Aurore e notti

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natale

Il monaco benedettino della Congregazione Sublacense Cassinese (Fasano, 1964), dottore in Teologia Spirituale, fondatore della Koinonia de la Visitation a Rhême-Notre-Dame (AO), nell’ottobre 2021 è stato nominato priore dell’abbazia di Novalesa, fondata nel 726 e situata in Val Cenischia (Susa), appartenente alla Città Metropolitana di Torino, che se ne prende cura. Egli intende coniugare la vita monastica con l’ascolto delle sofferenze degli uomini e delle donne del nostro tempo.

Con il suo stile intriso di spiritualità biblica e di sensibilità umana, egli traccia un cammino di preparazione e di celebrazione del mistero del Natale. Ventidue brevissime meditazioni preparano la celebrazione riflettendo sulle nove aurore che separano il 16 dicembre dal Natale, sulla luce gentile che appare il 25 dicembre e sulle dodici notti che prolungano l’adorazione e l’attuazione del mistero fino all’Epifania.

Nel Natale non si celebra la ricorrenza della nascita del Signore, ma il memoriale dell’incarnazione del Verbo nei limiti dello spazio e del tempo. Questo mistero impone di pensare alla divinizzazione dell’uomo non in termini spiritualizzanti ma in termini di «incarnazione», ossia di trasformazione e di comunicazione della vita divina alla vita stessa degli uomini. È il meraviglioso scambio tra l’umano e il divino celebrato dai Padri con l’immagine del divinum commercium.

Nella celebrazione del Natale del Signore viene offerta ogni anno all’uomo la possibilità di «verificare quanto il Cristo – che portiamo dentro di noi come seme che viene dallo Spirito – è cresciuto dentro di noi» (p. 6).

Nell’ascolto amoroso della Parola di Dio e nella celebrazione dei sacramenti, si può verificare quanto e come il nostro desiderio di Dio si stia trasformando in presenza di Dio in noi. Essenziale nell’economia della salvezza è proprio la nascita di Cristo nell’anima, in ciascuno di noi, afferma l’autore. E lo conferma con un detto folgorante di Angelus Silesius: «Quand’anche il Cristo fosse nato a Betlemme mille volte, se non nasce in te, tu sei perduto per l’eternità».

Aurore e notti

Ogni capitoletto del volume comprende parte del testo biblico del vangelo del giorno, una breve meditazione, una preghiera che riprende il tema principale della meditazione e un’invocazione orante che implora intensamente la venuta del Signore Gesù.

Dal 17 al 24 dicembre l’invocazione riprende le Antifone in O proprie della liturgia dei Vespri.

Dopo il Natale, la preghiera finale si concentra invece sul meraviglioso scambio che si è attuato con l’incarnazione, favorendo maggiormente la contemplazione.

La riflessione dell’autore esprime in una prosa spesso lirica e poetica il mistero immenso e gioioso dell’incarnazione che realizza l’assunzione dell’umano da parte del divino, senza alcuna spiritualizzazione indebita.

Dio si incarna nella vita umana, facendo sbocciare la vita e la luce, in vista di un movimento vita che porti alla piena esplicazione del desiderio di vita e di felicità insito nell’uomo.

Nei brani biblici si incontrano personaggi che accompagnano il cammino orante dell’uomo.

Giovanni Battista è la lampada che prepara la venuta della Luce, che esorcizza la paura che le tenebre abbiano l’ultima parola. L’attesa messianica di Israele, mediante l’opera chiarificatrice del Battista, diventa intima preparazione a fare spazio alla carne del Verbo nella parola del Vangelo. L’invocazione non può essere che rivolta all’annunciato dai profeti, desiderato dai patriarchi, indicato presente dal Battista. L’anima non si abbandoni alla sonnolenza, ma sia amorosamente vigilante. Sia aurora di salvezza.

Aurore

Nella genealogia di Gesù nulla della nostra umanità è ormai estraneo alla vita divina, dal momento che il Verbo ne è l’origine e il fine magnifico. Nulla delle nostre storie va sottovalutato. Ogni attimo, dolce o amaro, gioioso o triste, ogni anelito per il futuro fa la storia della salvezza. Il Natale sia aurora di storie! «O Sapienza dell’Altissimo, che tutto disponi con forza e dolcezza: vieni a insegnarci la via della saggezza! Vieni Signore Gesù, vieni».

Giuseppe si mette con fede nell’avventura umana di Dio fatto uomo. Darà il nome a Gesù, lo guiderà nei suoi passi, con il suo silenzio di presenza e di amore tenace trasmetterà a lui il nome e la realtà insegnandogli i «gesti del mestiere», il servizio del cliente unito alla preghiera del laboratorio.

