Secondin: La “lectio” sotto il Cupolone / 2

di: Lorenzo Prezzi

Pubblichiamo la seconda parte (qui la prima) dell’intervita a padre Bruno Secondin, religioso carmelitano, teologo, già docente di spiritualità alla Gregoriana, apprezzato autore di libri e di articoli. Nella prima parte, aveva raccontato l’esperienza di “lectio divina” da lui avviata nel 1996 presso la chiesa di Santa Maria in Traspontina (Roma). Ora il suo discorso si sviluppa a tutto campo e ci informa sugli sviluppi storici della pratica della “lectio”, sui maestri che l’hanno praticata, sul suo particolare rapporto con la vita religiosa e soprattutto sul suo inscindibile raccordo con la sacra Scrittura.

Lectio divina

Padre Secondin, dopo averci ampiamente illustrato la sua esperienza presso la chiesa di Santa Maria in Traspontina, può ricordare i filoni storici maggiori in merito alla nascita e allo sviluppo della lectio? Quali sono le differenze confessionali nella pratica della lectio?

Non è possibile rispondere con poche parole a questa domanda, specie alla prima parte della domanda. Si dovrebbe, comunque, partire addirittura dalla sacra Scrittura: classica per esempio è la scena dell’assemblea riportata nell’ottavo capitolo di Neemia. Vi troviamo praticamente tutti gli elementi tipici della lectio divina che facciamo noi oggi: dall’intronizzazione della Parola alla lettura per brani, dalla spiegazione in piccoli gruppi alla reazione del pentimento, dalla gioia che consola alla solidarietà con i bisognosi. Ma anche Gesù, in certi episodi evangelici, offre delle indicazioni di metodo: sia nella sinagoga di Nazaret (Lc 4,18ss), sia con i discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35), che nelle varie apparizioni postpasquali, quando commenta le Scritture per mostrare la loro convergenza ermeneutica attorno al destino dell’inviato di Dio Padre. Lo stesso si può dire delle prime prediche di Pietro subito dopo la Pentecoste o per certe splendide pagine di Paolo (penso per es. a Rm 9-11).

Storicamente il primo grande maestro – anzi perfino l’inventore della espressione classica: in greco theia anagnosis, tradotta poi da Ambrogio in latino lectio divina – è Origene (+253), che aveva l’abitudine di commentare le Scritture con la gente, per aiutarla a scoprire, nella pluralità delle Scritture, la “legge spirituale” ovunque, e per questo ricorre alla chiave allegorica con ricche applicazioni.

Per i padri del deserto e le prime forme monastiche, la meditazione e la ruminazione della Parola era l’arma più potente contro le insidie del maligno, ma anche come pedagogia di sapienza, conversione e quiete del cuore.

Giovanni Cassiano, che visitò varie esperienze nel vicino Oriente, ha raccolto e poi schematizzato questa ricchezza incentrando il cammino nella puritas cordis, che permette di cogliere le cose di Dio e di vedere Dio.

Girolamo è il primo grande maestro della lectio divina come parte fondamentale della santità cristiana, e in lui già appaiono gli elementi classici (lectio, meditatio, ruminatio, oratio), mentre di rilievo, e tipico suo, è il contatto diretto con gli scenari e la geografia dove la Parola si è fatta storia e salvezza. Per lui la peregrinatio è elemento indispensabile per assimilare la sapienza di Cristo.

Logicamente va ricordato Benedetto, il grande maestro del monachesimo occidentale. Egli usa una sola volta il termine lectio divina (Regula, 48) nel senso di lettura personale della Scrittura. Ma, di fatto, indica anche tempi e modi per questo ascolto obbediente e riflessivo della Parola, sia nella solitudine che nella preghiera comunitaria, sia come lotta e vigilanza contro il nemico dell’anima. La Parola deve prendere possesso del cuore del monaco e solo così non vi si insedierà il maligno.

Si potrebbe continuare, citando grandi maestri come Gregorio Magno, che indica alcune chiavi ermeneutiche indispensabili per la lectio divina: la coscienza comunitaria, la centralità dell’evento pasquale, l’intreccio fra Parola, Spirito e profezia, la crescita spirituale come crescita nella sapienza biblica che diventa prassi.

