Immigrazione: Dossier IDOS

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L’autunno del 2021 ha portato con sé un susseguirsi di presentazioni di dati e di informazioni sulle migrazioni in Italia e nel mondo. Dal Dossier Statistico Immigrazione IDOS-Confronti, al Rapporto Immigrazione Caritas-Migrantes.

Tutti riconoscono, in base a sicuri dati ISTAT condivisi, che l’anno 2020 è stato un anno di contrazione dell’immigrazione, anche se, in termini di numeri assoluti, il calo di residenti stranieri rispetto al 2019 è stato “solo” di 26.422 unità, – 0,5%. I residenti stranieri in Italia a fine 2020 erano 5.013.215.

Il calo più consistente si è registrato negli arrivi in Italia, -147.622, ossia – 33%, rispetto al 2019. La stessa cosa riguarda chi durante il 2020 invece ha lasciato l’Italia: -29.485, pari a – 48,4% rispetto al 2019. L’unico dato positivo, sempre nel 2020, è il saldo demografico della popolazione immigrata in Italia: + 59.389 di nuovi nati rispetto ai 9.323 decessi.

Negli ultimi anni non si è assistito dunque ad una crescita significativa della popolazione straniera residente, neppure con l’apporto dei richiedenti asilo, quelli, per intenderci, giunti coi barconi. Certo il 2020 resta un anno speciale, come in parte lo è stato il 2021 a causa della pandemia, che ha ridotto di molto la mobilità transfrontaliera, sia verso i paesi europei che verso gli altri continenti. Il dato di stabilizzazione era già tuttavia evidente nel 2019.

I dati e le narrazioni

Ora, tutti i rapporti prendono atto della tendenza descritta dai numeri e, per differenti canali, cercano di rendere pubblica la situazione. L’anomalia sorprendente è data dal fatto che tale corposa opera di diffusione di dati non scalfisca le narrazioni pubbliche fatte dalla politica e da alcuni social che continuano a parlare di invasione e continuano a manipolare la verità.

Pare che la negazione dell’evidenza – per quanto limitata ad alcune misurazioni- assuma un valore indiscutibile solo perché ribadita in tutte le salse. Una carenza perniciosa di capacità critica, non solo ascrivibile al singolo cittadino, ma anche alle cosiddette “classi parlanti”, lascia praterie di illazioni e di mistificazioni a beneficio dei ciarlatani.

Tutti gli strumenti di conoscenza del fenomeno migratorio messi a disposizione dai diversi istituti o centri di ricerca offrono ampia possibilità di apprendimento e fattiva opportunità di verifica di quanto viene affermato, poiché si fondano su dati e informazioni istituzionali, non su visioni oniriche.

Altro fenomeno preoccupante – anche questo esaustivamente trattato da alcuni anni – riguarda non tanto chi entra in Italia, ma chi abbandona l’Italia: +109.528 persone nel solo 2020. Un numero che cresce ancora, anche se meno rispetto agli anni precedenti. Pare tuttavia che la politica nostrana non sappia fare altro che accapigliarsi sugli sbarchi di Lampedusa o sull’arrivo di alcune migliaia di disperati dal confine sloveno, più che sui 5,6 milioni di italiani ormai residenti all’estero.

La sorte di chi se ne va, giovani, famiglie, professionisti e operai non impensierisce un Paese che ormai ha un’età media di 46 anni, il che vuol dire 180 anziani per ogni campione di 100 giovani. Sembra che l’unico problema siano alcune decine di migliaia di arrivi: precisamente 57.000 all’11 novembre 2021, inclusi 10 mila minori non accompagnati.

La fragilità della politica europea

In questo periodo storico in cui non solo il Mediterraneo, ma anche le frontiere orientali dell’Europa sono teatro di respingimenti cruenti verso Paesi non sicuri, come Libia, Turchia o Bielorussia, l’indifferenza della politica la fa da padrona.

