Jochanan, detto il Battista

di: Gianluca De Candia

el greco battesimo

L’aurora schiude le palpebre sul deserto del Giordano. Sbuca da un antro sabbioso il grande penitenziere, come un leone che dal covo saluti il sole nascente. Allunga in alto le braccia tozze, scrollandosi di dosso l’intorpidimento notturno. Un altro giorno a servizio di Jahwe!

Nato sui monti della Giudea, come fiore selvaggio sbocciato nell’arido grembo di una vecchia, Jochanan già prima di uscire alla luce profetò. La sua mirabile nascita fu il pegno che Gabriele, l’Arcangelo, diede a Miriam di Nazareth, ed ella gravida – novella Arca di Adonai – s’incamminò per le alture di Giudea verso la casa dell’anziana cugina, per saggiare la verità di quel sesto mese di attesa, presagito dal Cielo.

Giunta, bussò alla porta: «Schalom, Elisabetta!».

Appena la voce di Miriam giunse alle orecchie di quella, entrò giù giù nelle sue profondità sicché il piccolo Jochanan, uditala, sobbalzò di gioia nelle viscere, danzando la profezia: prima voce a cantare Yehoshua nel deserto di quel grembo, prima voce ad annunciarlo fra le sabbie del Giordano.

«Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo, Miriam! A che debbo che la madre del mio Signore, venga a me?».

Ed ella, stupita e confortata da quelle parole, sciolse la lingua in una canto d’esultanza: «Benedetto sia Adonai, che ha magnificato l’umiltà della sua serva!».

Solo tre mesi rimase Miriam con Elisabetta: il tempo di vedere in fasce quella piccola profezia. Poi tornò a casa sua.

L’uomo sul confine

I vangeli affidano a Giovanni il Battista, cugino di Yehoshua, lo spazio di confine fra l’Antico e il Nuovo Testamento. Lo dipingono come l’ultimo esemplare degli antichi nazirei: fronte bruciata dal sole – come uno che abbia esplorato a lungo steppe e deserti –; il volto incorniciato da una folta barba intonsa e da lunghi e ispidi capelli; aveva attorno agli occhi cornei una piega quasi ironica; indosso una veste rozza, tagliata da pelli di cammello, tenuta intorno ai fianchi con una cintura di cuoio; corporatura forte la sua, ma d’estrema magrezza, nutrita di locuste, cavallette e miele selvatico.

La figura di Jochanan scivola misteriosa fra palme e recessi calcarei, nella regione di Giordano, sempre pronto a scagliarsi con voce roboante contro i giochi di palazzo e gli intrighi di sacrestia.

Nel silenzio siderale del deserto, i discorsi tonitruanti del Battista sferzano con veemenza il popolo degli uditori. Gente spicciola, ma anche soldati, pubblicani, farisei venivano invitati, col battesimo, a darsi ad un’etica frugale nel timore di Jahwe.

Le sue brusche uscite, come roventi carboni biblici, suonavano sovente minacciose: «Razza di vipere! Chi vi ha insegnato a sfuggire all’ira imminente? Fate opere di conversione, perché la scure è già posta alla radice degli alberi; ogni albero che non porta buon frutto, presto sarà reciso e buttato nel fuoco!».

Che non sia lui il Messia?

Un così severo predicatore della morale e dei costumi non poteva passare sotto silenzio le scelleratezze del tetrarca in carica, allegramente regnante, né il decadentismo dei personaggi femminili della sua corte. Non perdeva infatti occasione per ringhiare contro il matrimonio di Erode Antipa con la cognata Erodiade, moglie di suo fratello Filippo – immorale per le leggi di Israele. E per questo a corte, la morganatica moglie, biasimava la calma di Erode davanti a quel tipo malvestito e pungente, davanti a quel pericoloso sobillatore del popolo.

Così la fama di quest’uomo di sabbia – impavido e incandescente, come gli antichi profeti, incline ad esplorare la faccia velata delle cose e ad acutizzare tutti gli angoli della religione – si diffuse rapidamente lungo strade e mercati, per atri e caseggiati, fra valli e campi, e giunse dunque persino alle orecchie dell’élite.

