione».

Nella seconda parte, che consta di altrettanti nove punti, vengono esplicitati alcuni obiettivi pratici su cui entrambe le parti desiderano impegnarsi: sostanzialmente, la promozione di collaborazioni a diversi livelli, culturali, accademici, spirituali, come pure la realizzazione di accordi o protocolli comuni. Il tutto per dare attuazione alla “terza missione” dell’università, rispetto alla ricerca e alla didattica (la due missioni classiche): ovvero il dialogo con il territorio e con altre istituzioni accademiche e formative per mostrare la valenza sociale e pubblica della formazione universitaria. Rappresenta l’aspetto di novità su cui insiste il Processo di Bologna.

Incoraggiamento

Qual è il valore di tale sottoscrizione? Tenendo conto della realtà italiana e del regime di separazione tra mondo laico e mondo cattolico, segnato in passato da pregiudizi reciproci, una manifestazione comune di intenti sull’idea di università ha certamente un grande valore, va salutata con favore.

Non è un fulmine a ciel sereno, ma si inserisce in una serie di felici iniziative locali, dove si sperimentano già forme di collaborazioni con convegni, percorsi formativi, convenzioni accademiche. Questo grazie anche alla pastorale universitaria delle diocesi e alla rete di relazioni avviate da istituzioni accademiche cattoliche, come Facoltà teologiche o Istituti superiori di scienze religiose. Un atto nazionale rafforza e incoraggia l’esistente.

In regime di separazione, ovvero non essendoci istituzioni teologiche nel mondo universitario laico – abbiamo università cattoliche ma non esistono realtà accademiche della Chiesa cattolica nel mondo universitario laico se non qualche rara eccezione – il dialogo tra i saperi strutturati, tra le diverse visioni del mondo e dell’uomo, non ha altra strada se non quella delle cooperazioni, degli accordi, delle iniziative comuni, del dialogo: questa è la via italiana.

L’atto non è sottoscritto dalle autorità istituzionali più alte come il ministero della pubblica istruzione (MIUR) e la Congregazione per l’educazione cattolica, ma da soggetti autorevoli, responsabili delle istituzioni locali, i rettori delle università e la Conferenza episcopale italiana, in quanto responsabile della pastorale negli ambiti dell’università. Non ha quindi carattere vincolante ma di promozione; del resto, sono le persone e non le strutture che agiscono. Rappresenta un segno di alleanza educativa («insieme attori e alleati»), che riconosce il bene alto della formazione e del servizio delle istituzioni accademiche in un territorio.

In maniera significativa, l’accordo avviene quasi al termine del decennio che la Chiesa italiana ha dedicato all’educazione: Educare alla vita buona del Vangelo, dove in molti passaggi si auspicano alleanze tra vari soggetti educativi.

Veritatis gaudium (2017)l’ultimo testo normativo del magistero per le realtà accademiche ecclesiastiche – presenta, tra i principali criteri di rinnovamento degli studi ecclesiastici, quello della interdisciplinarietà e quello del “fare rete”, in modo da formare all’unità nella pluralità delle esperienze e delle forme della realtà.

Assenze giuridico-istituzionali

Il gesto può essere letto anche in continuità con l’accordo, firmato mercoledì 13 febbraio 2019, fra MIUR e Congregazione per l’educazione cattolica per il riconoscimento dei titoli di studio forniti dalle università pontificie e dagli Istituti superiori di scienze religiose. Una firma invocata da decenni, che certamente promuove la cooperazione tra università laiche e cattoliche. Dopo più di tre mesi, però, mancano i decreti attuativi, e di quell’accordo non si conoscono ancora gli effetti e le modalità concrete.

Una nota critica finale. Si lavora molto a livello di intenzioni, di manifesti – non è poco –, ma rimane ancora troppo debole la parte attuativa, concreta, giuridica e istituzionale, che tuteli e riconosca la qualità e il valore della formazione accademica ecclesiastica, da una parte, e, dall’altra, che favorisca anche in seno al mondo cattolico il confronto con il pensiero plurale e post-moderno.

L’autore è docente presso la Facoltà Teologica del Triveneto-Padova.

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Un commento

  1. Marco Mazzotti 26 maggio 2019

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