Anziché cercare di capire quali siano gli obiettivi strategici dei nuovi attori entrati in gioco, soprattutto dai Paesi citati, ci si esercita a delegittimare i valori fondativi della nostra Costituzione e dei valori della Carta Europea dei Diritti Umani. Il popolo dei migranti, condannato a vagare da una frontiera all’altra per trovare un pertugio di salvezza e di dignità, resta il capro espiatorio, la vittima sacrificale, dell’inconsistenza e dell’inettitudine delle istituzioni europee, tenute sotto scacco dagli interessi di bottega dei singoli Stati membri.

La vera tragedia – accanto a quella vissuta sulla pelle dalle vittime – è la scarsissima credibilità negoziale di una sommatoria di Stati incapaci di cedere parte della propria sovranità e competenza a favore di una sorte che non può essere che comune, pena il disfacimento dell’Europa.

Ormai sono più di 40.000 i chilometri di confine sbarrati da muri, fosse scavate e barriere di ogni tipo edificate nel mondo, con immenso dispendio di risorse, solo per impedire la mobilità umana: non di eserciti, bensì di famiglie – uomini, donne e bambini -, persone in cerca di sopravvivenza e di dignità.  Molti “muri” sono proprio qui, in Europa. E si stanno moltiplicando.

La fragilità della politica estera europea si manifesta in tutta la sua nudità in 9 miliardi di euro messi a disposizione del premier turco Erdogan che sta usando da anni i fuggiaschi siriani come bomba umana di ricatto. Sono dunque più importanti gli interessi e gli investimenti tedeschi – e italiani – in Turchia rispetto alle migliaia di disperati che vengono usati nelle manovre ricattatorie di un dittatore che mira a ridicolizzare le istituzioni europee?

Lo stesso discorso vale per la Libia, a cui l’Italia ha versato complessivamente circa 1 miliardo di euro per trattenere o impedire le partenze delle barche verso le nostre coste. Che dire poi dei 92 milioni di euro dati dall’Europa alla Bosnia per trattenere i flussi della rotta balcanica nel “collo di bottiglia” verso la Croazia?  Si stanno delocalizzando pure i confini, pagando Stati-satrapo, assai infidi. È un dèja vu. Già prima del 2004, infatti, si finanziavano i nuovi Paesi candidati all’ingresso nell’Unione Europea per contenere le spinte migratorie che provenivano e transitavano da quelli verso, soprattutto, la Germania.

L’Europa con 36,5 milioni di cittadini stranieri migranti, di cui il 39,4% comunitari e il 60,6% da Paesi terzi, avrebbe avuto tutto il tempo di elaborare politiche negoziali con i Paesi di partenza, cercando di superare o di coinvolgere quelli di transito. L’ampliamento istituzionale dei corridoi umanitari e una politica dei visti di ingresso condivisa dai 27 paesi dell’Unione avrebbe potuto potrebbe ancora mitigare il calvario di migliaia di persone.

L’invecchiamento dell’Italia

Il bisogno di manodopera nell’agricoltura, nei servizi e nell’edilizia è lamentato in tutta Europa, non solo in Germania o in Italia. Nel nostro Paese, in particolare, sappiamo ormai da tempo sussistere una vera e propria carenza di capitale umano. Siamo destinati ad un inesorabile invecchiamento.

Tra alcuni anni molto probabilmente raggiungeremo un’età media di 52 anni, con un dividendo demografico in cui la minoranza dovrà farsi carico della maggioranza degli inattivi, minori e soprattutto anziani. Il sistema di sicurezza sociale di questo passo va incontro al collasso. Gli analisti economici sono ben al corrente di ciò che potrebbe accadere nel prossimo futuro nel nostro Paese, così come negli altri in Europa, mentre lo slogan elettorale preferito e più diffuso resta l’attacco al “clandestino”.

E nonostante tutti i risultati della ricerca socioeconomica, scientificamente collaudata, certifichino l’apporto positivo per l’economia nazionale da parte del capitale umano fornito dai flussi migratori, lo stucchevole dibattito pubblico è ancora fermo sullo stereotipo dello straniero che arriva al nostro desco per approfittare del benessere e per sottrarre risorse al nostro welfare.