E poi i grandi maestri spirituali dei secoli successivi, come Isidoro di Siviglia, Guglielmo di Saint-Thierry, Bernardo di Clairvaux e altri: sviluppano, nei loro commentari biblici – che spesso sono colloqui comunitari – i rapporti fra i vari momenti. Accumulando, quindi, una sapienza preziosa sui vari momenti: come la conversione, la contemplazione, la condivisione, la carità, l’umiltà, la memoria, lo stile di vita…

Si arriverà così alla preziosa sintesi della Scala monachorum dell’abate certosino Guigo II (intorno al 1150): egli, utilizzando l’immagine della scala – e quindi dell’ascesa –, ha fissato in quattro gradini divenuti classici la dinamica della lectio divina. Ma lo scopo della scala è portare verso il Signore, che si è fatto umile e ultimo: per cui il vero scopo dell’interpretazione della Scrittura per la via della lectio divina sarà un’esperienza di umiltà e di immedesimazione con il mistero della kenosis, che è pienezza di rivelazione del mistero della salvezza.

Quella operetta – neanche una ventina di pagine, ed è merito di Enzo Bianchi avergli ridato splendore e notorietà – mentre stabilizzava, schematizzando, la sapienza dei secoli, non ha impedito che un secolo dopo la lectio divina andasse scomparendo, sostituita dalla lettura spirituale inclusiva di commentari e biografie di santi, e poi dalla centralità dell’introspezione individualistica e devota, e dai “metodi” di orazione mentale, che si sono sviluppati nelle varie scuole di spiritualità. Perfino il nome era scomparso, e solo il ritorno ai Padri e la rivalutazione della teologia monastica del ventesimo secolo ha ridato luce a questa ricchezza di metodo di lettura biblica.

E le differenze confessionali?

Su questo punto non ho molte informazioni dettagliate. So che ci sono comunità monastiche (anglicane, luterane, calviniste) che danno centralità alla lettura riflessiva e orante della Parola, ma pare che abbiano difficoltà ad accettare la terminologia lectio divina per la forte caratterizzazione “cattolica” di questo termine.

In Germania qualcosa si sta movendo verso una utilizzazione nuova: cosa che è avvenuta anche per altre terminologie, come per esempio Spiritualität e Mystik, fino a qualche decennio fa (dico specialmente per l’ambito di cultura tedesca) aborrito, come troppo cattolico e poco “scientifico”.

Invece, nel mondo ortodosso, che pure ci ha dato grandi maestri in questo campo, oggi la lectio divina fa fatica a riemergere. E sono interessati, ma anche diffidenti, per le nostre esperienze più conosciute: rimangono convinti che il nucleo caldo e vitale della vita cristiana sia la sacra liturgia, nella sua bellezza e nella sua epifania della luce taborica. Ma io penso che, col tempo, anche loro troveranno modalità e stili per un recupero, specie alla luce della tradizione monastica.

È una pratica che è entrata in maniera significativa nelle abitudini della vita consacrata. C’è un’affinità fra scelta religiosa e pratica della lectio? Sia personale, sia comunitaria?

È a tutti evidente che la rinascita recente di questa esperienza spirituale ha visto il protagonismo dei monaci e dei religiosi. E continua ancora ad avere un ruolo di rilievo, anche se ormai sono apparsi altri soggetti attivi: le donne, alcune coppie sposate, i sacerdoti diocesani, grazie anche alla diffusione di scuole della Parola.

Senza dubbio, la vita consacrata è sempre stata connotata da una sensibilità viva per la forza ispiratrice della Parola – magari talvolta ridotta ad una frase/slogan o ad una icona biblica preferita del fondatore – e ripetuta con convinzione taumaturgica dai discepoli.

Già Giovanni Paolo II aveva affermato – proprio nel paragrafo di Vita consacrata dedicato alla lectio divina (VC 94) – questo legame vitale con la Scrittura da parte dei fondatori: «Dalla frequentazione della Parola di Dio essi hanno tratto la luce necessaria per quel discernimento individuale e comunitario che li ha aiutati a cercare nei segni dei tempi le vie del Signore. Essi hanno così acquisito una sorta di istinto soprannaturale, che ha loro permesso di non conformarsi alla mentalità del secolo, ma di rinnovare la propria mente, “per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Rm 12,2)».

Come ho ricordato, fin dalle origini del monachesimo la meditazione appassionata delle Scritture è stata una delle principali caratteristiche, continuata nei secoli.

