La lettera e la teologia femminista

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Nel quadro del dibattito su una teologia a-venire in corso su SettimanaNews, capace di raccogliere in un unico gesto dell’intelligenza cristiana il Vangelo di Gesù, i vissuti concreti nel nostro tempo e l’esigenza di una destinazione alle generazioni più giovani, è stato organizzato un piccolo seminario di studio sul tema «In forma di lettera», in collaborazione col Dipartimento di teologia cattolica dell’Europa-Universität di Flensburg (25 ottobre 2017). Alcune brevi relazioni (J. Deibl, G. Cova, A. Torresin, E. Antoniazzi) hanno offerto un terreno fecondo per una discussione tra i partecipanti, che ha permesso uno scavo ulteriore non solo delle forme teologiche adeguate a un’epoca di trasformazione, ma anche sulla sua destinazione al cristiano/alla cristiana che vive concretamente dentro una storia più ampia dei vissuti di fede. Come approfondimento del dibattito ci sembra opportuno offrire ai lettori e lettrici di SettimanaNews i testi di alcune delle relazioni della giornata di studio.

La teologia femminista è una teologia che nasce da un disagio e cerca nella Parola di Dio una prospettiva di liberazione. Il suo avvio è stato proprio un esercizio di lettura teso a individuare i passaggi della Scrittura segnati dal maschilismo del testo e dell’interpretazione. Era una sfida, ma anche un’interrogazione rivolta alla Parola. Questo era l’intento delle donne che sotto la guida della statunitense Elizabeth Cady Stanton hanno dato origine alla fine dell’ottocento alla The Woman’s Bible (1895 – 1898).

Mi sembra di dover subito anticipare che quello che dirò a proposito della relazione tra la forma della lettera e la teologia femminista, così come si è andata sviluppando, in realtà si dimostra significativo anche per altre teologie che abbiano la caratteristica di prendere avvio da una situazione problematica, come la teologia nera o quella della liberazione.

donna che scrive

Lettere paoline

La domanda da cui parto è molto semplice e diretta: che ruolo hanno, potremmo anche dire in modo più pertinente hanno avuto, le lettere paoline in ordine al costituirsi di una teologia femminista?

La prima risposta è positiva. Certamente è importante lo spaccato, ricco e variegato, che esse offrono del ruolo delle donne nella Chiesa – più di quanto non appaia nei vangeli dove esso è già più sfumato. Indubbiamente i saluti delle varie lettere sono stati importanti per la ricerca femminista, sin dal prezioso lavoro di ricognizione delle figure femminili degli Woman’s Studies. Interessa la possibilità di poter nominare soggetti femminili e individuare il loro vissuto ecclesiale.

Il luogo forse più esemplificativo delle lettere autentiche di Paolo sono i versetti di saluto di quella ai Romani (16, 1-16). I nomi citati sono molteplici e si riferiscono a donne che hanno un ruolo nella comunità. Prisca, qui nominata prima del marito Aquila (in At 18, 2 l’ordine è inverso), Maria, Giunia, Trifena e Trifosa, Pèrside, la madre di Rufo, Giulia e la sorella di Nèreo. Non è possibile commentare tutto il lungo elenco. È opportuno sottolineare almeno Febe di cui leggiamo: «Vi raccomando Febe, nostra sorella, che è al servizio della Chiesa di Cencre» (Rom 16, 1). La traduzione non rende ragione della forza della qualificazione della donna, indicata come διάκονον, che rimanda al ruolo specifico, il diacono, e non a un generico servizio.

Nominare la realtà

A conclusione di questo primo aspetto possiamo ritrovarci nella più ampia affermazione per cui la lettera, poiché destinata a interlocutori precisi, nomina soggetti e per questo è aderente alla realtà. In particolare, per la riflessione femminista, questa nominazione ha dato modo di descrivere una realtà comunitaria più variegata di quanto si fosse pensato per molto tempo. Rispetto al ridimensionamento del ruolo delle donne che si è dato nel cristianesimo, non possiamo che essere grate e grati a Paolo e alle sue lettere che custodiscono la memoria.