Il saldo positivo di 4 miliardi di euro dovuti sia a versamenti previdenziali che al gettito per tasse e imposte pagate da parte degli immigrati – ossia 29,25 miliardi incassati nel 2020 a fronte di 25,25 di spese – non fanno breccia nelle menti intorpidite – o freddamente calcolatrici per interessi elettorali – di chi evoca supposti privilegi riservati agli ultimi arrivati a detrimento dei bisogni della “nostra gente”.

Nel frattempo, due dibattiti importanti sono già scomparsi dall’attualità.

Starnieri naturalizzati: contributo al paese

Il primo riguarda il mancato riconoscimento dell’apporto dato all’economia, alla cultura e alla società intera, da parte dei cittadini stranieri naturalizzati italiani. Sono 898.491 le persone che dal 2015 al 2020 affiorano con la loro esistenza solo quando consentono di vincere medaglie nelle competizioni internazionali coi colori dell’Italia.

Peraltro, permangono nella zona grigia di un Paese che non promuove la loro presenza qualificante negli apparati della pubblica amministrazione, soprattutto nella scuola, solitamente luogo di riscatto morale per chi viene compresso sul fondo della piramide sociale. La proposta dell’acquisizione della cittadinanza italiana da parte dei ragazzi e giovani nati e/o scolarizzati in Italia – oltre 1 milione – giace penosamente nelle aule del Senato italiano da diversi anni.

Ultimamente è ritornata nell’agenda per iniziativa dell’attuale segretario del Partito Democratico, senza tuttavia raccogliere sufficienti consensi per riavviarne l’iter legislativo. Il mancato riconoscimento di un atto che legittima profondamente la percezione di appartenenza ad un corpo sociale coeso e solidale, mina la tenuta delle relazioni tra i cittadini.

E questo avviene anche se, nell’autunno del 2019, il 62,8% degli italiani si era espresso favorevolmente sullo jus soli, in tutte le sue possibili declinazioni culturali, contro un 37,2% di contrari. Non è forse la politica effettivamente scollata dal Paese reale?

Una partecipazione inesistente

Il secondo tema – totalmente accantonato dalla politica – è quello della mancata partecipazione politico-amministrativa di milioni di contribuenti immigrati, esclusi dalla vita delle comunità locali.

Benché l’Europa, sin dagli inizi degli anni ’90 del secolo scorso, stia adottando la Convenzione di Strasburgo, ratificata solo parzialmente dall’Italia, per garantire ai cittadini immigrati, legalmente residenti in uno stato membro da almeno 5 anni, la partecipazione alla vita sociale della comunità di arrivo, inclusa la possibilità di voto attivo e passivo nelle elezioni locali, nulla è accaduto in Italia. D’altro canto, solo dal 1996 i cittadini comunitari possono votare alle elezioni comunali nel Paese UE di propria residenza.

Ma, alcuni Stati europei, già prima della Convenzione, riconoscevano il diritto di voto amministrativo agli stranieri residenti regolari: la Danimarca dal 1981, la Gran Bretagna dalla fine degli anni ’40 del Novecento per i cittadini del Commonwealth, l’Irlanda dal 1963, la Norvegia dal 1993, la Svezia dal 1975, l’Olanda dal 1985. Nel mentre l’Italia, con la legge n. 91 del 1992, ha innalzato il periodo di residenza atto ad acquisire la naturalizzazione italiana da 5 a 10 anni.

Da allora nulla è cambiato. Eppure, il diritto di voto amministrativo rappresenta la strada maestra per l’inclusione delle minoranze immigrate. Senza la possibilità di partecipare alle progettualità della collettività in cui si cresce e si lavora, condividendone opportunità e difficoltà, diventa difficile negoziare un patto sociale onnicomprensivo.

La mancanza di diritti, l’esposizione continua a dinamiche discriminatorie, producono altro che separazioni e differenze che indeboliscono tutto il corpo sociale, delineando un futuro denso di nubi e di incertezze.

Ed infatti – specie gli elementi migliori anche tra le persone immigrate – se ne vanno.

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