L’identità canonica di questa forma di vita è definita dalla professione dei consigli evangelici, e quindi da un riferimento istituzionale con la dottrina e gli esempi di Gesù.

Di recente, i papi hanno più volte affermato che la vita consacrata è come un’“esegesi vivente” del Vangelo, proprio per la sequela, la radicalità, lo spirito delle beatitudini.

Da notare, poi, che la centralità, nella vita spirituale, della “meditazione” (personale) come punto fisso della vita comunitaria ha messo le premesse per questa adesione di cuore alla nuova proposta della lectio divina.

In questo, anche il magistero pontificio ha dato il suo contributo di convincimento e di orientamento. Già VC 94 aveva messo in risalto sia l’eredità storica in questo esercizio della lectio divina, sia l’opportunità di esplorare modalità di condivisione comunitaria e di pastorale biblica, secondo i carismi. Anzi al n. 101 aveva indicato nella condivisione della lectio divina anche una sorgente feconda di autentico ecumenismo.

Ma penso anche ai paragrafi della recente costituzione apostolica Vultum Dei quaerere (2016), che hanno esplicitamente invitato le monache di vita contemplativa non solo a coltivare in proprio la lectio divina, personale e comunitaria, ma anche a diventare guide ecclesiali: «Voi siete chiamate a farne il nutrimento della vostra contemplazione e della vostra vita quotidiana, in modo da poter condividere questa esperienza trasformante della Parola di Dio con i sacerdoti, i diaconi, gli altri consacrati e i laici. Sentite questa condivisione come una vera missione ecclesiale» (VDQ 19).

Rispetto alle devozioni popolari e al loro radicamento è possibile pensare a una lectio come prassi comune nelle comunità cattoliche?

È proprio quello che da tempo sta succedendo nella pastorale ordinaria cattolica. Ma il confronto o l’affiancamento con le devozioni popolari tradizionali rischia di fare una bella confusione. In effetti, la lectio divina non è da confondere con i pia exercitia: perché ha una “natura sacramentale”, grazie alla “sacramentalità della Parola”, e non grazie allo sforzo personale pio o ascetico, come per le altre pratiche. Molti non si rendono conto di questo e fanno pasticci: la Parola non è un libro fra i libri, una pratica “pia” fra le altre pratiche. Le divine Scritture sono il Libro per antonomasia, e questo giudica ogni altro libro e ogni altra pratica, come analogatum princeps. Tutto deve stare sotto la Parola, fare riferimento alla Parola, essere purificato e orientato dalla Parola in senso pregnante. Lo ha detto il Concilio con forza.

E là dove la Parola è ascoltata e obbedita, le comunità si rinnovano nell’identità genuina; mentre, dove prevale il dato emotivo e “pietoso” delle devozioni, è facile scivolare nell’esteriorità e nel formalismo. E anche la Parola viene metabolizzata dentro una congerie di devozione ed emozione, illuminismo e sentimentalismo.

La diffusione pastorale della lectio divina è avvenuta per impulso di alcuni uomini riempiti di Spirito e di genialità, che hanno trovato modalità e linguaggi per trasformare una prassi personale e solitaria come la lectio divina in proposta pastorale a largo raggio. Ma soprattutto per impulso diretto dello Spirito Santo, che ha fatto sorgere una fame e una passione per la Parola in mezzo al popolo di Dio.

La diffusione della prassi comunitaria della lectio divina – per la sua espansione e per la molteplicità dei modelli in atto – non può essere considerata solo l’operazione di qualche entusiasta, o di un circolo di fissati, abili a farsi propaganda. È qualcosa che supera le spiegazioni umane, è opera dello Spirito, che è il segreto ispiratore della Parola scritta, ma anche l’artefice della sua fecondità perenne e sempre nuova. Egli è l’artefice anche di questa nuova esperienza ecclesiale, il vero e segreto protagonista.

Certo ci sono state le spinte venute da Martini, da Bianchi, da alcune comunità monastiche o da centri di spiritualità. Ma questo non spiega tutto circa la diffusione pervasiva a cui da alcuni decenni assistiamo. A livello di magistero ufficiale romano – e la cosa può sembrare strana – solo negli anni ’90 appare questa parola tecnica e l’esortazione a farne una «prassi pastorale».

Comincia la Pontificia Commissione Biblica con una bella descrizione della natura di questa nuova prassi (1992); poi papa Giovanni Paolo II adotta questa terminologia e la consolida in Vita consecrata 94, esplicitamente parlando di tre livelli o modalità: personale, comunitaria e come proposta pastorale.

