Messa domenicale: un precetto moribondo?

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Due confessioni a confronto

In confessionale, una donna meridionale, ben addobbata per la festa e dalla lingua lunga: «Padre, io sono stata una pecorella smarrita; per vari anni non ho praticato, benché venga da una famiglia bellissima e molto cattolica; adesso vivo con un bravo marito e con tre tesori di figli; qualche mese prima di Natale ho ripreso la via della chiesa e vengo quasi ogni domenica alla messa. Sa perché?… Ho riscoperto che la messa è una vera forza e una gioia per tutta la famiglia. A parte le belle prediche che sento qui… Certo, qualche volta anche noi manchiamo…».

Negli stessi giorni, e sempre in confessionale, varie persone di ogni tipo e dalla lingua meno lunga però sempre ben pronta a sciorinare parole, scuse, spiegazioni e richieste di comprensione e perdono: «Caro don, come posso venire tutte le domeniche? Bambini piccoli e chiassosi, malanni improvvisi, il marito (o la moglie) lavora anche di festa, c’è l’uscita da città come Milano per il week-end, i nostri vecchi ci vogliono a casa loro…» e via di questo passo.

Far festa contro lo stress

Certo, la Chiesa fa bene a insistere sul valore della festa cristiana e in particolare della santa messa, perché fare festa è un’esigenza fisica, psicologica (anti-stress) e religiosa: ci ricorda che la vita non è solo attività materiale, lavoro o studio, far soldi, accumulare, sfaticarsi fino magari anche all’esaurimento… C’è dell’altro: il vivere la “letizia dell’amore” in famiglia, il riposarsi, un giusto svago, l’incontro con parenti e amici, il sedersi per guardare con calma il proprio passato, il presente e almeno l’immediato futuro proprio e dei propri cari (senza perdere lo sguardo sul mondo circostante della città e del povero mondo variopinto come un gran parco con tanti fiori e qualche erbaccia).

Nel fare festa la Chiesa ha inserito un momento prezioso e bello. Già gli ebrei avevano inserito nella festa del sabato il riposo (possibilmente) per tutti: liberi e schiavi, anziani e giovani e anche per le bestie da soma (Es 20,8-11)! Fare festa insieme, ma anche per ricordare le opere di Dio, la chiamata di tutti ad una festa eterna, la necessità di ognuno di tirare il fiato per poi riprendere il più o meno duro lavoro quotidiano. Questo il senso dell’antico comandamento: «Ricordati di santificare il sabato» (trasformato dalla Chiesa in «santificare le feste»).

Dal sabato ebraico alla festa cristiana

Gesù stesso, da buon ebreo, santificava il sabato, sia pure un po’ a modo suo: per lui il sabato doveva servire soprattutto perché anche i paralitici o i lebbrosi che guariva potessero far festa. I primi cristiani, ancora in gran parte ebrei, da una parte, seguivano l’usanza sabbatica (per quanto gli era possibile vivendo nel mondo pagano che aveva altri calendari); dall’altra, ben presto se ne staccarono e preferirono il «primo giorno dopo il sabato»: in ricordo delle apparizioni del Signore risorto, chi poteva si radunava in un luogo comune (magari una casa o all’aperto) e riviveva in modo comunitario la “memoria” della vita di Gesù, specialmente dell’«ora in cui veniva tradito», mentre lui si dava corpo e sangue ai suoi poveri e peccatori discepoli (compresi Giuda e Pietro che stava per rinnegarlo), come avvio al donarsi nella passione e nella nuova vita di Signore risorto e salvatore di tutti. Così i cristiani antichi davano senso al loro oggi, all’attesa della futura eternità, al loro essere Chiesa-comunità (in tali occasioni raccoglievano anche offerte per i bisognosi: 1Cor 11,17-34; 16,1-4; san Giustino verso il 150 d.C. in una sua apologia).

Tutto ciò senza alcun precetto. E neppure ne sentivano il bisogno! Solo nei primi anni del secolo IV, ossia poco dopo il 300 e ancora in clima di persecuzioni (terribile quella di Diocleziano), in Spagna sorsero le prime leggi sulla domenica: «Se qualcuno, per tre feste successive e senza gravi motivi, non parteciperà alla messa, sarà scomunicato»! A poco a poco quel precetto, tipicamente cristiano, divenne legge comune, cui si aggiunse anche l’impegno dell’astenersi dai lavori servili, per favorire anche ai servi-schiavi la partecipazione alla messa. Così veniva recuperato e rinnovato anche lo spirito del sabato ebraico.

Quindi il precetto festivo cristiano non era fine a se stesso, ma voleva permettere a tutti (possibilmente) di riunirsi con la comunità vicina per rivivere la memoria di Gesù, rinfrancare la speranza, testimoniare l’amore fraterno e verso tutti i bisognosi. Rinvigoriti da tale incontro, essi potevano riprendere il cammino quotidiano, anche con il rischio di persecuzioni.

Dopo l’Editto di Milano di Costantino (313) la situazione cambiò e cominciò anche un progressivo raffreddamento nel clero e nei laici verso la vita di fede e verso la stessa messa. La Chiesa tentò in vari modi (predicazione, catechesi, iniziazione ai sacramenti, riflessione di Padri e teologi, concili e nuove leggi, devozioni e riti di vario tipo ecc.) di recuperare o di tenere sveglio lo spirito autentico della vita cristiana e della partecipazione alla messa.

Il meglio per l’oggi e qui

Oggi come agire? Il mondo moderno è diverso da quello antico, anzi il nostro da quello di qualche decennio fa. Sincera e vera la seconda confessione di cui sopra. Non si può più pretendere una partecipazione all’eucaristia come una volta e non si possono più ripetere discorsi e prediche come se nulla fosse cambiato. Già sono state introdotte nuove usanze, come quella delle messe vespertine e del sabato sera, ma non sembrano sufficienti. Clero e laici dobbiamo riflettere e cercare: da una parte, riscoprire e far riscoprire – è fondamentale e tocca la crisi della fede – il valore prezioso per tutti della domenica e della messa (vedi la prima confessione descritta sopra), dall’altra, tenere presenti le nuove circostanze sociali. Ci potrebbero aiutare anche i missionari, date le situazioni dei territori (a volte vastissimi) delle loro missioni. Avanti la creatività, anche fantasiosa, di tutti.

Per adesso, almeno una certezza: coloro – pochi o tanti che siano – che abbastanza facilmente possono godere della messa festiva, siano interpreti convinti della loro fede gioiosa presso altri familiari e amici. Oltre che collaboratori nella ricerca di nuove vie a servizio dello Spirito e della Chiesa. Per esempio: cominciare a ridurre le feste di precetto (specialmente quelle meno “sentite” qua e là, anche perché troppi precetti moltiplicano i peccati), rinunciare ad avere un unico giorno festivo comunitario e aprire la partecipazione alla messa di precetto anche, supponiamo, al giovedì; aumentare le messe di precetto al sabato e alla sera della domenica ecc. Tutto ciò solo a mo’ di ipotesi e per aprire a varie proposte. Sempre che ci teniamo davvero al valore prezioso del “memoriale” eucaristico, almeno in qualche modo comunitario. E senza pretendere soluzioni valide dappertutto; anche per il fatto della carenza eventuale di presbiteri.

A proposito di quest’ultima carenza: bisognerà chiedersi con prudenza, ma anche con parresia: è più importante la presenza di un presbitero celibatario per la messa comunitaria o che comunque sia garantita innanzitutto questa, sia pure con altri suoi presidenti?

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