«Che non sia un segno degli dèi?» – si domandava perplesso Antipa. Incuriosito da quel rude eremita, più volte il sovrano l’aveva fatto chiamare per ascoltarlo e implorare vaticini. E senza mezzi termini Giovanni, franco e ruvido, ritornava a suonargli in faccia l’avvertimento.

Da parte sua Erode, abbruttito dalla vita e angosciato dall’ansia di reggere al fragile assetto del suo feudo inospitale, serbava una certa simpatia per l’antipatico profeta e stranamente lo ascoltava volentieri.

«Che non sia lui il Messia atteso?» – si domandava entusiasta il popolo.

«Ascoltate gente – esordì brusco il Battista – io vi battezzo con acqua. Ma viene uno che è più forte di me, che vi battezzerà con lo stesso Spirito di Dio e col fuoco! Egli ha in mano il rastrello per raspare e ripulire la sua aia e raccogliere il frumento nel granaio. Ma guai alla pula, sarà bruciata nel fuoco inestinguibile!».

E fu Yehoshua

Un mattino a Ennòn, vicino Selìm, dove il Battezzatore di solito operava a causa dell’abbondanza d’acqua in quella regione, a fare la fila insieme agli altri neofiti si presentò Yehoshua in persona.

C’era tanta gente assiepata lì quel giorno: sciami di uomini e donne velate, al riparo dal sole d’Oriente, piccoli e vecchi rintanati nella poca frescura alle sponde del fiume.

Torreggiante in mezzo alla corrente: «Convertiti! Il Regno di Adonai è vicino!» – gridava solennemente il Battista, e giù sott’acqua a spingere il capo del penitente.

Quest’unica litania, a cadenza regolare, risuonava già da molto tempo. Avanti il prossimo! «Convertiti! Il Regno di Adonai è vicino!» e di nuovo l’immersione.

el greco battesimo

Arrivò così anche il turno di Yehoshua.

Appena lo vide entrare nel fiume, Giovanni gli si fece incontro e inginocchiandosi frettolosamente nell’acqua: «Oh, Yehoshua, tu da me? Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te!».

Grande stupore prese allora la folla dinanzi a quel gesto: «Chi mai è questo giovane nazareno, dinanzi al quale persino il profeta si prostra?».

Yehoshua, rivolgendosi al cugino, con voce tanto pacata da non consentire a nessuno d’intenderla, rispose: «Lascia fare… per ora».

S’alzò l’uno, s’inginocchio l’altro: «Convertiti! Il Regno di Adonai è vicino!», e il tuffo di rito nell’acqua.

Appena riemerso dall’abisso, i cieli aperti a sipario e una luce librarsi e fluttuare come colomba sul filo della realtà, e rimanere sul capo di Yehoshua. «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto». Qualcuno dei presenti disse di aver visto soltanto una luce, ad altri parve di udire come una voce, altri ancora non videro né l’una né l’altra, ma furono impressionati dalle parole dell’uomo di Dio davanti a quel Nazareno: sta di fatto che, qualche girono dopo, lo stesso Yehoshua iniziò a battezzare, un po’ più in là dove il fiume volge a gomito.

Alcuni discepoli di Giovanni, accortisi della concorrenza avviata da quel forestiero, corsero da lui spifferando: «Rabbì, Rabbì, colui che era qui con te l’altro giorno, e al quale tu ha reso testimonianza, ecco sta battezzando e tutti corrono da lui!».

Ed egli a loro: «Ve l’ho detto: non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato dinanzi a lui. È lui lo Sposo, a cui spetta possedere la sposa sua; io invece sono l’amico dello sposo. Comprendete? Com’è usanza nella prima notte di nozze, l’amico deve origliare oltre il velo del talamo, per riferire poi con gioia a tutti l’avvenuta unione, così adesso io gioisco perché lo Sposo è venuto. Lui deve crescere, io diminuire».