Dopo di che, le esperienze si moltiplicano e ogni Sinodo, sia continentale che tematico, ne parla e la raccomanda.

Benedetto XVI ne ha fatto da subito uno dei valori portanti delle sue esortazioni, ma anche della sua prassi nelle visite pastorali e negli incontri con i sacerdoti.

Papa Francesco, che viene da un altro contesto (e quindi anche con un altro lessico), ha sempre preferito parlare di lettura orante, anche se qualche volta usa la classica terminologia (lectio divina). Di recente ha mostrato più vigore nel richiamare e incoraggiare a questa pratica, sia per i religiosi, specie per le monache (cf. Vultum Dei quaerere, 19ss: non poteva fare a meno) sia per i preti e i giovani, sia per tutto il popolo di Dio. Tutti abbiamo ascoltato l’invito frequente (specie all’Angelus) a leggere i Vangeli, un pezzetto al giorno; a portare in borsa una piccola edizione del Vangelo per leggerlo nei momenti liberi.

La lectio divina ha a che fare con la Scrittura, con la pagina scritta. Non è fuori fase rispetto alla cultura visiva che ci caratterizza?

Questo è uno dei problemi da illuminare. Quando di Bibbie ce n’erano poche, qualche esemplare nei monasteri o nelle case dei ricchi, il popolo non aveva alcuna possibilità di accedere a questo testo direttamente – anche perché pochissimi sapevano leggere. Quindi vi arrivava indirettamente attraverso le prediche, le rappresentazioni murali (la Biblia pauperum famosa negli affreschi e nei mosaici) e teatrali (i misteri, le laudi), le forme devozionali (figure bibliche, episodi emblematici).

Poi, con la diffusione della stampa, l’accesso al testo direttamente è largamente aumentato, ma nel mondo cattolico ben presto (dal 1559) è stato bloccato per paura di interpretazioni libere e non controllabili, come proponeva la Riforma protestante. Per alcuni secoli la Bibbia è stata in esilio nella Chiesa cattolica.

Solo nell’ultimo secolo la diffusione del testo tradotto è diventata enorme: e anche le nuove traduzioni, con ampi commenti, si sono moltiplicate, con tutti gli studi relativi. Il Vaticano II su questo ha spinto in maniera efficace.

Però, solo negli ultimi trent’anni ha preso vigore il metodo di “meditare” le pagine bibliche, non come spunto per personali ampliamenti (con la fantasia, la volontà e l’intelligenza: secondo i classici metodi di orazione mentale; classico testo è Intimità divina), ma come fonte genuina e generativa della stessa meditazione. Non il testo biblico come pretesto per le praterie personali devote, ma come struttura di luce e di verità, con cui poi verificare la vita e orientare la vita con opzioni illuminate.

Non va mai scordata la frase di Giovanni Paolo II: «… questo primato della santità e della preghiera non è concepibile che a partire da un rinnovato ascolto della Parola di Dio… In particolare, è necessario che l’ascolto della Parola diventi un incontro vitale, nell’antica e sempre valida tradizione della lectio divina, che fa cogliere nel testo biblico la parola viva che interpella, orienta, plasma l’esistenza» (NMI 39).

Ma oggi il lettore è antropologicamente diverso?

Oggi il lettore è ben diverso dal passato. Anzitutto, ha a disposizione una infinità di commenti, pronto uso (grazie ai libri in commercio), ma anche altre risorse: internet è prodigo in questo. E poi ci sono le fictions, i films, e mille altre risorse che caratterizzano la cultura “iconica” in cui abitiamo. Internet è una biblioteca infinita.

All’abbondanza delle risorse, che fanno un ingorgo indigeribile e velocemente disponibile, corrisponde però una superficialità di assimilazione, mentre mancano una lettura saporosa, il silenzio meditativo e la gradualità della familiarità.