In ordine ai contenuti teologici la situazione è più articolata. Indubbiamente il versetto di Galati 3,28 («Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù») è passo in cui la riflessione femminista trova un luogo importante. La lettura di questo versetto ha diversi esiti: la triplice negazione comporterebbe il semplice ridimensionamento del valore delle determinazioni antropologiche storiche e culturali (carnali nel lessico paolino) in ordine all’accesso al Messia. D’altra parte, potrebbe essere anche l’invito a un superamento effettivo del loro valore pregiudiziale per la dignità delle persone. In ogni caso resta l’affermazione per cui in Galati 3, 28 la diversità di genere, quale struttura gerarchizzante, è superata.

Il tempo messianico

Evidentemente non è solo un versetto paolino a dischiudere l’orizzonte, piuttosto questo superamento è legato all’essere uno – che ricorre più volte in Paolo al neutro o al maschile. In alcuni casi si pongono problemi di traduzione, come in Efesini[1].

L’impiego del neutro in riferimento alla novità istituita col carattere di unità e che non pone difficoltà è in 1 Corinti 12, 12-13 in cui troviamo le espressioni «πολλὰ ὄντα ἕν ἐστιν σῶμα, οὕτως καὶ ὁ Χριστός» («pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo», e «καὶ γὰρ ἐν ἑνὶ πνεύματι» («Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito»). La presenza delle espressioni al neutro contribuisce a delineare l’unità inclusiva del tempo messianico.

Le diverse traduzioni, e le difficoltà d’interpretazione che sottintendono, suggeriscono l’importanza dell’espressione anche in relazione a Galati 3, 28 dove, invece, si impiega il maschile, «εἷς ἐστε ἐν Χριστῷ Ἰησοῦ», per connotare l’«unità» istituita da Cristo.

La preghiera e il velo

Nelle lettere paoline, però, troviamo anche passaggi che sono stati una vera e propria gabbia per le donne e che sembrano negare esattamente quanto detto sopra. Mi riferisco alla pericope di 1 Corinzi (11, 3-16) in cui Paolo motiva la raccomandazione per le donne di pregare e profetizzare a capo coperto[2].

Il testo di Corinzi ha a che fare con una situazione precisa: donne che si vestivano da maschio o che volevano poter fare il voto nazireo come gli uomini[3]? In ogni caso rivendicavano una parità. Assumiamo anche che l’invito di Paolo non si riferisca al velo, ma solo all’acconciatura femminile.

Resta che Paolo in questa pericope si appella al buon senso: «Giudicate voi stessi: è conveniente che una donna preghi Dio col capo scoperto»; e istituisce una scala gerarchica Dio, uomo, donna: «L’uomo non deve coprirsi il capo, perché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo».

Il versetto 11 sostiene una sorta di complementarietà tra i sessi: «Tuttavia, nel Signore, né la donna è senza l’uomo, né l’uomo è senza la donna»; ma esso non è decisivo perché molto patriarcalismo o kyriakya, come dice Schlüsserl Fiorenza[4], non nega la vicendevole necessità. E anche se lo intrepretiamo come ridimensionamento dell’uso gerarchico di Genesi 2, l’orizzonte non muta.

Paolo fa riferimento alla femminilità, ma in realtà pone la questione della distinzione dei sessi. Qui il punto prospettico che interessa è la differenza con l’orizzonte inclusivo del versetto di Galati: l’uguaglianza indicata da Galati è impensabile alla luce di 1Cor 11, 3-16. Nella lettera ai Corinzi non c’è un orizzonte paritario.

donna che legge

Gerarchia e genere

Ci sono espressioni che aprono a un’interpretazione molto gerarchica dei rapporti, sorvolando sul ruolo pubblico delle donne nella preghiera cui fanno cenno gli stessi versetti paolini. In Corinzi emerge un doppio piano: religioso e sociale – quest’ultimo lo si può consegnare all’abitudine mentale di Paolo. Egli reagisce di fronte ad atteggiamenti che potevano apparire eccessivi agli altri membri della comunità e persone esterne[5].

Paolo, certo, non temeva di rompere schemi, eppure qui l’abitudine al pensiero patriarcale sembra giocare con grande libertà e trovare sostegno. In seguito[6] l’apostolo scrive la lettera ai Galati che, in 3, 29, indica l’esplicito superamento di una distinzione gerarchica.

Potrebbe essere una formula battesimale o un’opposizione tipica della retorica paolina, così come suggerisce Pitta[7]; in ogni caso, nelle ricorrenze delle opposizioni quella tra uomini e donne appare solo qui. Perché succede questo? Forse perché il tema centrale di Galati non aveva a che fare con una problematica dettata dal comportamento delle donne e la sua ricaduta ecclesiale non era all’orizzonte. E così ciò che è contenuto nell’uno può essere tranquillamente esplicitato.