L’Emmanuele imparerà da Giuseppe come essere «Dio con» le cose, la natura, i fratelli e le sorelle in umanità di cui Maria e Giuseppe sono le prime icone. Essi danno il coraggio a Gesù di attraversare anche le situazioni e le relazioni meno vivibili e amabili.

Ti attendiamo come un bambino che porti nelle nostre case un vagito di bimbo che metta in moto i gesti e le parole dell’amore per ritrovare ciò che a noi sembrava perduto. «Sia aurora di incontri!

Annunci, incontri e canti

Col suo mutismo, Zaccaria è un uomo che insegna l’attesa e, al contempo, la capacità di far attendere gli altri per dare a Dio il tempo di rivelarsi. Non ci dev’essere fretta di spiegare il dono prima che l’altro lo riceva e lo apra nello stupore. L’essere ammutolito è il modo di Zaccaria di portare avanti la gestazione di Giovanni nel grembo di Elisabetta. «Chiudi le nostre labbra e apri il nostro cuore… fai fremere la nostra carne al profumo inebriante della tua discesa tra noi… Sia aurora di silenzi!».

L’annuncio della nascita di un figlio presenta Maria come «il meglio della nostra umanità offerta alla divinità perché possa trovare il fremito delle gioie della nostra carne». Il Verbo di Dio non si «incartato», ma «incarnato» nel dinamismo della crescita e del cambiamento di un amore sempre nuovo.

Il «sì» di Maria è il consenso di tutta la nostra umanità a non voler più conoscere, né, tantomeno, cercare Dio lontano dalle nostre umane avventure.

Maria è vergine dal corpo sbarrato ad ogni estraneità, ma è già aperta alla sponsalità a cui la sua verginità è direttamente ordinata. È chiusa come un bocciolo che desidera ardentemente solo di aprirsi. Il Signore se ne compiace fino a farne la dimora del suo grande laboratorio dell’incarnazione del Verbo.

Il «sì» di Maria fu possibile perché, ancor prima, il Signore che viene ha detto di «sì» alla nostra carne, al nostro sangue, alla nostra storia. «Sia aurora di concretezze!».

La preparazione al Natale è aiutato dalla figura di Elisabetta che incontra Maria. È un’aurora. A colei che annuncia i fiori, Elisabetta non può che decantare il frutto. Maria è già abitata dalla luce del Verbo, che si sta tessendo la sua veste umana. Questa luce viene irradiata dalla sua voce ormai nuova e segnata da una fecondità inconfondibile.

In Elisabetta abbiamo un segno sicuro per discernere la verità e l’autenticità della presenza di Dio dentro il nostro cuore e nella nostra vita. «Donaci il gusto dell’altro e aumenta il desiderio degli umani abbracci [… ]. Sia aurora di umanità».

«Nel canto di Maria magnifichiamo il Signore che viene a prendere in mano le nostre sorti, a rivelare l’esultanza del suo cuore per la gioia di impastare la natura divina alla nostra umana realtà», scrive l’autore. Maria proclama la grandezza di Dio e la bellezza per noi di essere servi gioiosi e soddisfatti. Lo sguardo di Dio ha reso Maria Madre del Signore e ci rende capaci di generare la presenza di Dio attraverso la nostra vita umile, povera, vera. Lo possiamo fare traducendo l’annunciazione in visitazione, in benedizione e glorificazione.

Il Magnificat è il canto dei già salvati che si tengono per mano. Il Signore che viene inaugura i tempi nuovi della riscossa dei poveri, degli umili, degli affamati, dei servi. Chiama a raccolta «tutti i poveri della terra per rovesciare – amorevolmente ma senza inutili gentilezze e timori – i superbi e i potenti. Sia aurora di giustizia!».

Nome e lode

L’imposizione del nome Giovanni è segnata dal «no» di Elisabetta ad ogni mera ripetizione ossessiva del passato. «Si tratta di fare spazio al vangelo della vita accolto come scommessa sul futuro e non come sopravvivenza del passato».

L’antivigilia del Natale ci ricorda che «le nascite […] hanno sempre bisogno di accoglienza e di cura per sbocciare alla vita con il proprio inconfondibile colore e unico profumo». La lunga e sofferta sterilità ha fatto sperimentare a Zaccaria e a Elisabetta la coscienza del proprio limite e li ha rese capaci di cogliere e accogliere la pienezza dell’intervento salvifico di Dio nella loro vita e nella loro storia come inenarrabile oltre che inatteso. «Sia aurora di novità!».

La vigilia della celebrazione della nascita del Verbo fa sciogliere anche la nostra vita alla lode e alla benedizione, all’accoglienza di una misericordia che guidi i nostri passi sulla via della pace.