E poi c’è anche, culturalmente evidente, la facilità a dire la propria opinione e interpretazione, anche senza riflessione pacata. Tutto diventa esplosivo, veloce, immediato, condiviso: anche se si è incompetenti. E poi tutto è anche frullato nella cultura della “visibilità” che impressiona, che “buca” lo schermo…

Alcuni vanno incontro a questa nuova situazione culturale facendo uso di nuove risorse: visualizzano in maniera suggestiva, oppure gesticolano smodati, oppure mescolano sacro e profano, o danno ampio spazio alle reazioni istintive dei lettori, anche senza fondamento, oppure scelgono ambienti suggestivi, che a volte portano l’attenzione del tutto altrove… Penso a certe trasmissioni televisive che, col pretesto dell’omelia, intrecciano di tutto…

Potrebbe indicare alcuni criteri per una verifica per la pratica personale e comunitaria della lectio?

Bisogna porre a fondamento di tutto un minimo di teologia della Parola. Non si tratta di Parola di Dio perché parla di cose sacre, di eventi antichi visti come azioni di Dio, ma perché davvero nelle Scritture è contenuta – sotto forma di scrittura e di segni, di memorie e di emozioni – la «potenza amorosa e misericordiosa» di Dio in vari modi e varie forme. Qui serve ricordare la pregnanza della parola dabar nella mentalità ebraica: è presenza operante che precede il testo scritto ed eccede la pagina scritta. Non è solo allusione vaga a qualcosa di sacro o di religioso.

Seconda cosa, conseguente alla prima, la pagina letta appartiene ad una storia di Dio con noi, e questa prospettiva “credente” deve illuminare e unificare ogni singola particolarità. Per questo non si deve perdere di vista sia il convergere di tutto verso Cristo, Figlio di Dio e realizzatore dei progetti del Padre, sia l’attività di “esegeta” dello Spirito Santo che ricorda e illumina e dispiega il contenuto “vivo” del testo e «conduce alla verità intera» (Gv 16,13).

Quindi, bisogna domandarsi se si cerca, da innamorati, la verità che fa vivere e che si svela progressivamente, senza mai esaurirsi del tutto, nel volto del Figlio, Parola eterna fatta carne, oppure se è solo curiosità religiosa, sforzo meditativo, dovere di orario, riflessione dotta, cavalcata fosforescente…

Inoltre, le Scritture sono la memoria di un popolo (la Chiesa), sono qualcosa di vivo e unificante di memoria e destino: perciò bisogna accostarle con senso di appartenenza “ecclesiale”, di identità collettiva che trova qui radici e ragioni di speranza.

Non si tratta di testi a cui ognuno può attribuire significati a proprio uso e consumo, fossero pure significati suggestivi e geniali. Deve essere un’interpretazione in comunione, una luce che appartiene alla comunità e deve riverberare sulla comunità, anche se attraverso l’approccio personale.

E lo scopo finale non è farsi una migliore conoscenza scientifica del testo – pur essendo utili anche gli apporti critici lessicali, geografici, archeologici, strutturali, narrativi… – ma lasciarsi istruire e lavorare dalla veritas vitale del testo. Come diceva Isaia: la Parola di Dio deve diventare pane per la fame e seme di futuro aperto (Is 55,10-11).

Se non ci sazia la lectio divina, dandoci il senso di un’esperienza che ci consolida, che ci stabilizza, che ci plasma intimamente; come anche se, allo stesso tempo, non ci inquieta, non ci lascia destabilizzati e protesi verso il futuro, portando dentro “gemiti” e tensione verso un incompiuto, allora la lectio non è autentica. Può diventare gnosticismo o fondamentalismo, anche ideologia religiosa, oppure suggestione populista… Se ne sono viste tante di queste derive che hanno manipolato le Scritture, e il rischio non è del tutto assente, neppure in Italia.

lectio divinaBruno Secondin (1940), carmelitano, dal 2010 docente emerito alla Pontificia Università Gregoriana, sin dal 1975 vi ha insegnato storia della spiritualità moderna e principi di teologia spirituale. Ha studiato a Roma, in Germania e a Gerusalemme, interessandosi specialmente della tradizione spirituale carmelitana, di nuovi modelli di lectio divina e delle nuove esperienze spirituali emergenti nel contesto della crisi della modernità. Presso le EDB ha pubblicato: Profeti di fraternità. Per una visione rinnovata della spiritualità carmelitana (1985); Alla luce del suo volto. I. Lo splendore (1989); Il profumo di Betania. La vita consacrata come mistica, profezia, terapia (1997); ha diretto la collana Cammini dello Spirito e – dopo la morte di E. Ancilli – la collana di Storia della Spiritualità in 15 volumi. Molti dei suoi libri sono tradotti in altre lingue.

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