Lettera e teologia: annotazioni critiche

Alla luce di quanto detto mi sembra che una riflessione teologica come lettera, intesa quale intervento che risponde a una situazione ben precisa, metta a rischio la possibilità trasformativa della teologia, perché si corre il pericolo di perdere la gratuità della riflessione che va oltre se stessa.

Il pensiero è condizionato da ciò che c’è, dalla realtà cui fa riferimento e per questo si focalizza in determinati elementi inerenti allo stato delle cose. Non per nulla attraverso il mirror reading riusciamo anche a descrivere gli interlocutori di Paolo, che nelle lettere non hanno voce esplicita. La lettera risponde, o forse più genericamente reagisce, a una situazione, perciò il più delle volte non sente l’obbligo di rendere comprensibile tutta la riflessione su di un determinato punto: è sufficiente dire ciò che intercetta la motivazione dello scritto.

Potremmo chiederci se a Paolo è venuto in mente quando ha scritto Galati 3, 28 che 1 Corinzi 11 non è proprio sulla stessa linea. Probabilmente la diversità di interlocutori non ha neppure fatto scattare il dubbio su una possibile revisione e una verifica circa la coerenza tra le due lettere su questo tema. E così nella storia si è ripreso all’infinito il significato per le donne della lettera ai Corinzi, molto meno quello della lettera ai Galati.

Il corpus paolino allora non pone immediatamente un problema di contenuti, che sono vari, ma di forma. La lettera sembra essere poco trasformativa, anche se contiene dati che consentono il mutamento. In realtà però la sua forza è consegnata all’interpretazione. Tutta la Scrittura è destinata a questa sorte, ma avere diverse lettere permette di assumerne una senza essere obbligati a istituire un legame con passaggi di diverso tenore. La forza del gruppo interpretante ha un ruolo fondamentale.

La teologia femminista intende rispondere a istanze che nascono dal vivere delle donne, schema questo condiviso con molte altre teologie «del genitivo». Con esse minoranze chiedono di ritrovare nella Rivelazione di Dio criteri per superare la loro situazione. Una teologia a forma di lettera rischia di essere molto, forse troppo, legata alla situazione per cui poi voci minori non trovano ascolto.

Paolo ha esplorato con grande libertà i confini della novità istituita da Cristo. Noi ragioniamo all’interno di questa novità ed è proprio questa che ci interpella per una teologia la cui forma sia inclusiva.


[1] Riguardo al tema sarebbe utile anche far riferimento alla lettera agli Efesini, sulla cui autenticità però c’è discussione e per questo non rientra in quelle considerate nell’articolo. In 2,14 «ὁ ποιήσας τὰ ἀμφότερα ἓν » la traduzione Cei del 1974 elimina il neutro aggiungendo il termine «popolo»; quella nuova lo mantiene: «Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola»
[2] Tralasciamo il più esplicito 1Cor 14, 34-35 che vieta alle donne di parlare in assemblea, perché assumiamo che non sia di mano paolina.
[3]A riguardo dell’ipotesi dell’abbigliamento maschile vedi Barbaglio G., La prima lettera ai Corinzi, EDB Bologna 1995. Per il voto di nazireato vedi Luisa Rigato «Paolo imita Gesù nella promozione della donna», in Murphy-OʼConnor J., Militello C., Rigato M.L., Paolo e le donne, Cittadella, Assisi 2006, 109-161.
[4] Cf. Schüssler Fiorenza E., In Memory of Her. A feminist Theological Reconstruction of Christian Origins, The Crossroad Publishing Company, New York 1988 (trad. it. In memoria di lei. Una ricostruzione femminista delle origini cristiane (Nuovi Studi teologici), Claudiana, Torino 1990).
[5] Cf. Schüssler Fiorenza, In memoria di lei, 254. Per l’autrice la preoccupazione di Paolo non era la questione della differenza dei sessi ma l’indebolimento della testimonianza cristiana (così anche Pitta A., Lettera ai Galati (Scritti delle origini cristiane 6), EDB, Bologna 1996, 226).
[6] Per il nostro tema la cronologia che vede 1Cor previa a Galati è importante, ma non dirimente.
[7] Pitta, Lettera ai Galati, 225.

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