Il Natale diventi per noi «l’occasione pe rinvigorire il “principio sensuale” della nostra fede: Dio si fa carne ed è stretto tra le braccia di una donna!». «Nel mio cuore c’è tanto posto, mio Dio», scriveva Hetty Hillesum. E MichaelDavide prega: «Non permettere che i nostri occhi si volgano alle fasce della tua umile umanità in modo distratto, ma con il tremore di chi vi riconosce il calore e i colori di una rinnovata speranza di essere più umani. Sia ancora Natale!».

La luce gentile

La luce gentile del Natale fa scorgere l’immagine di un Dio che si fa neonato e ci permette di immaginare un dialogo con l’Altissimo altrimenti impensabile. Siamo di fronte «alla grande sfida e al dono magnifico di poter insegnare a Dio la nostra lingua, perché egli ci possa parlare in modo non solo comprensibile, ma intimo». Non dobbiamo più placare con doni una divinità irascibile. Dio si dona nella discrezione e nella commozione di un neonato.

Possiamo riscoprire il dialogo che ci permette di riannodare o di intensificare quei legami che fanno la vita bella e amabile. «Come gli angeli, come i pastori, come i magi, come le stelle […] siamo chiamati a metterci in cammino verso l’altro».

Grazie per la tua tenda in mezzo a noi, «nel profondo di noi, là dove tu solo puoi “porre la tua tenda” per farci sentire a casa. Aiutaci a liberare il nostro cuore per farti posto come i pastori e accoglierti con tutto l’amore che ci è possibile. Emmanuele, Dio con noi!».

Notti

Dodici sono le notti che separano la celebrazione del Natale del Verbo nella carne dall’Epifania, manifestazione del Dio fatto uomo a tutte le genti.

Epifania sta al Natale come la Pentecoste sta alla Pasqua. Sono giorni di contemplazione e di riflessioni sulle conseguenze concrete, anche molto impegnative, che il mistero del Natale porta nella nostra vita.

Contemplato nella sua nascita, ora è tempo di seguire il Signore e far maturare nella vita la sua presenza, nella forza e nella fedeltà incrollabili che lui ci donerà.

La preghiera finale del monaco ripete sempre: «Tu sei Emmanuele, Dio con noi» e le ultime invocazioni iniziano ogni volta con le parole: «O meraviglioso scambio!».

La liturgia ci presenta la compagnia di Stefano che dà la vita per il suo Signore. L’amore incondizionato di Gesù esige una presa di posizione che riveli ciò che realmente abita e domina il nostro cuore. Lo Spirito che ha presieduto all’incarnazione del Verbo è anche il modellatore del discepolo in tutto conforme al Maestro. Stefano è il modello e il criterio di discernimento per intuire e perseguire l’autenticità di una discepolanza serena e affidabile.

La festa del protomartire Stefano dà spessore evangelico alle nostre feste natalizie – annota l’autore – aiutandoci ad accogliere la provocazione che è l’incarnazione del Verbo, nel cui mistero la logica del mondo è radicalmente rovesciata a favore della logica divina di un amore perfettamente donato. «Di che cosa avremo timore? Tu sei l’Emmanuele, Dio con noi; la notte è come il giorno».

L’evangelista Giovanni ci mostra la sua giovinezza interiore, una disponibilità e curiosità di fronte alla vita, andando oltre le apparenze e fidandosi delle intuizioni del cuore. Colui che ha posto il capo sul petto di Cristo – ho espisthetios – interceda perché anche noi possiamo posare il nostro orecchio sul suo cuore «perché il ritmo del suo sentire diventi il ritmo del nostro intuire. Emmanuele, Dio con noi!».

Il mistero e il dramma del dolore innocente va accolto come parte integrante del mistero della vita. Il monaco prega: «Ti chiediamo di custodire le lacrime versate perlopiù in segreto e di trasformare ciascun dolore in una stella silente che le tenebre non possono zittire. Emmanuele, Dio con noi!».

Abbraccio e servizio

Gli anziani Simeone e Anna ci mettono di fronte alla nostra relazione con Gesù come un bambino che ha continuamente bisogno di essere accolto. Non ci resta che cercare di stringere tra le braccia della nostra anima il Verbo fatto carne per lasciare inondare ogni nostra vecchiezza dell’energia della sua forza di umanità che ci rende parenti di Dio. È un’accoglienza e un abbraccio che è luce e pace, compimento della promessa, conferma di un lungo cammino: «Un abbraccio che segna ogni inizio, ogni ritorno, ogni perdono invocato e concesso. Emmanuele, Dio con noi!». «O meraviglioso scambio! Mistero dell’amore che chiede di essere accolto nell’abbraccio da umanità a umanità, da giovinezza a vecchiezza, tra già e non ancora».

