Germania: la grande fragilità

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Almeno sulla carta, la Germania ha la sua grande coalizione, con la possibilità di arrivare a formare un governo entro Pasqua. Appunto, sulla carta (che comunque nel sistema istituzionale tedesco ha un valore e rappresenta un’obbligazione impensabile in Italia).

Per comprendere meglio il travagliato iter che ha portato alla firma del «patto di coalizione» fra CDU-CSU e SDP, e la fibrillazione in cui quest’ultima è entrata fin dal giorno dopo, bisogna ripercorrere brevemente i tratti costitutivi della Germania post-bellica.

Germania la grande fragilità

L’ombra lunga di Weimar

L’architettura costituzionale che la Repubblica Federale Tedesca si è data dopo la fine della II Guerra Mondiale, di cui fa parte anche il complesso sistema elettorale, è tesa a garantire la governabilità del paese per l’arco di un’intera legislazione. Il punto di massima evidenza di questa preoccupazione e tutela istituzionale è la cosiddetta «crisi costruttiva» del governo in carica. Ossia la possibilità di far cadere un governo solo sulla base di averne uno alternativo già pronto all’interno dello stesso Bundestag. Escludendo così, di principio, ogni ricorso anticipato alle urne elettorali.

Sempre in questa direzione si muove lo sbarramento al 5% per l’ingresso nel Bundestag di un partito. Norma legislativa pensata immaginando i due grandi partiti popolari (CDU e SPD) come perpetuamente capaci di raccogliere la quasi totalità dei voti, lasciando spazio a forze politiche terze con cui organizzare eventualmente una compagine di governo.

Il sistema ha funzionato probabilmente oltre ogni aspettativa, riuscendo ad assorbire l’ingresso dei Verdi nel Bundestag, la scomposizione dello spettro social-democratico con la nascita della Linke, la crisi della FDP uscita per una tornata elettorale dal Bundestag.

Le elezioni federali dello scorso settembre non hanno solo visto un ritorno oltre ogni aspettativa della FDP, ma anche l’ingresso nel nuovo Bundestag dell’Allianz für Deutschland. Da un punto di vista di un’architettura istituzionale disegnata per la governabilità, il problema centrale non è tanto quello di chi entra nel Bundestag ma di quanti partiti vi sono presenti (e della corrispondente distribuzione dei seggi).

Merkel: da cancelliera a statista?

Come candidata al cancellierato del partito che ha ottenuto la maggioranza relativa, Merkel si è trovata per la prima volta nella sua carriera non davanti a una questione di pragmatica politica, ma a una di carattere strettamente istituzionale. Né con chi, né come governare il paese nei prossimi quattro anni, ma la possibilità stessa della governabilità della Germania.

Nel corso di una notte Merkel è stata catapultata dall’essere una rappresentante politica (di parte) all’essere la garante dell’intero sistema istituzionale della Repubblica Federale. Situazione del tutto inedita, ed estremamente delicata, immediatamente compresa dal presidente in carica, Frank-Walter Steinmeier; ma quasi del tutto non percepita dall’opinione pubblica tedesca e internazionale.

Dopo l’azzardato non possumus espresso dal candidato alla cancelleria della SPD, Martin Schulz, nella notte stessa delle elezioni, che escludeva ogni partecipazione ad un’eventuale Große Koalition, Merkel si è trovata a dover agire non come politica ma da donna di Stato.

Il giro di sondaggi per l’eventualità di una cosiddetta coalizione «Giamaica» (CDU-CSU, FDP e Verdi) è stato un atto prettamente istituzionale. Da un lato minore, con la riabilitazione del potere di rappresentanza della FDP. Su quello maggiore, per la riabilitazione della SPD all’imperativo istituzionale della governabilità del paese, dilapidata politicamente non tanto dall’esito delle elezioni ma dalla loro immediata gestione comunicativa.

Un primo passo per Merkel nel territorio, finora a lei ignoto, dell’essere una statista nel senso alto del termine. Passo che l’avvicina a Kohl non solo nella gestione del potere, ma anche per quanto riguarda la qualità istituzionale del suo esercizio.

Steinmeier: il dovere istituzionale della politica

Dopo l’irrilevanza del fallimento politico di questo primo tentativo di formazione di una coalizione di governo, l’invito rivolto alla SPD a sedere intorno al tavolo di sondaggio per una Große Koalition è giunto, di fatto, dallo stesso presidente Steinmeier. Massimo riconoscimento per la SPD dell’essere all’altezza istituzionale di un passaggio politico critico per la Repubblica Federale.

Merkel, sia nella gestione degli incontri di preparazione sia nella formulazione del «patto di coalizione», come nella configurazione ministeriale del nuovo governo, si è mossa seguendo la linea di questo tratto esplicitamente istituzionale richiesto ai due partiti popolari. Un passo ulteriore verso un profilo da statista, ossia di chi può fare un pezzo di storia e non solo gestire la provvisorietà del potere. In questo caso un pezzo di storia dell’Europa, intesa per la prima volta da un governo Merkel non come un problema per la Germania, ma come la sua stessa destinazione politica.

Schulz ha commesso l’errore di sedersi al tavolo delle trattative come guida della SPD, scambiando il riconoscimento istituzionale accreditato alla SPD da Steinmeier con una una legittimazione politica personale. La sua rinuncia al ministero degli esteri e le dimissioni da ogni carica interna al partito il giorno dopo la firma del «patto di coalizione» sono l’esito inevitabile del miraggio ottico da cui si è lasciato sedurre.

Qual è il soggetto legittimato dal sistema democratico?

Con le dimissioni di Schulz, la SPD mostra non solo la sua fragilità rispetto al mandato istituzionale di cui è stata investita, ma anche una problematica comprensione dei processi di legittimazione impliciti al sistema democratico della politica.

La scelta, non nuova, di sottoporre la partecipazione della SPD alla Große Koalition al voto degli iscritti al partito esautora di fatto la rappresentanza parlamentare dall’essere il soggetto legittimato dal processo democratico e, quindi, dall’essere il luogo istituzionale della decisione politica. Con questo, oltre a minare la qualità istituzionale della governabilità, la SPD rischia di implodere nell’insignificanza di un’auto-referenzialità che vive del rispecchiamento di se stessa.

Ciò ha permesso a quei settori della CDU-CSU interessati più al massimo guadagno immediato, che a costruire la storia di una Germania finalmente europea, di cercare di intaccare l’orizzonte complessivo immaginato da Merkel per il prossimo governo e per le proprie ambizioni personali – detta in una battuta: che faccia la cancelliera, ma non la statista di una Germania che costruisce un’Europa trans-nazionale.

Il 4 marzo verranno resi noti gli esiti del voto da parte degli iscritti alla SPD. L’assetto della Große Koaltion su cui devono decidere potrebbe rappresentare il quadro istituzionale per una nuova identità politica del partito stesso: la Merkel statista europea non ha bisogno di un partner subordinato e ridotto all’irrilevanza, ma di una forza creativa e idealista che sa di non poter trovare nelle proprie file.

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