Banchetto di morte

A corte intanto si celebrava un grande banchetto. Era il compleanno di Erode Antipa. Cifre da capogiro erano state spese per addobbare il palazzo e un tripudio di profumi attraversava le sale. Ogni capriccio del Sire era stato esaudito in materia di vini, vivande, musica e danze. Tutta la gente in vista della Galilea era presente: notabili, indovini, ufficiali di cavalleria. Il lauto convito andava avanti da ore e già non pochi fiaschi di vino erano stati trangugiati.

D’un tratto entra il pezzo forte della serata: la giovane e sinuosa Salomé, figlia di Erodiade. La ninfa volteggiò una danza così ben misurata e morbida da ammansire magicamente il re e tutti i commensali.

«Avete visto signori?» – esordì Erode – «La ragazza è degna di sua madre. Donna, meriti un premio. Chiedimi qualsiasi cosa e, sul mio nome, te la darò!».

La ragazza – che in verità non aveva gran concetto di sé, né il coraggio dei propri desideri e che a corte volgeva solo una funzione decorativa – si inchinò con grazia davanti al Sire e subito sgusciò via, verso l’egemone madre: «Cosa devo chiedere?» – le disse. E quella, infocata di risentimento, le impose: «La testa di Jochanan il Battezzatore!». Salomé – che forse altro avrebbe desiderato – chiese al fine ad Erode di arrestare Giovanni e di farlo decapitare.

Un colpo improvviso picchiò dentro l’animo del monarca: «Cosa?» disse, fissando gli occhi opachi e senza luce della fanciulla.

«La testa di Jochanan il Battezzatore!» – rispose Salomé, scimmiottando il tono di sua madre.

Si increspò con un solco profondo il volto di Antipa, e quel giorno aggiunse un’altra linea alla mappa di rughe del suo volto.

«Guardie, la testa del Battista» – ordinò con falsa durezza alle truppe. Tutti tacevano.

Jochanan è risuscitato!

Nelle segrete della fortezza di Acheronte, come rapace in gabbia, Giovanni sciorinava il rosario delle antiche profezie, i racconti di sua madre, il battesimo di Yehoshua. Epperò un minuscolo dubbio iniziava a rosicchiargli dentro, come un tarlo: «Adonai, ma è proprio Yehoshua il Messiah tanto atteso?».

Battiti d’ala emotivi, entro quelle sbarre, sbatacchiavano la solitudine del carcerario profeta. Gli saliva in petto una paura, non tanto per la morte imminente, quanto per aver forse sbagliato nell’intendere il Messia. Lo stile di Yehoshua, così diverso dal suo, lasciava Jochanan un tantino interdetto. Non era certo l’immagine che egli s’era fatto del Liberatore di Israele! Cosa fare allora?

Prima che scoccasse il giorno dell’esecuzione, attraverso un pertugio che dalla cella dava all’esterno, Giovanni confidò il suo dubbio ad Apollo e ad un altro, suoi discepoli, e li mandò a chiedere a Yehoshua: «Sei proprio tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?».

Il Rabbì, all’ambasceria dei due, rispose: «Andate a rincuorare Jochanan! Raccontategli ciò che vedete! I segni che ha predetto Isaia. E beato colui che non si scandalizza di me».

Grande fu la gioia del Battista a questa notizia: finalmente sbocciavano le profezie! E il guizzo d’esultanza che un tempo lo afferrò, quando era ancora nel grembo, nuovamente lo spinse alla letizia. E così, decapitato Giovanni, la fama di Yehoshua iniziò a diffondersi precipitosamente in quelle regioni.

Sembra che Erode, dopo la morte del Battista, si sia ammalato di un’inspiegabile e grigia tristezza, che di notte gli impediva persino di dormire. Invano medici e maghi di corte avevano invocato influssi stellari e prescritto tisane aromatiche. Qualcosa di invincibile in lui frenava il sonno. E così quando un mattino, dopo l’ennesima notte insonne, giunse voce alla reggia di un certo nazareno di nome Yehoshua e dei suoi prodigi, il tetrarca, ormai fuori di sé, prese a girare febbricitante per il palazzo, ansimando: «Jochanan, che ho fatto decapitare, è risuscitato!».

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