Gesù che torna a Nazaret sottomesso a Maria e a Giuseppe è il segno della nostra umanità divinizzata, la passione cioè di servire Dio e di mettersi al servizio di tutti, in particolare dei più piccoli. La profetessa Anna ci aiuta a fare un passo in più nel cammino. «Signore Gesù, siamo così felici di poter sentire il profumo della tua presenza nel tempio delle nostre relazioni umane segnate e trasformate dal lievito del tuo Vangelo. Donaci di invecchiare come Anna in uno spirito di servizio sempre più ardente e perennemente allegro. Emmanuele, Dio con noi!».

La luce del Verbo incarnato è come la luce del sole che ha bisogno di essere accolta, così come il Verbo di Dio che si offre come nostro fratello ha bisogno di essere riconosciuto. La luce abita le tenebre, vincendo senza sopprimerle: gentilmente e amabilmente.

Il Verbo di Dio incarnato diventa occasione per crescere in quell’intelligenza del cuore che ci rende capaci di abitare la vita con consapevolezza e pienezza.

Vergine e madre

Maria è vergine e madre: «… una madre che rimane vergine di sé stessa così da non identificare il figlio come frutto della propria carne e della propria vita ma come dono fatto al mondo intero […] La sfida non è diventare dei padroni o delle madri, ma essere figli». «Vergine madre, figlia del tuo figlio!» esclama Bernardo di Chiaravalle.

L’anno si apre sotto il mantello protettivo di Maria, un grembo che genera e rigenera nuova vita nell’amore dell’Emmanuele Dio con noi! «O meraviglioso scambio! Mistero dell’amore che ci rende come madri sempre pronti a fare spazio alla vita fino a dare tutta la vita».

Il Battista radicalizza l’attitudine di attesa e di accoglienza, ma si impegna anche a fare spazio alla salvezza. Il Verbo che si è fatto carne non può vivere dentro di noi senza che ci sia anche il nostro consenso e il nostro amore.

Attraverso l’immagine dell’Agnello, di colui che toglie il peccato del mondo, Giovanni approfondisce la meditazione sul mistero dell’incarnazione. In Gesù che passa egli riconosce il figlio di Dio. Il silenzioso comparire del Verbo fatto carne, discreto e luminoso passante, è significato dall’agnello e dalla colomba, miti nel porsi e generosi nel darsi. Il Battista ci aiuta a essere sempre più realmente figli di Dio.

«Che cercate?». Gesù ci interroga sulle nostre domande di sempre, senza lasciare che abbiamo paura del desiderio che ci abita. Emmanuele Dio con noi! «O misterioso scambio! Mistero dell’amore che si fa sguardo per ciascuno per dare a tutti la possibilità di rispondere alla vita senza mai dimenticare il desiderio che ci abita».

Con Simone e Andrea, con Filippo e Natanaele, Gesù sembra mostrare che il suo fine non sia di avere discepoli, ma permettere, attraverso il discepolato, di ritrovarsi e di riconoscersi fratelli. Il misterioso scambio è un mistero d’amore che ci rende fratelli e desiderosi di rendere possibili la comunione e la solidarietà.

Dilatazione cordiale

L’Epifania sta al Natale come la Pentecoste sta alla Pasqua. L’esplicazione del mistero della risurrezione a tutti i popoli richiede cinquanta giorni. Dodici invece sono le notti necessarie perché il bambino, annunciato dagli angeli e scovato dai pastori nella notte del Natale, sia trovato con grande gioia dai misteriosi personaggi venuti da lontano.

L’Epifania è la festa della dilatazione cordiale iniziata con l’incarnazione del Verbo ma ancora in atto perché comporta la nostra capacità di metterci in viaggio verso Betlemme accettando di lasciarci alle spalle Gerusalemme.

L’Epifania è una festa della dilatazione perché fa contemplare l’ampiezza del disegno divino e perché offre la sfida ad ogni uomo e donna di aprirsi sempre più al riconoscimento nell’altro del volto stesso dell’Altissimo. Due verbi custodiamo dopo dodici notti, afferma l’autore: adorare e condividere.

«Eccoci Signore, Emmanuele, Dio con noi! Cerchiamo te e solo te desideriamo: insegnaci a dilatare lo spazio del cuore, per accoglierti in silenzioso ringraziamento, in ascolto della tua volontà, in comunione con tutti i fratelli e sempre pronti a partire. […]. O meraviglioso scambio!».

  • fratel MichaelDavide, Nove aurore e dodici notti. Meditazioni quotidiane dal 16 dicembre all’Epifania (Pregare), Edizioni Messaggero, Padova 2022, pp. 112, € 8,00, ISBN 9788825054989.
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