Golfo: cambio mentalità, indotto del petrolio

di: Francesco Strazzari

L’abbassamento del prezzo del petrolio sta comportando un cambiamento che direi radicale nel mondo degli stranieri che lavorano nel Golfo. Moltissimi sono partiti, moltissimi altri hanno ricevuto la lettera di termine del contratto e dovranno partire. La compagnia Bin Laden dell’Arabia Saudita (fondata dal padre del famoso terrorista Bin Laden) ha già licenziato 50.000 dei suoi 165.000 dipendenti. Tuttavia, non si esclude che si tratti anche di una mossa politicamente studiata.

Tutti i paesi del Golfo, eccetto l’Emirato di Dubai, hanno basato la loro economia sul solo petrolio. Perciò ora si trovano in gravi difficoltà. Tutti avrebbero bisogno di un forte rialzamento del prezzo del petrolio per poter riprendersi. Per coprire le loro spese alcuni stati avrebbero bisogno che il prezzo del petrolio fosse intorno ai 137 $ al barile. Siamo quindi ben lontani dal prezzo attuale. Quasi tutti gli stati si trovano press’a poco nella stessa situazione.

La ricchissima Arabia Saudita si sta muovendo decisamente verso un’economia diversificata.

Per la prima volta il governo saudita ha reso noto il suo programma economico. Il punto di partenza per il nuovo sviluppo economico è stato fissato per il 2030. Da quell’anno inizierà la possibilità di avere una green card per gli uomini d’affari. È vero che per ora essa è limitata ai soli arabi e musulmani, ma sono convinto che questo primo passo porterà ad un’estensione della green card anche ad altri, per cui l’afflusso di tante altre persone in Arabia Saudita avrà sicuramente effetti positivi per il graduale cambiamento della società.

Accanto all’improvviso problema dell’abbassamento del prezzo del petrolio e della conseguente perdita di lavoro per molti stranieri, nel Golfo è in atto anche un processo di “localizzazione” del personale lavorativo. Cioè, in tutti i paesi dell’area si sta imponendo alle varie compagnie, comprese le scuole e le università, di assumere personale locale. Per esempio, il Kuwait esige che anche nelle scuole private il 20% del personale docente e di quello amministrativo sia kuwaitiano. Lo stesso in Arabia Saudita. Non è tuttavia sufficiente fare una legge perché tutto continui regolarmente, come quando gli stranieri avevano la gestione di tutto in mano. Bisogna anche educare i locali al lavoro. In una scuola privata del Kuwait è successo che l’insegnante locale si è presentato a scuola, ha fatto lezione per 20-30 minuti e poi se n’è andato, senza avvertire la Direzione. I ragazzi sono rimasti senza insegnante, all’insaputa della Direzione. Poi, lo stesso insegnante è riapparso dopo 10 o 20 giorni ripetendo lo stesso schema. La scuola ha dovuto dirgli di restare a casa, mandandogli a casa il salario (molto più alto di quello di un docente straniero di pari livello) e ingaggiare al suo posto uno straniero. Quindi, spesa doppia. Abituati ad avere soldi senza fatica, tanti locali hanno difficoltà a pensare che devono lavorare se vogliono vivere e far vivere la loro famiglia. È una mentalità che deve cambiare. Occorrerà una formazione diversa, che deve essere data nelle scuole e nelle università. La fatica deve essere considerata un elemento essenziale nella vita di una persona.

Siamo in un periodo di transizione che durerà a lungo e che non sarà facile per nessuno, né per gli stranieri né per i locali.

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